Gli ultras azzurri del Fight Club

La frangia più estrema della tifoseria napoletana raccontata attraverso la vita di un ultrà di Secondigliano che odia il calcio moderno e il suo simbolo repressivo: le guardie. 20 anni di scontri in un libro di Cosimo Villari

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«Essere ultras a Napoli? Ho sempre vissuto in maniera scomoda, contro tutto e contro tutti. Perché l’avversario è sempre un nemico, ma ‘il blu’ sarà sempre il ‘primo’ nemico. Tenerlo dentro è qualcosa che non si può spiegare a parole, ce l’hai e basta. E’ una fottutissima botta, un concentratochimico che esplode e va da sé». Primo nemico del napoletano Cosimo Villari è un libro sincero, al di là della nota iniziale che lo etichetta come prodotto di fantasia.

Politicamente scorretto a partire dal titolo, dove il nemico di cui si parla è il poliziotto, visto dal protagonista come simbolo di un sistema repressivo chiamato “calcio moderno”. Scorretto come può esserlo solo un lavoro dedicato agli ultras, un racconto senza reticenze di quasi venti anni di trasferte e scontri al seguito della frangia più estrema della tifoseria del Napoli. Ma strumento utile per guardare da dentro il mondo delle gradinate, le dinamiche aggregative, i suoi rituali, oltre la retorica con la quale il fenomeno viene spesso liquidato da media e sociologi come semplice teppismo.

Uscito per la Boogaloo publishing, è la prima opera italiana per questa piccola casa editrice di Trento specializzata nella pubblicazione della letteratura hooligan inglese nel nostro paese. Il protagonista è Mariano, fantomatico ultras di Secondigliano, periferia nord di Napoli, un quartiere “difficile”, balzato agli onori della cronaca insieme all’adiacente Scampìa, come teatro della guerra di camorra combattuta un anno fa, fra “scissionisti” e gli uomini fedeli al superboss Paolo Di Lauro per il controllo delle “basi” di spaccio, con oltre sessanta morti ammazzati nelle strade. Ma le analogie finiscono qui, almeno stavolta la camorra non c’entra.

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È una storia “normale”, ordinaria pur nella sua evidente peculiarità, quella di un ragazzo che studia, si diploma, e comincia a seguire il Napoli arrivando a fondare un gruppo dell’allora nascente curva A dello stadio San Paolo, oggi fra le più temute della scena nazionale. Per emigrare infine in Emilia a caccia di lavoro senza smettere però di seguire gli azzurri, ovunque e comunque. Sono anni intensi quelli raccontati. Dagli ultimi bagliori dell’epoca Maradona al progressivo ridimensionamento della società, culminato nelle due retrocessioni in B, il fallimento e la discesa per due stagioni nell’inedito inferno della terza serie. Un declino parallelo a quello della città, dopo l’eccezione troppo breve per diventare norma del cosiddetto “Rinascimento napoletano”.

Così mentre dalle tribune del San Paolo spariscono i volti dei tifosi celebri, spesso attratti dalla pubblicità personale piuttosto che dalla vera passione, gli ultras si candidano a rappresentare una certa mentalità partenopea: «quella che a differenza della città e della squadra non retrocede». Imponendo però un modello di tifo diverso dal vecchio commando ultrà curva B, accusato dai nuovi ultras di avere rapporti con la società, oltre che un solido giro d’affari di biglietti e merchandising. Vero o falso che sia, i supporters delle curve si distaccano completamente da quello standard: non producono materiale, non praticano il tesseramento di massa degli anni ’80, non sostengono i calciatori ma solo la squadra, creando dei sodalizi molto ristretti ed elitari dei quali è difficile entrare a far parte. Sui muri della città i ragazzini cominciano a scrivere i nomi dei gruppi piuttosto che quelli dei giocatori: i nuovi eroi nella mitologia popolare sono gli ultras e lo spettacolo è la curva.

