Vesuvio e rischio tsunami, intervista al direttore dell’Osservatorio vesuviano Giovanni Macedonio

di Rosario Dello Iacovo

La tragedia del sud-est asiatico ha mostrato con chiarezza quanto le catastrofi siano naturali soltanto in parte. L’altissimo numero di vittime e i danni inestimabili sono da mettere in relazione all’assenza delle più elementari misure di prevenzione. Solo ora i paesi dell’area cominciano a discutere di un sistema anti-tsnunami, i cui costi, stimati intorno al mezzo milione di euro, appaiono risibili di fronte alle cifre della sciagura. La prevenzione è fondamentale di fronte ai cataclismi ed è un problema che riguarda a vario titolo diverse regioni del pianeta. La Campania è una di queste e l’emergenza Vesuvio si colloca, senza dubbio, fra quelle prioritarie per la sicurezza in ambito nazionale. Ne abbiamo discusso con il Direttore dell’Osservatorio vesuviano, Giovanni Macedonio.

Il monitoraggio del Vesuvio è sufficiente?

Sì, è uno dei vulcani più monitorati al mondo, con una rete di sorveglianza tecnologicamente avanzata e attiva 24 ore su 24. L’attenzione è rivolta a 3 aspetti fondamentali: sismicità, deformazioni e forza di gravità, analisi geochimica della temperatura dei gas. Ogni variazione minima di questi elementi è indagata con accortezza. Al momento non abbiamo elementi di preoccupazione, a oltre 60 anni dall’eruzione del 1944 il Vesuvio non da segni di risveglio. Se per i terremoti non si possano fare previsioni attendibili, per le eruzioni vulcaniche una corretta lettura dei dati permette di operare con tempi sufficienti per evitare un alto costo in termini di vite umane.

Esiste un pericolo tsunami legato a un’eruzione del Vesuvio?

Il pericolo esiste. La civiltà Minoica a Creta fu spazzata via da un’onda anomala. La stessa catastrofica eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei nel 79 dc, è stata accompagnata da fenomeni di maremoto. Tuttavia, questo è un aspetto marginale, perché un maremoto si genera prevalentemente quando il sisma ha l’epicentro in mare o su un’isola vulcanica. Sono altri i problemi. In primis l’area direttamente interessata dai flussi piroclastici o nubi ardenti (zona rossa), va immediatamente evacuata, non esiste altra soluzione allo stato attuale delle nostre conoscenze. L’eruzione forma un cratere dal quale fuoriescono gas e particelle a 500-600° con una pressione d’impatto fortissima che distrugge tutto ciò che incontra. Poi, entro il tempo massimo di un’ora, le ceneri da una quota di 10 – 30 km d’altezza ricadono su una parte più ampia di territorio (zona gialla), creando problemi di viabilità, sia terrestre che area, ma soprattutto provocando il crollo dei tetti.

Quali aree sarebbero interessate?

Con diverso grado di coinvolgimento, 18 comuni dell’area vesuviana, ma secondo i dati sui venti ad alta quota che vengono raccolti dal 1948, la città di Napoli sarebbe poco colpita, mentre più problematica risulterebbe la posizione delle aree a est del Vesuvio, in direzione di Scafati, Sarno, Ottaviano. Resta comunque una questione di massima allerta, perché nell’area vivono oltre 600.000 persone. Un numero decisamente troppo elevato.

Un giudizio sul piano d’evacuazione del 1995

Faccio una premessa: Bisogna innanzitutto incentivare le misure volte a un decongestionamento dell’area e applicare misure di controllo che abbiano la stessa solerzia dei rilevamenti scientifici. Verificare periodicamente quante famiglie si sono trasferite e combattere con rigore l’abusivismo che proprio sul Vesuvio ha le sue testimonianze più significative. L’ente parco ha bloccato diverse costruzioni abusive, ma resta da fare ancora moltissimo e certo non con i condoni periodici. Il piano d’evacuazione è dinamico, sottoposto a verifiche periodiche. Per maggio 2005 è atteso il completamento dei lavori della commissione della Protezione Civile che faccia il punto della situazione.

Come valuta le prove svoltesi finora?

Pregi e difetti. Il pregio maggiore è stato quello di informare le popolazioni interessate, grazie anche al coinvolgimento delle strutture scolastiche. E’ stato importante testare sul campo quelli che sono modelli teorici e verificarne la tenuta. Fra i difetti citerei il fatto che ne sono state realizzate solo 3 e con l’interessamento di un comune per volta. L’ultima si è tenuta nel 2001 a Portici, uno spostamento lungo 3 direttrici: auto private, un treno e una nave partita dal porto del Granatello. Un movimento di circa 1500 persone verso il comune gemellato di Bellaria Igea in provincia di Rimini. Spostarne 600.000 in una situazione di reale pericolo non sarà la stessa cosa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...