Truffa all’immigrato, con la benedizione della Bossi-Fini

di Rosario Dello Iacovo

2740 euro in cambio di un lavoro regolare alla «Pipensiline srl» di Casalnuovo, in provincia di Napoli, e del permesso di soggiorno. In realtà si tratta di una ditta inesistente e il suo sedicente amministratore, Agostino Nappo, si rende irreperibile dopo aver dispensato promesse e incassato i soldi di centinaia di immigrati. Una truffa, secondo la loro versione. Il classico pacco, questa volta, ai danni di quei lavoratori stranieri che la legge Bossi-Fini, ha reso più deboli, precari, ricattabili.

A oltre due anni dalle prime denunce la vicenda arriva finalmente in tribunale, con la prima udienza prevista a Pozzuoli all’inizio di febbraio. Non è tuttavia da escludere l’ipotesi di un rinvio per accorpare le numerose denunce, presentate singolarmente o da parte di piccoli gruppi, in un unico procedimento penale.

Il colossale raggiro coinvolgerebbe centinaia di immigrati, molti dei quali da tempo hanno fatto ricorso alla legge nel tentativo di ottenere giustizia e sospendere qualsiasi provvedimento di espulsione, in attesa che sia fatta piena luce sulla vicenda. «Vittime di una beffa», si dichiarano per esempio i 30 cittadini del Burkina Faso, che nel luglio del 2003 hanno denunciato per truffa il 61 enne napoletano Agostino Nappo, sedicente titolare della «Pipensiline Srl».

«Un raggiro ben più ampio di quello che riguarda i miei assistiti – così inquadra la vicenda il loro legale Francesco Mele –. Secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti giudiziari, sono quasi 400 gli immigrati che, pur avendo pagato grosse cifre senza alcuna contropartita, ora rischiano l’espulsione per falso tentativo di regolarizzazione».

Un meccanismo semplice. Nappo prometteva in cambio di 2000 euro un posto di lavoro presso la Pipeline srl, e la regolarizzazione ai fini del permesso di soggiorno. Alla consegna della somma, invitava i cittadini extracomunitari a versare anche i 740 euro previsti dalla sanatoria per gli immigrati (D.L. n° 195/2002) e a fargli pervenire le ricevute per poter avviare le procedure necessarie. Una sorta di sigillo di garanzia per la serietà dell’operazione. «Ma una volta intascato il denaro, Nappo si è reso irreperibile – continua l’avvocato Mele -, e a nulla sono valsi i tentativi dei miei clienti di rientrare in possesso della cifra versata.

Sono gli effetti nefasti della Bossi-Fini, una legge pessima, che rende ancora più debole e precaria la condizione dei lavoratori stranieri in Italia». Non ha dubbi il legale su un provvedimento che tra l’altro continua a perdere pezzi, dopo l’approvazione del regolamento applicativo nel febbraio dello scorso anno e l’emanazione delle circolari ministeriali. Per i colpi della giurisprudenza ordinaria e per le sentenze di incostituzionalità. È stata depositata appena qualche giorno fa, in data 28.12.2005, la sentenza n° 466 della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittimo l’art 13, comma 13 bis, che prevedeva aggravi di pena per il clandestino espulso e rientrato illegalmente nel nostro paese. Solo l’ultimo esempio di un rapporto eufemisticamente difficile fra un provvedimento legislativo ispirato a istanze fortemente repressive e i fondamenti liberali del nostro ordinamento giuridico.

Per la Bossi-Fini i migranti sono pura forza-lavoro, da regolare in flussi secondo le esigenze del mercato; alla dignità dell’individuo, alla sua libertà di movimento viene opposta la centralità delle braccia: non uomo, ma lavoratore.

La figura centrale di questo meccanismo è il datore di lavoro col quale l’immigrato stipula un «contratto di soggiorno» per la regolare permanenza nel paese. Una situazione di grande ricattabilità, visto che al padrone spetta fornire le garanzie tanto per l’effettivo possesso di un’abitazione a norma da parte del lavoratore, che per il ricongiungimento familiare o la nascita di un figlio.

«Quando nell’ottobre del 2002 sono stato avvicinato da Agostino Nappo, in un bar della stazione centrale – racconta Saba Moumini, uno dei lavoratori che hanno sporto denuncia – ho pensato che la sua offerta potesse offrirmi un futuro migliore, un lavoro stabile, la possibilità di non essere più clandestino e permettere a mia moglie e ai miei due bambini che vivono in Burkina Faso di venire a stare con me in Italia. Per questo ho accettato, come molti altri miei connazionali». Il sogno di avercela fatta diventa però incubo, via via che la consapevolezza della truffa subita assume contorni più netti. «Una delusione fortissima, quasi 3000 euro buttati al vento – continua Saba -. Soldi guadagnati con fatica, raccogliendo pomodori fra le province di Caserta e di Foggia, e trasportando mattoni nei cantieri. Volevo solo legalizzare la mia posizione e invece rischio l’espulsione e la galera».

Bracciante e muratore, 10 ore di lavoro al giorno, una paga compresa fra i 30 e i 40 euro, condizioni durissime che l’Europa delle conquiste sociali forse nemmeno riteneva più possibili. Invece le testimonianze dei migranti ci dicono che sono qui, praticamente a casa nostra. Un popolo senza diritti, che lavora e produce ricchezza, ma ottiene in cambio una legge che liquida la sua presenza nel nostro paese come problema di ordine pubblico. Dato in pasto a individui senza scrupoli che sfruttano la debolezza giuridica della sua posizione, la scarsa conoscenza della nostra lingua e delle nostre leggi, per orchestrare truffe senza scrupoli.

«Agostino Nappo ci ha fatto il pacco, come si dice qua – ci scherza su Amidhou Bance -, ma non me la prendo con l’Italia e i napoletani. Spero che il tribunale ci dia ragione, ma sarà difficile recuperare i soldi. In ogni caso io farò di tutto per restare qui a lavorare».

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