Città Metropolitana di Napoli

La seconda area metropolitana del Paese dopo quella di Milano. Un territorio che avrebbe bisogno di uno strumento unitario di governo e pianificazione integrata per sviluppare le sue potenzialità.

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Dal Vesuvio la vedi. Distesa reticolare di edifici e vie di comunicazione. È l’area metropolitana di Napoli, dove i confini della città si confondono. Lungo la costa uno sviluppo urbano senza interruzione da Monte di Procida a Castellammare. E intorno tentacoli di cemento che si estendono verso gli altri capoluoghi della Campania. Quasi quattro milioni di residenti su un territorio più vasto della stessa provincia di Napoli.

Dal Vesuvio la vedi, ma l’assenza di un involucro istituzionale con poteri adeguati a governarla lascia spazio al degrado e al fuoco incrociato delle istituzioni, arroccate a difesa delle proprie competenze.

La vicenda delle città metropolitane parte da lontano ma sembra ancora lontana da un punto d’approdo. Il dibattito prende forma negli anni ottanta quando appaiono chiare le trasformazioni che hanno investito il ciclo di produzione-distribuzione: lo sviluppo tecnologico e il tramonto della società organizzata intorno alla grande fabbrica; il nuovo ruolo dei centri urbani nel processo di creazione della ricchezza e di erogazione dei servizi; l’espansione urbanistica oltre i limiti del territorio comunale.

Il dibattito di quegli anni sfocia nella legge 142/90 che assegna alle Regioni il compito di istituire le città metropolitane in nove aree urbane, tra le quali Napoli, a cui vanno aggiunte quelle delle regioni a statuto speciale. Questo provvedimento resta però di fatto inapplicato per essere poi abrogato dalla legge 267/2000. Nel 2001 arriva la svolta con la riforma del titolo V della Costituzione. Infine il codice delle autonomie ,disegno di legge approvato nello scorso gennaio dal governo Prodi, che determina dei percorsi possibili. A promuovere l’istituzione di questo ente possono essere il comune capoluogo, una percentuale rappresentativa dei comuni della provincia, oppure una o più province. La Regione è chiamata poi a esprimere un parere e la parola definitiva spetta ai cittadini attraverso un referendum.

I cittadini e la qualità della loro vita, sono queste le parole chiave della vicenda. Accogliere l’invito dell’economista Sabino Cassese «a parlare delle comunità e non dei comuni». In particolare nell’area di Napoli c’è da chiedersi se intraprendere il processo costitutivo che conduce alla città metropolitana può innescare o meno un ciclo virtuoso. Giovanni De Falco, responsabile delle attività scientifiche dell’Ires-Cgil Campania, per quanto scettico sugli esiti non ha dubbi sull’utilità: «Oggi nella programmazione economica non si può più ragionare per piccoli territori, ma va assunta un’ottica sistemica per costruire gli strumenti dello sviluppo». «Bisognerebbe accorpare i comuni della provincia – continua De Falco – trasformandoli in municipi e all’interno del territorio comunale di Napoli ridurre le attuali dieci municipalità a cinque».

Un confronto con alcune realtà europee non gli dà torto. La Grande Londra ha una superficie di quasi quattordici volte quella del comune di Napoli, ma è divisa in soli trentatré boroughs. Un’ipotesi la sua che inciderebbe positivamente sui costi della politica, ma forse proprio per questo di difficile attuazione. Quante rendite di posizione si andrebbero a ledere nei parlamentini senza deleghe del decentramento simulato attuato dal Comune di Napoli e nei comuni della cintura metropolitana?

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Eppure la situazione napoletana è quella che con più urgenza richiederebbe interventi immediati. Un capoluogo assediato dai comuni circostanti. Zone di confine che formano una doppia periferia. Un potere criminale diffuso per il quale le divisioni amministrative sono ininfluenti. Per mettersi d’accordo sulla costruzione di una strada il quartiere napoletano di Scampìa e i comuni di Casavatore, Melito e Arzano impiegano dieci anni. Per decidere gli equilibri dello stesso territorio al sistema bastano dieci giorni e la dialettica veloce delle armi.

Perciò guardare alla città metropolitana di Napoli da sinistra vuol dire parlare di riappropriazione del territorio, legalità, welfare, diritti che dal centro vanno estesi verso le periferie. Anzi, per Vincenzo Esposito, ricercatore dello stesso Ires Campania «più che parlare di centro e periferia si tratta di creare un sistema policentrico in cui distribuire funzioni metropolitane d’eccellenza».

Una logica unitaria che superi le disuguaglianze offrendo spazio alle opportunità. Gli esempi non mancano. A Portici e a San Giorgio, aree ad altissima densità abitativa, si affrontano grandi difficoltà per reperire i 18 metri quadri per i servizi previsti dagli standard urbanistici. La zona orientale di Napoli, che con questi comuni confina, ha invece la più grande area dismessa del sud Italia. Zero spazio e tanto spazio uno accanto all’altro e in mezzo il muro invisibile ma insormontabile di piani regolatori diversi. Nell’area flegrea c’è una delle più alte concentrazioni di beni archeologici d’Italia. Non sarebbe opportuno per creare progetti di alto profilo che i comuni sui quali sono ubicati formassero insieme un municipio della città metropolitana di Napoli?

La Sinistra, periodico politico campano, dicembre 2008

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