Sessantotto Napoletano/2

di Rosario Dello Iacovo

Sono nato al Corso Umberto nel 1947, a scuola andavo al Genovesi. Ero, così, coinvolto quotidianamente nella vita politica della città. Mio padre era amico di Bordiga e io stesso ogni domenica gli facevo visita nella sua casa ad angolo fra C.so Garibaldi e Via Marina. Il suo era un discorso eretico, critico verso il PCI. Ricordo una sua sfuriata quando indicai in Pietro Ingrao l’unico potenziale oppositore all’interno del Partito. Battendo il pugno sul tavolo Bordiga urlò: “sono tutte cazzate, è una manovra interna per simulare una dialettica nel partito e riaffermare il ruolo di mediazione indispensabile del comitato centrale”. Tuttavia per quanto fossi abituato a questo livello di critica alla Sinistra storica, quello che provai di fronte alla prima assemblea all’università fu un’altra cosa. Sullo scalone della Minerva sperimentammo la democrazia diretta. Bastava spostarsi a destra o a sinistra delle scale per esprimere il proprio voto alla proposta di occupazione. I più pazienti invece leggevano i classici Marx, Mao e Lenin ai poliziotti sperando così di portarli sulla retta vita. All’università bisognava andare in giacca e cravatta, a Ingegneria era addirittura obbligatoria. Ricordo che si fittavano vestiti e cravatte proprio per gli esami. Alla fine della lezione il Professore riceveva l’applauso dalla platea degli studenti. Il sessantotto mandò all’aria tutto questo. Protagonista di tutto ciò fu “Sinistra universitaria”, organizzazione nata dopo lo scioglimento dell’UGI, nella quale confluirono soggetti diversi provenienti dalla galassia dell’estrema sinistra, fino ai dissidenti della FGCI. Le riunioni avvenivano nelle case private che avevamo cominciato a fittare autonomamente: un elemento di grandissima novità. Si affrontavano conversazioni che passavano disinvoltamente dalla politica, all’arte, alla musica, passando per la sfera privata dell’esistenza. Locali ce n’erano pochi, però al Vomero erano nati diversi gruppi pop e rock già negli anni sessanta. Molto attivo era il mondo del teatro, Napoli infatti fu una delle prime città ad ospitare il living theater. Quella stagione di lotte ebbe dei protagonisti in larga parte dimenticati e nell’immaginario collettivo restano i volti noti della TV. Ma fu un periodo di grande partecipazione collettiva, un segnale chiaro di antiautoritarismo da vivere anche andando in giro con la chitarra per l’università occupata a suonare le canzoni dei beatles, oppure lasciarsi crescere la barba e i capelli. Napoli non è stata una realtà violenta all’inizio, abbiamo cercato di evitare momenti di tensione con la polizia. Una volta per bloccare il traffico davanti la centrale ci inventammo un attraversamento continuo delle strisce pedonali. Il grosso limite del sessantotto napoletano è stato l’incapacità di produrre esperienze politiche autonome. Così iniziò, subito dopo il riflusso del Movimento, l’epoca dei gruppi e la colonizzazione da parte loro della politica cittadina e meridionale.

Testimonianza di Gianfranco Borrelli, docente della Federico II

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