«Nel calcio c’è poca trasparenza» Intervista a Vincenzo Siniscalchi

di Rosario Dello Iacovo

Le dichiarazioni fatte ieri sul fallimento del Napoli da Vincenzo Siniscalchi, avvocato e parlamentare ds, sono una voce fuori dal coro. Piuttosto che una riflessione sulle cordate fatte e disfatte all’ombra del San Paolo e la preferenza per l’uno o l’altro contendente, la sua è una presa di posizione a favore dell’azionariato popolare con una lettura spiccatamente sociale del fenomeno calcio. Siniscalchi, legale di Soccorso rosso e di Diego Maradona, è da sempre un tifoso degli azzurri. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per una breve intervista.

Perchè propone l’azionariato popolare?

Perché è l’unica possibilità che, a mio avviso, può permettere all’attuale generazione di giovani tifosi di rivivere i fasti dell’era Maradona. L’unica strada che può coniugare davvero imprenditoria e passione popolare. Immagino un modello misto, con una figura imprenditoriale di riferimento e ampie quote azionarie in mano ai tifosi. Considerato anche che il Napoli ha milioni di sostenitori sparsi per il mondo e quindi un bacino di potenziali azionisti molto ampio. L’azionariato permetterebbe di monitorare quelli fra loro che hanno voglia d’investire in un progetto collettivo, di stimolarne il protagonismo. Ma soprattutto di soddisfare un’esigenza di chiarezza e trasparenza.

E’ un’idea che ha maturato in questi giorni?

No. Da anni sono per l’azionariato diffuso. Per due ragioni. Da un lato il carattere sociale del fenomeno calcio, soprattutto in una città come Napoli che lo ha sempre vissuto come esigenza di riscatto e di aggregazione. E dall’altro la crisi degli strumenti tradizionali che avevano retto le società sportive negli anni novanta e la progressiva inadeguatezza del quadro legislativo che regola il calcio. Costi troppo alti, ricatto reciproco fra società e pay-tv, enormi differenze nell’attribuzione dei relativi diritti, divario enorme fra tre, quattro grandi club e tutte le altre squadre della lega.

Insomma un quadro completamente nuovo che ogni anno fa fallire decine di squadre. Il sistema calcio è al collasso?

Il calcio attuale è dominato da una degrado della trasparenza e dall’inadeguatezza delle leggi che lo regolano. Che cosa sono le fideussioni, gli aumenti di capitale, le ricapitalizzazioni? I tifosi non lo sanno e in verità non è facile saperlo perché il calcio è dominato da una normativa oscura e da transazioni economiche assolutamente poco chiare. Per questo insisto sulla necessità che i tifosi diventino essi stessi azionisti della propria squadra. Ci sarebbe più controllo e le scelte sarebbero dettate anche e soprattutto dalla passione. Perché se da un lato il calcio è un’attività economica, dall’altro è una storia che coinvolge milioni di persone nel rapporto fra la comunità e la squadra.

Quindi non basta il lodo Petrucci?

Mi sembra il solito rimedio emergenziale, ma la patologia del calcio attuale non ammette soluzioni miracolistiche. Lo attestano con chiarezza anche i risultati di una recente inchiesta parlamentare sullo stato del calcio italiano. Il lodo Petrucci è debole sul piano legislativo, perché lascia insoluta la questione delle garanzie dei creditori. Invece mi sembra interessante la lettura dei giudici del Tribunale fallimentare la cui sentenza mette il titolo sportivo a disposizione del fallimento. La denominazione della squadra come bene sociale, una sorta di brevetto che deve avere un valore.

In che serie giocherà il Napoli il prossimo anno?

Difficile dirlo, ma non vedo come possa giocare in B nelle condizioni attuali. Da tifoso mi dispiace, ma da tifoso credo anche che ripartire dal basso con chiarezza e con un nuovo legame fra la squadra e la città ci riporterà presto in alto.

Il Manifesto del 4 agosto 2004

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