Da Piscinola a Ballarò, intervista a Gaetano Di Vaio

di Rosario Dello Iacovo

Un’esistenza di ordinaria criminalità di periferia, poi la svolta: il sodalizio con Peppe Lanzetta e un recente ingaggio per “la squadra”. E’ la vita del 37enne Gaetano Di Vaio, un figlio del bronx napoletano.

Lo incontriamo al settimo piano di un palazzone di periferia, sullo sfondo la 167 con il suo carico di umanità dolente. Una sorta di destino annunciato fra emarginazione sociale e devianza, al quale però si può sfuggire, come dimostra con efficacia la sua storia.

La puntata di Ballarò alla quale hai partecipato con Lanzetta ha provocato una dura reazione del Sindaco Iervolino, che hai da dire a riguardo?

Il Sindaco ha criticato sia la linea professionale del programma, che il processo alla città che ne è scaturito. Sul primo punto sono in parte d’accordo, perché non è stato invitato un rappresentante delle istituzioni cittadine. Tutti sappiamo quanto è difficile fare il sindaco a Napoli, ma c’è poco da scandalizzarsi, quella che abbiamo mostrato agli operatori di Ballarò è una realtà di degrado nota da anni. Così come non è sorprendente la recente escalation della violenza camorristica, qui si spara e si ammazza da oltre 30 anni, peccato che i media e le istituzioni se ne accorgano solo quando la crudezza delle cifre impone la questione all’attenzione generale.

Ricostruiamo la tua vicenda personale.

Sono nato a Piscinola, in una famiglia popolare con dieci figli e a 6 anni sono entrato in collegio. Lì, a contatto con figli di detenuti e di prostitute, iniziò la mia formazione criminale. Poi il riformatorio, prima a Piazza Carlo III e poi al “Fiorello“ di Torre del greco. Scappavo spesso e il giudice dei minori decise di inviarmi in un centro di recupero mentale: il “Nuovo Elaion” di Eboli, dove le violenze erano all’ordine del giorno. Ma tenni duro e ricordo quei dieci mesi come una grande palestra di vita e di umanità, nel rapporto con persone affette da disturbi psichici. Quando l’Italia vinse i mondiali dell’82 rubai il furgone dell’istituto e andammo a festeggiare nel centro di Eboli. Ho rivisto anni dopo una scena simile in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ma all’epoca non sapevo neanche chi fosse Jack Nicholson.

Poi che accadde?

Tornai a casa e in seguito al furto di un auto fui arrestato e restai 3 mesi nel carcere minorile di Nisida, frequentando con ottimi risultati il corso d’informatica. Avrei voluto continuare una volta libero, ma le assicurazioni ricevute durante la detenzione si rivelarono infondate. Così a 21 anni feci il mio primo ingresso a Poggioreale, ci sarei tornato molte altre volte, diventando nei brevi periodi di libertà anche tossicodipendente, condizione che mi fece conoscere la brutale realtà di San Patrignano. Nel 1996 decisi di chiudere con la droga e la delinquenza.

Cosa fece scattare la molla?

Nel carcere di Fuorni una sera vidi in tv Peppe Lanzetta che parlava del suo libro “Figli di un bronx minore”, dopo averlo letto rividi la mia vita sotto un’altra prospettiva. Una volta uscito mi misi a fare il venditore ambulante di panini, ma a Scampia eravamo tanti e la concorrenza spietata. L’unico luogo nel quale nessun altro metteva piede era il campo Rom. Qui diedi vita a una specie di bar-centro sociale e incontrai gli operatori di “Compare” e di “Chi Rom e chi no”, sviluppando un rapporto eccezionale con uno di loro, Francesco Mastursi. Poi arrivò finalmente la telefonata di Lanzetta.

Quali iniziative avete realizzato insieme?

La compagnia teatrale “Figli di un bronx napoletano”, un’esperienza durata 3 anni e appoggiata dalle istituzioni all’inizio, poi passata la campagna elettorale restammo soli. E’ giusto aiutare il terzo settore, ma non sostenendo associazioni la cui unica finalità è la loro stessa sopravvivenza. Purtroppo monopolizzano i finanziamenti, mentre realtà che fanno un vero lavoro sul territorio, come “Progetto Uomo” o la comunità di Padre Carlo a Secondigliano, vengono abbandonate a se stesse. E’ fondamentale anche che gli operatori abbiano un vissuto simile a quello dei giovani delle periferie coi quali interagiscono. In quest’ottica partirà a dicembre un nostro progetto coi minori del carcere di Nisida.

Hai risolto i tuoi problemi con la giustizia?

Sono stato recentemente condannato per un furto compiuto nel 1990 quando ero tossicodipendente, il classico paradosso del sistema giudiziario italiano, nel quale le condanne arrivano anni dopo. Dovrei tornare in carcere per un anno e mezzo, ma grazie alla sensibilità di Antonio Alessi, Francesco Vicario e Franco Rapa, produttori de “la squadra”, sono stato assunto in affidamento presso di loro. Si parla di un ruolo da attore basato su vicende reali della mia vita, è il mio sogno. Dal bronx napoletano si può uscire, ma devi trovare pure qualcuno disposto a darti una mano.

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