Col Genoa, per l’ultima trasferta del vecchio Napoli

di Rosario Dello Iacovo

Parlare di calcio su un giornale come “Il Manifesto” può risultare difficile. L’idea dello stadio come valvola di sfogo delle tensioni e di neutralizzazione del conflitto sociale è ben radicata a sinistra, da sempre, e ha senza dubbio una solida base di verità. Presidenti miliardari, corruzione, doping, scandalo-scommesse, divismo sfrenato, sono i tratti più facilmente riconoscibili di questo pilastro fondamentale dell’odierna società dello spettacolo.

Tutto questo è vero, ma quando mi sveglio la mattina della trasferta di Genova penso che anche se è vero non me ne importa, perché il calcio in fondo è solo nostro. “A nessuna industria televisiva sembra che interessi dei tifosi, ma senza l’urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero. Il calcio è una storia di passione. Sarà sempre così. Senza la passione il calcio è morto: solo 22 uomini che corrono su un prato e danno calci a una palla: proprio una gran cagata. E’ la tifoseria che fa diventare il calcio una cosa importante…” Questa citazione di John King da “Fedeli alla tribù”, dice tutto, da un altro punto di vista, quello dei tifosi che rivendicano il ruolo di protagonisti e invertono il senso e il flusso comunicativo dal campo agli spalti. Anche se negli anni abbiamo seguito squadre messe in piedi dai Lauro, dai Ferlaino, presidenti che hanno utilizzato il Napoli per i loro interessi, politici ed economici, c’interessa solo il nesso forte fra la maglia e la città, soprattutto quella dei quartieri più popolari.

La Napoli plebea che si mette in viaggio alla conquista del paese, alla ricerca di un improbabile riscatto. Andare a Verona, a Bergamo e Milano e trovarsi di fronte l’intolleranza dell’Italia benestante per la quale non saremo mai altro che terroni. A questo penso mentre mi preparo e faccio squillare il cellulare dei miei compagni di viaggio. Genoa – Napoli è l’ultima trasferta di questo campionato, ma viste le disperate condizioni economiche della SSCN può essere l’ultima della sua storia. Fa uno strano effetto pensarlo per una cosa che è sempre esistita, il primo ricordo che mi viene in mente è la stagione 1970-71 quando con mio padre Alessandro andavo allo stadio a vedere il Napoli di Altafini. Ma è una storia molto più antica, datata 1926 e mio padre l’ha ereditata da mio nonno. Sono stato fortunato, i miei anni da tifoso hanno coinciso col periodo d’oro della squadra culminato con l’arrivo di Maradona, gli scudetti, la Coppa Uefa e il Napoli nel gotha del calcio nazionale.

Però, ci penso mentre m’infilo in macchina e comincio il giro per raccogliere gli altri, sono stato anche sfortunato perché rischio di ricordare il fallimento della società e la scomparsa dei colori per i quali ho tifato dall’infanzia e che mi ha portato negli stadi di tutta Italia. I miei amici salgono stancamente, reduci da un venerdì sera di soliti bagordi, e partiamo. Abbiamo le stesse preoccupazioni, ma anche la stessa voglia di divertirci e stare insieme di quando ragazzini ci mettevamo la sciarpa al collo e partivamo al seguito degli azzurri. Il calcio per noi è soprattutto questo: occasione per demolire il flusso della quotidianità, cameratismo delle origini, nostalgia della tribù.

Siamo in cinque, io che guido e ad ogni autogrill mi diletto ad ascoltare le sfumature dei dialetti che piano piano ci avvicinano alla meta, disegnando la geografia inconsueta di una nazione che al suo interno ne racchiude altre cento, che nel calcio rinnovano partita dopo partita le antiche rivalità. Sasà con i suoi anni di militanza nel movimento e una gamba fatta a pezzi da una volante della Polizia durante una carica anni fa, e rimessa in sesto con pazienza e sacrifici, spiega con parole semplici che in fondo è solo questione e se magnà n’emozione. Andrea l’accademico, unico tifoso del Napoli mezzo bergamasco, nato a Trieste, beve in onore delle sue origini padane e questo contribuisce a non farci capire se è serio o meno quando dice: “Siamo gli ultimi sacerdoti del culto di Dioniso e il piacere è l’unica ragione per cui vale la pena di vivere”. “Anche se il Napoli di questi tempi ha più i caratteri della tragedia greca”, aggiungo io sarcastico.

Peppe ascolta in silenzio, è un ragazzino in questa macchina di old boys sospesi fra i trenta e i quarant’anni e quando superiamo Firenze lasciandoci alle spalle l’A1, ci dice con una nota di tristezza nella voce che dal prossimo inverno vivrà qua, perché a Napoli non trova lavoro. Si metterà la divisa di autista di bus dell’ATAF, però già si sta organizzando per continuare a seguire la squadra in trasferta. Francesco fa professione di antiproibizionismo militante e rulla una canna dietro l’altra e mette becco nei nostri discorsi dicendo che secondo lui è meglio che il Napoli fallisca e riparta da zero. Noi quattro rispondiamo con irripetibili improperi e scongiuri, mentre viaggiamo veloci su un’autostrada piena solo dell’ansia di vacanza di annoiati habitué del week end.

Ogni tanto vediamo una macchina di tifosi, ma siamo pochi, la città in fondo ha voltato le spalle alla squadra e il pensiero va inevitabilmente alle trasferte oceaniche dei tempi di Diego. Ma pure se siamo pochi sono comunque allegri e solidali gli sguardi che ci scambiamo con i nostri occasionali compagni di viaggio. Siamo mondi diversi, domani torneremo alle nostre vite, ma oggi siamo uniti da un invisibile filo lungo 700 km che ci porterà dai nostri gemellati genoani, ancora una volta solo per una maglia che fra qualche giorno scomparirà.

E così arriviamo a Genova che dopo il G8 guardiamo con gli occhi della nostalgia di Heidi Giuliani e un rotolo di scotch intorno ad un avambraccio che ricorderemo sempre zuppo di sangue. Il “Ferraris” che noi continuiamo a chiamare “Marassi” è bellissimo, all’inglese e i grifoni sono in grande forma. Sentirli cantare è un’emozione difficilmente spiegabile per chi non frequenta gli stadi. Nella nostra curva non si parla altro che del fallimento possibile ed è una strana giornata, siamo forse dei bambini, a cui stanno per togliere il giocattolo preferito, ma una cosa è certa qualsiasi sarà la serie continueremo a essere qua, a fare chilometri, superare gli ostacoli solo per te, solo per te, come canta Leo, che avevo lasciato con una telefonata in roaming dalla Francia e ritrovo qui con la maglia del suo gruppo. Ha viaggiato tutta la notte in autostop per non mancare.

E allora penso che è qualcosa di grande quella che ci unisce, qualcosa che molti non potranno capire rifugiandosi dietro la cortina dei facili sociologismi, intrisi di quel distacco dalle masse e dalle passioni popolari che è la faccia nuova di tanta sinistra attuale. E’ l’alba, un sole livido si alza lentamente su Genova e noi siamo con gli amici genoani coi quali abbiamo trascorso una lunga notte intensa. Ci resta solo il tempo di un giro a Piazza Alimonda e di una bandiera del Napoli lasciata per Carlo, lui avrebbe capito, frequentava gli stadi. Era uno di noi.

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