Oggi è Napulegno parte 2

«La Regione promuove e finanzia lo studio dei dialetti del Lazio nelle scuole, nelle università popolari e della terza età…». Inizia così l’articolo 13 della legge per la tutela e valorizzazione dei dialetti di Roma e del Lazio approvata dal Consiglio Regionale il 20 dicembre 2004, che stanzia una prima tranche di finanziamenti per complessivi 750.000 euro. È l’ultimo provvedimento legislativo in ordine di tempo approvato da un ente locale in Italia e affronta una questione spinosa, la cui complessità è direttamente proporzionale alla diffusione del dialetto come strumento di comunicazione fra i parlanti.

La Campania rientra certamente tra i casi più complessi, in virtù della grande vitalità degli idiomi locali e del loro uso maggioritario e, in certi casi, quasi esclusivo da parte dei ceti sociali meno abbienti. Per questo si pone con grande urgenza nella nostra Regione la necessità di un intervento legislativo sulla lingua e i dialetti. «Ho sempre pensato che non fosse corretto valutare le abitudini linguistiche dei bambini attraverso le categorie di giusto e sbagliato», dice Claudia Esposito, insegnante elementare precaria presso diversi istituti scolastici di Napoli e provincia e attualmente senza incarichi. «Bisogna tenere conto dell’ambiente nel quale si forma la competenza lessicale e grammaticale – riprende –. A uno studente che proviene da una famiglia dialettofona e dice ‘o puorto sarebbe più opportuno spiegare che questa forma appartiene al suo idioma locale, mentre in italiano va utilizzata la formula il porto, piuttosto che sanzionare come errore quello che è un uso linguistico abituale della sua famiglia».

Un’idea di scuola e di metodo didattico per l’insegnamento dell’italiano che partono «dal basso», dalle abitudini lingustiche reali degli studenti, invece che da un modello teorico che nega di fatto l’esistenza degli idiomi locali, presupponendo una diffusione universale dell’italiano e che in certi casi finisce per produrre fratture dolorose fra il mondo della scuola e quello degli affetti, percepiti come diversi e distanti. «Se la Campania approvasse una legge per l’insegnamento comparato di dialetti e italiano a scuola – conclude Claudia – sarebbe necessario assumere un gran numero di docenti. Un’ottima occasione per produrre lavoro e al contempo valorizzare adeguatamente la cultura locale, affrontando in maniera più realistica il gap linguistico e culturale dei bambini delle classi popolari; oltre che uno strumento più efficace per l’insegnamento della lingua nazionale».

Del resto solo il 12% delle famiglie napoletane parla esclusivamente in italiano. È uno dei dati emersi da una recente ricerca condotta, tra gli altri, da Nicola De Blasi, Rosanna Sornicola, Pietro Maturi Patricia Bianchi della Federico II, con un questionario somministrato ad alcune migliaia di parlanti. I primi risultati sono stati resi noti lo scorso 24 ottobre nell’ambito di una giornata di studi su «Lo spazio del dialetto nelle città e nella ricerca», organizzata a Napoli a conclusione dei lavori di un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Istruzione e della Ricerca (Cofin 2003).

Uno degli elementi nuovi della ricerca sta nello specifico di un primo accertamento quantitativo dell’uso del dialetto in città, considerato anche in relazione ad alcune variabili sociolinguistiche, e offre indicazioni su ciò che i parlanti percepiscono della situazione linguistica cittadina. Emerge una sostanziale valutazione positiva del dialetto, anche presso quelle famiglie che utilizzano esclusivamente la lingua nazionale, sia in abito pubblico che in quello privato e informale.

«Dialetto tendenziale», lo definisce Nicola De Blasi, docente di «Storia della lingua italiana» presso la facoltà di Lettere dell’Ateneo federiciano e condirettore con Rosanna Sornicola del «Bollettino linguistico campano». Si tratta di una competenza dialettale che non è e non aspira a diventare integrale, ma che comunque consentirà l’adozione di una varietà duttile, aperta alla ripresa di elementi dialettali e alla comprensione del dialetto. La ricerca mette in luce anche altri aspetti di quella che si può definire una ripresa complessiva dell’uso del dialetto e, soprattutto, del mutamento del suo status nell’immaginario dei napoletani, a partire dal target giovanile.

Massimo ha 20 anni e balla la break-dance, è uno delle decine di giovani che si riuniscono sulle scale delle Poste centrali a Piazza Matteotti per dare vita a entusiasmanti performance nelle quali riecheggiano formule ed espressioni culturali prodotte altrove e qui ricontestualizzate secondo una dialettica che potremmo definire glocal: da un input di carattere globale viene prodotta una sintesi che tiene conto delle specificità locali e delle sue capacità di rielaborazione. «La mia storia linguistica – dice Massimo – è molto simile a quelle che avete descritto nell’ultimo numero di Metrovie. Da bambino i miei genitori mi hanno insegnato a parlare in italiano, poi a scuola ho avuto i primi contatti col napoletano, perché lì chi non conosceva il dialetto era visto come un soggettone, un figlio di papà che non se la sapeva cavare in strada e la cultura della strada resta un’idea molto forte nella mitologia sociale dei giovani partenopei».

Le sue parole trovano conferma nei risultati della sopracitata ricerca, come sottolinea Patricia Bianchi docente di «Linguistica italiana» della Federico II, secondo la quale: «per i giovani napoletani in età scolare è usuale se non inevitabile che un contato assiduo con il dialetto si compia proprio nel corso dell’esperienza scolastica attraverso le interazioni tra coetanei». Non tuttavia un vernacolo costituito da relitti morenti, da espressioni lessicali sul viale del tramonto con un suono tipicamente arcaico, ma anzi uno strumento di grande vitalità in grado di rielaborare tanto termini stranieri, quanto parole del dialetto risemantizzate e ricollocate sul piano dei significati.

«Noi ci rifacciamo alla cultura della break-dance che è nata nei ghetti neri degli Stati Uniti e ha come lingua lo slang giovanile di derivazione anglo-americano. – chiarisce Massimo – Ma noi non parliamo certo in inglese, ci esprimiamo piuttosto in un napoletano nuovo, molto accentato, con parole cortissime, che accoglie alcune espressioni italiane e straniere creando un miscuglio linguistico che fa pariare e che costituisce una sorta di marchio d’identità del nostro gruppo di amici». Il verbo pariare è fortemente esemplificativo dei processi di trasformazione in atto, dall’originario significato di «digerire» del dialetto tradizionale, da qualche anno il termine ha assunto invece il significato di «divertirsi», diventando una delle parole più utilizzate dai giovani napoletani e, per imitazione, campani.

«È una fase completamente nuova per il dialetto – dice Gianfredo 34enne deus ex machina de E Capruun, gruppo metal napoletano -, per quelli della mia generazione la cultura napoletana era sinonimo di tradizione e arretratezza. Per questo molti di noi si trasferivano a Londra e cantavano in inglese. Oggi non disdegniamo il dialetto, che ci permette di affrontare con ironia temi legati alla nostra quotidianità senza scimmiottare stili e vicende che accadono altrove».

Metrovie del 23 dicembre 2005

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