Intervista a Tommaso Iavarone, presidente di Confindustria Campania

L’industria campana è in crisi. Migliaia i posti di lavoro in bilico. Uno stillicidio di fabbriche che chiudono o in procinto di cessare la produzione. Peroni, Ipm, Finmatica, Finmec, Montefibre npg e Ixfin i casi più recenti ed eclatanti. Dal comparto alimentare alla telefonia, dalle telecomunicazioni all’elettronica, siamo di fronte a un vero e proprio tracollo. In questo contesto l’allarme lanciato da Maurizio Mascoli, segretario della FIOM campana, sul manifesto di sabato, risulta assolutamente fondato.

Sull’argomento abbiamo raccolto le dichiarazioni di Tommaso Iavarone, imprenditore dagli interessi diversificati, con particolare presenza nel settore del legno, e da luglio del 2000 presidente di Confidustria nella nostra regione.

Settemila posti a rischio in Campania, secondo lei quali sono le cause della crisi profonda del sistema produttivo regionale?

Ci sono cause nazionali e altre locali. La sottocapitalizzazione delle nostre imprese è certamente un elemento di debolezza. Poi indicherei l’inefficienza della pubblica amministrazione e la criminalità organizzata, che sono due pesanti disincentivi per gli investimenti e non permettono alle nostre aziende di essere competitive. Pensi che per ottenere il permesso per l’apertura di una fabbrica in Campania sono necessari da 12 a 18 mesi, al nord ne servono appena da 6 a 9. Ma non è al nord che dobbiamo guardare, i concorrenti diretti della nostra industria regionale sono i paesi dell’est europeo. Centinaia di aziende venete hanno delocalizzato negli ultimi anni la propria produzione in Romania. Qui per lo stesso permesso occorre nella maggior parte dei casi un tempo inferiore a 3 mesi.

Le aziende che lei cita, però, pagano raramente salari superiori a 100 dollari al mese e hanno un controllo totale sui lavoratori. Per essere competitivi con l’Europa dell’est è necessario rendere il lavoro in Campania ancora più precario di quanto sia ora?

Innanzitutto non lo chiamerei precario, ma lavoro a tempo determinato. Certo, sarebbe meglio se ci fossero opportunità occupazionali a lungo termine per tutti, ma questa è la situazione e siamo chiamati a cercare rimedi possibili e realistici. Assurdo pensare che i nostri salari possano essere compressi ai livelli di quelli rumeni o bulgari, ma è necessario creare sul territorio condizioni d’investimento più favorevoli, anche sul piano del costo del lavoro e della flessibilità. Insisto, uno snellimento delle pratiche burocratiche sarebbe già un grosso passo avanti in questa direzione.

E le ricadute sociali? I giovani assunti a tempo determinato come potranno programmare un futuro, visto che anche un operatore di call center viene assunto oggi con un contratto a progetto? Che progetto è rispondere al telefono?

Queste distorsioni sono in palese contraddizione con la legislazione vigente e vanno duramente perseguite. In ogni caso, anche se si trattasse di mio figlio, preferirei un’occupazione a fasi alterne, piuttosto che la disoccupazione perenne. Lei probabilmente vede mezzo vuoto il bicchiere che per me è invece mezzo pieno. Più in generale la questione che pone riguarda la politica, oggi siamo di fronte alla necessità inderogabile di un nuovo patto sociale.

Come giudica la finanziaria 2005 che taglia i fondi per il sud e per le aziende meridionali? Non sembrano emergere tracce di una politica industriale, nell’azione dell’esecutivo.

Concordo pienamente, questa finanziaria è una vera iattura. Non parlo delle detassazioni, che pure erano state ampiamente promesse, ma delle agevolazioni contenute nella legge 488, che sono state trasformate in prestito a lungo termine. A tuttoggi, inoltre, non sappiamo se i previsti contratti di programma saranno finanziati o meno.

Negli ultimi anni c’è una forte ripresa del flusso migratorio interno. Secondo i dati Istat ogni anno quasi 100.000 meridionali emigrano verso le regioni settentrionali. Come valuta il progetto “sud-nord-sud”, secondo il quale i lavoratori si formerebbero al nord per tornare poi nel mercato del lavoro meridionale?

Ne do una valutazione negativa i posti di lavoro vanno creati sul nostro territorio e anche la formazione deve essere svolta qui al sud. Abbiamo fior di università e know-how di alto livello per evitare ai nostri giovani di andare a formarsi altrove.

Cosa ne pensa della proposta del governatore Bassolino di istituire una banca del Mediterraneo?

Può essere un’opzione valida, a patto che sia una merchant bank, una banca di sviluppo e investimento con partecipazione diretta alle fortune dell’azienda, non un consulente esterno a rischio zero.

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