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Il racconto inizia con gli scontri avvenuti nella tragica notte di Avellino-Napoli del settembre 2003 durante i quali perse la vita il ventenne tifoso napoletano Sergio Ercolano. Una descrizione allucinata da arancia meccanica, più reale del reale, con l’invasione di campo di centinaia di scalmanati e le forze dell’ordine costrette a rifugiarsi negli spogliatoi per oltre venti minuti. Fra gli incidenti più gravi mai avvenuti in uno stadio nella storia del calcio italiano, col corollario nei giorni seguenti di decine di arresti, diffide e cinque giornate di squalifica dello stadio San Paolo.

Poi si prosegue a ritroso e la narrazione riprende dagli anni dell’adolescenza di Mariano, quelli della scuola, del rapporto talvolta difficile con i professori e delle prime trasferte. Ma prima del suo esordio da ultras, come voce fuori campo, c’è Inter-Napoli del 1987-88, raccontata a Mariano da suo fratello più grande. La famosa partita durante la quale gli Skins dell’Inter, dalle note simpatie di estrema destra, esposero lo striscione “Hitler con gli ebrei anche i napoletani”. All’epoca il Meazza non aveva divisioni nell’anello superiore e così gli ultras del Napoli caricarono verso la curva interista affrontando a metà strada gli Skin e mettendoli in fuga. Le immagini mostrate in televisione quella stessa sera scioccarono l’Italia.

A partire dal 1990 una lunga serie di trasferte, da Roma a Verona, fino al battesimo del fuoco a Torino contro la Juventus nella stagione 1991-92, quando Mariano partecipa ai tafferugli e s’impossessa di alcune sciarpe bianconere, sfuggendo alla reazione degli juventini, grazie all’intervento di una volante. Da qui un crescendo di azioni, altre sciarpe e striscioni conquistati che vanno ad arricchire la collezione dei “trofei”, fino all’arrivo della diffida che per il protagonista «è la cosa più brutta che possa capitare». La storia procede attraverso vari episodi, anche al seguito della tifoseria gemellata del Genoa in un’amichevole poco amichevole contro la Juve a Monza, nella quale Mariano viene accoltellato.

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Quello che all’autore sembra veramente interessare è la distinzione fra “mentalità ultras” e teppismo puro e semplice. Dal suo punto di vista la violenza nel pallone somiglia più a una disciplina estrema, un fight club con suo codice di comportamento, riassumibile nella formula: affrontare solo avversari consenzienti e non tifosi normali, non usare “lame”, non abbandonarsi a saccheggi ed essere in numero pari rispetto agli avversari. Regole tanto semplici quanto spesso disattese visto che gli scontri fra opposte tifoserie sono sempre più rari negli stadi, per le imponenti misure di contrasto, ma avvengono ovunque. Negli autogrill, sulle autostrade, nelle stazioni ferroviarie, in qualsiasi posto s’incrocino i percorsi della giornata calcistica. Esplicito è il disprezzo del protagonista per il “calcio moderno”, per la pay-tv e la sua esigenza di spalmare i calendari nell’arco di giorni e orari diversi per ottenere il massimo dei profitti e il “daspo”, la diffida con obbligo di firma senza processo, insieme agli stadi modernissimi con soli posti a sedere che i presidenti vagheggiano da anni.

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La letteratura dedicata alla cultura delle gradinate, vive un momento decisamente felice sul piano editoriale, dal romanzo apripista The football factory di John King, uscito in Italia col titolo Fedeli alla tribù e diventato un caso letterario, al best seller Congratulations di Cass Pennant, ex leader della ICF del West Ham. A questi si aggiunge ora Primo nemico, 146 pagine di racconto, 49 con articoli di giornale e 62 foto in vendita nelle librerie specializzate ma soprattutto sul sito http://www.boogaloopublishing.com

Il Manifesto gennaio 2007

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