Anni Settanta a Napoli/1

di Rosario Dello Iacovo

Ho iniziato a fare politica nel 1973. L’anno del golpe in Cile, del compromesso storico e della crisi petrolifera. Alle spalle avevo l’onda lunga del 68 napoletano e le preferenze per la sinistra socialista di mio padre. Il quotidiano Lotta Continua era il miglior amico della tasca posteriore dei miei jeans. Lo compravo ogni mattina anche perché aveva come inserto “Mo’ che il tempo di avvicina”, fondato da Sofri nel 71 e completamente dedicato alle lotte napoletane e meridionali. Quell’anno successero un sacco di cose a Napoli e anche nella mia vita. Conobbi la consistenza del calcio dei moschetti dei carabinieri, per esempio.

Ricordo che eravamo sulle scale della posta centrale quando il questore Zamparelli ordinò una carica senza preavviso. Zamparelli era un duro, aveva formato la prima squadra di “falchi” ed era noto per il suo autoritarismo nella gestione dell’ordine pubblico. Urlavamo solo degli slogan, fummo investiti invece da una violenza sconosciuta. Lo studente Vincenzo Caporale ricevette un colpo durissimo alla testa restando sospeso fra la vita e la morte per diversi giorni. I giornali lo diedero per morto, lo stesso ancora oggi i pochi siti web che riportano la vicenda. Per quanto ne so io Caporale non morì, ma restò paralizzato. Nello stesso anno in cui Allende, democraticamente eletto, veniva ucciso nel palazzo della Moneda in Cile, io scoprivo che era duro manifestare. Anche in Italia.

Fu un anno in cui bastò guardarmi intorno per capire che Napoli era una città sul punto di esplodere. C’era il colera, una cosa che veniva dal passato e faceva paura pure a nominarla nelle lunghe file che si ammasavano all’esterno degli ospedali in attesa del vaccino. I finanzieri intervenivano sradicando manu militari le coltivazioni di cozze nel Golfo. I pescatori insorgevano. Com’erano insorti i contrabbandieri, che da anni ingaggiavano quotidianamente alla guida dei leggendari scafi blu inseguimenti cinematografici con la Finanza. Erano lotte atipiche, fra legale e illegale, che fino agli anni precedenti erano state consegnate al populismo della destra e alla malavita organizzata. Lotta Continua invece si schierò apertamente dalla loro parte e con tutti quei soggetti che all’epoca chiamavamo proletari marginali. Fra il 73 e il 74 dalla discussione maturata all’interno della commissione carceri di LC nacquero i NAP. Diversi militanti del centro storico aderirono a quell’esperienza, come Sergio Romeo di Forcella che morì in un conflitto a fuoco con la Polizia durante una rapina a Firenze. Fu un’esperienza che durò poco e per la quale molti aderenti pagarono con la vita e con anni di carcere.

Nelle fabbriche invece era più forte la presenza dei marxisti-leninisti, che avevano in Gustavo Hermann il leader più carismatico. Figura mitica, professore di Fisica all’Augusto Righi, persona molto stimata anche fuori dai tradizionali ambienti della sinistra exparlamentare. Il Righi fu uno dei punti di snodo delle lotte a Napoli sotto la sua guida. Nel periodo successivo al colera, in seguito al fortissimo aumento dei prezzi, Napoli fu percorsa da imponenti manifestazioni di protesta che culminarono spesso nell’assalto ai camion che trasportavano derrate alimentari. Distribuzioni alla popolazione si verificarono soprattutto nel centro storico, che era un quartiere popolare, prima che molti abitanti originari fossero deportati nei quartieri dormitorio dell’hinterland.

Napoli allora era diversa, anche le piazze di periferia erano luogo di aggregazione, con i vecchi bar dove i prezzi bassi permettevano di trascorrere una serata con poche lire. I giovani però iniziavano a spostarsi dal quartiere di origine ed era una cosa nuova. Alla politica urbanistica di decentramento, che espelleva una percentuale consistente della plebe dal ventre di Napoli, i giovani rispondevano invadendo il centro della città. Piazza del Gesù, ma soprattutto Piazza Sannazaro si riempivano di ragazzi coi capelli lunghi che ascoltavano Bennato e Pino Daniele, Osanna e Napoli Centrale, ma anche la più grande icona rock del tempo: i Pink Floyd. Qui fu ucciso Claudio Miccoli, giovane attivista del WWF. I suoi capelli e una copia di Lotta Continua che sporgeva dalla tasca dei pantaloni furono un pretesto sufficiente per i neofascisti che lo aggredirono con una bottiglia di vetro piena di sabbia. Avrei potuto essere io. I fascisti a Napoli erano una spina nel fianco, perché aggregavano manovalanza e sostenitori negli strati più poveri della popolazione. Un’altra vittima della violenza fascista fu la ventunenne Jolanda Palladino. Stava festeggiando la vittoria del PCI alle comunali del 75 quando la sua 500 fu colpita da una molotov lanciata dalle finestre della sezione “Berta” dell’MSI a Foria e arse viva. L’indomani una manifestazione partita da Piazza Mercato distrusse completamente quel covo.

Ma non c’era solo contrapposizione violenta. Negli anni 70 continuò quella battaglia di liberazione del corpo dalla repressione sessuale e dalle convenzioni che il sessantotto, soprattutto al sud, aveva solo scalfito. Il Festival del proletariato giovanile a Licola durò 3 giorni e fu un potente acceleratore delle dinamiche di liberazione sociale in città. Francesco De Gregori fu processato pubblicamente per i suoi rapporti con le major discografiche e gli fù impedito di esibirsi. Gli spacciatori furono cacciati dopo una discussione assembleare sull’eroina. Fumammo tonnellate di erba che ci coltivavamo da soli dal Vesuvio al casertano, ma anche sul balcone di casa nostra. Improvvisamo un corteo, tutti completamente nudi, che sconvolse letteralmente le consuetudini secolari degli abitanti della zona. Questo però accadeva nel 75, gli anni nei quali si vincevano i referendum e il PCI conosceva un’ascesa elettorale che sembrava inarrestabile. Si compiva il lungo cammino iniziato dal 68. Dopo fu tutto diverso. Fu chiaro il 21 febbraio del 77 quando si ruppe un vero e proprio tabù e con esso la maggior parte delle vetrine di via Chiaia. Il corteo si accanì contro il negozio di Luisa Spagnoli che produceva i suoi costosi vestiti con il lavoro sottopagato delle detenute dei carceri della Campania. Iniziava la stagione di Autonomia Operaia.

Testimonianza di Michele Franco

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