Anni Ottanta Napoletani/1

di Rosario Dello Iacovo

Sono nato nel 1965 nella zona orientale, quartiere operaio dove la vita era scandita dai ritmi di fabbrica. Anche mio padre era un’operaio, lavorava alla SniaViscosa. Prima ancora era un contadino perché dove viveva era pieno di orti e non si interessava molto di politica. Per me invece la politica era essenziale, un momento di rivalsa necessario. La prima esperienza alla fine degli anni 70 fu l’occupazione della mia scuola media. dopo decisi di iscrivermi al Liceo Classico nonostante il parere negativo dei miei professori. Per me figlio di operaio andare al liceo voleva dire soprattutto dimostrare agli altri e a me stesso che niente mi poteva essere precluso solo perché mio padre lavorava in una fabbrica. C’era la lotta contro i decreti delegati e il ministro Valetutti. Compravo i miei vestiti a Resina e passavo le mie giornate al ciclostile, mi allontanavo progressivamente dalla vita in famiglia e vivevo la mia vita in piazza. La mia prima casa era un basso, i miei vicini un contrabbandiere e un portuale che ci regalava sempre della frutta esotica che rubava al lavoro. Anche se non eravamo un famiglia ricca, per uno strano paradosso, mangiavamo ogni giorno frutta esotica.

La mia famiglia fu tra quelle “fortunate” a cui assegnarono poi delle case popolari. Scoprivo così quelle cose che per altri erano scontate: il bagno e l’eletticità in ogni momento della giornata. L’acqua calda però l’avemmo dopo molto tempo, era troppo costosa e allora non potevamo permettercela. Ripensando alla mia infanzia, mi sembra di aver vissuno in un film del neorealismo italiano e questo invece accadeva negli anni Ottanta che nella memoria degli italiani sono anni di ricchezza, dei paninari, delle vacanze all’estero. La periferia est era molto lontana dalla Milano da bere che era un po’ il modello di riferimento nell’immaginario degli italiani. Era invece un laboratorio sociale avanzato che influenzava molto la vita politica a Napoli. La prima manifestazione fu in difesa dell’occupazione di 150. Avevo appena 15 anni ma ricordo con chiarezza che a San Giorgio furono assaltate tutte le sedi dei partiti, compresa quella del PCI.

Mentre nel resto d’Italia l’inizio degli anni Ottanta coincideva col riflusso delle lotte e una fortissima repressione poliziesca, a Napoli il terremoto del 23 novembre 1980 fece continuare con forza la protesta sociale. Enormi cortei di disoccupati e senzatetto si riversavano in via Toledo dove i proprietari dei negozi abbassavano rapidamente le saracinesche per evitare gli espropri che all’inizio degli opulenti anni Ottanta a Napoli erano cose all’ordine del giorno. L’ultimo numero di Metropoli, rivista di Autonomia, fu quasi interamente dedicato alla situazione napoletana. Non me ne rendevo conto, ma la tensione era altissima a causa dell’ondata repressiva che era iziata alla fine anni Settanta, se andavi in giro con una copia di Lotta Continua venivi visto come un pericoloso estremista. Dal 1982 in poi se cercavi il fumo trovavi l’eroina. La trovavi ovunque. Piazze come Sannazzaro erano diventate ormai conosciute solamente per questo, la camorra aveva inziato a sostituire il contrabbando di sigarette con lo spaccio dell’eroina, e fare politica allora voleva dire soprattutto confrontarsi con questa realtà.

Questa situazione di grande riflusso e di forte disgregazione dei legami umani e sociali, insieme alla necessità di trovare lavoro, mi spinse al nord in cerca di lavoro. Mi trasferii in provincia di Bologna dove venni a contatto con circoli legati all’area di Autonomia Operaia. Con loro partecipai alla manifestazione contro la repressione di Voghera nel 1983. Dopo anni di riflusso si riusciva a dare vita a una manifestazione imponente. In realtà il corteo non riuscii neanche a partire, perché fu immediatamente caricato dalla polizia. Su mille manifestanti ci furono 180 feriti e 250 arresti. Una caccia a l’uomo casa per casa e alla fine fummo costretti a uscire dal paese in fila indiana dopo una schedatura di massa. Io mi salvai perché una famiglia di Voghera mi ospitò. Lì ritrovai molti compagni che avevano dato vita all’esperienza dell’ARN, fondato da Vera Lombardi e che poi sarebbe diventato il Riot, mitico locale del centro storico napoletano. Decisi di tornare a Napoli ma mi accolse un deserto, i miei amici di un tempo o si bucavano o erano emigrati. La meta degli anni Ottanta fu per me come per il movimento un periodo tremendo e i pochi compagni che avevano ancora voglia di fare politica si ritrovano all’ARN dove c’era il coordinamento antinucleare e anti imperialista. Era la nuova forma che si era data autonomia. Non eravamo un partito né una rigida organizzazione, ma una sorta di federazione delle realtà antagoniste locali.

La lotta contro il nucleare aggregò molto l’area dell’antagonismo che cercava di uscire dal ghetto. Montalto di Castro fu un momento di forte rottura con il passato. A Montalto il movimento contro il nucleare riuscii ad aggregare anche settori che fino ad allora ci avevano ignorato. Ricordo con piacere l’assemblea che improvvisammo con gli operai del cantiere della centrale nucleare. Subito entrammo in sintonia con loro e riuscimmo a bloccare i lavori. Il resto quell’esperienza fu solo violenza. La poliza sparò ad altezza d’uomo e solo per un caso non ci scappò il morto. Non ricordo di aver mai visto tanta violenza, ma riuscimmo a raggiungere l’obiettivo che ci eravamo prefissi: La gente non ci guardava più come dei mostri e demmo vita alla grande battaglia antinucleare che sfociò nella vittoria nel referendum del 1987. Iniziavamo a farci capire. Non eravamo molti militanti ma eravamo decisi. I giornali dicevano che cercavamo sempre la polizia, ma credetemi era proprio il contrario. A Napoli ci sentivamo un po’ i cugini minori dei compagni di Roma o Milano dove stava iniziando la stagione dei centri sociali occupati, ma dopo molti sforzi nel 1988 a Soccavo nacque il centro sociale Etabeta. Fu un’esperienza breve ma significativa. Dopo anni di lotte politiche di resistenza ora iniziavamo a rimettere metaforicamente la testa fuori dal sacco. In un modo o nell’altro avevamo garantito la sopravvivenza del Movimento, da lì a qualche anno sarebbe esplosa la “Pantera”.

Testimonianza di Raffaele Cascone

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