Anni Settanta/2

di Rosario Dello Iacovo

Il primo giorno che entrai in fabbrica nel dicembre 69 trovai all’ingresso il direttore che squadrandomi, mi disse di tagliarmi i capelli. Gli risposi che avevo già fatto il militare. Fortunatamente andò via pochi giorni dopo e la cosa non ebbe coneguenze. Andò a vivere in Sud America dove anche i tupamaros si resero conto di quanto fosse uno stronzo, tant’è che lo sequestrarono e pretesero un grosso riscatto per rilasciarlo. Se avevo dubbi sulla giustizia divina non ne ebbi più su quella proletaria. I miei anni 70 iniziarono così. Prima avevo lavorato in un sacco di posti diversi sottopagato e senza diritti. Approdare in una grande fabbrica come la Remington mi sembrava un sogno. Si discuteva il contratto dei metalmeccanici, ma la nostra commissione interna aveva firmato un accordo separato e non aderiva alle numerose manifestazioni che si tenevano ogni giorno in città. I lavoratori di altre realtà della zona venivano spesso a contestare la nostra mancata partecipazione alle lotte davanti ai cancelli della fabbrica. Soprattutto noi giovani vivevamo con disagio questa situazione. Ci sembrava che l’intera società fosse in rivolta e che noi avessimo rinunciato alla nostra porzione di paradiso per pochi spiccioli. Fui il primo a ribellarmi e addirittura un giorno scioperai da solo, nonostante avessi già due figli. Era scattato qualcosa dentro di me, al resto provvedette Tonino ‘o cinese, che riuscì a portare con regolarità sempre maggiore un gruppo di giovani operai alla sede maoista di Via Scura. La prima volta entrando fummo invitati a salutare il nostro presidente. Furono attimi di imbarazzo quelli che passarono attendendo l’ingresso di questa fantomatica figura, prima di scoprire che il nostro presidente era una gigantografia di Mao appesa al muro. In fabbrica avevamo contro la direzione, ma anche la commissione interna. Nel 73 infatti fummo messi in cig. Al ritorno in fabbrica l’anno dopo ci avvicinò il sindacato e molti di noi aderirono alla FIOM. M’iscrissi anche al PCI perché sentivo l’esigenza di confrontarmi politicamente nel quartiere, visto che ero nato e cresciuto a pochi passi dalla Remington. Fui eletto delegato sindacale all’unanimità da 400 operaie e riuscimmo a ottenere delle vittorie. Il famoso corso delle 150 ore, grazie al quale il padronato pagava l’istruzione degli operai. L’organizzazione della produzione non più a catena di montaggio, ma in isole nelle quali il singolo lavoratore si riappropriava della capacità di costruire un’intera macchina da scrivere. Questo permise a molti operai dopo la chiusura della fabbrica di mettere su dei laboratori tecnici di assistenza. Perché purtroppo nell’81 la multinazionale americana che gestiva la fabbrica dopo aver ricevuto i fondi previsti nel dopo terremoto, dichiarò fallimento e chiuse.

Testimonianza di Alessandro Dello Iacovo

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