Politiche 2008: Il PD da solo, la Sinistra con Bertinotti

di Rosario Dello Iacovo

«La sinistra arcobaleno prende molti più voti da sola che con il fardello del Pd, perchè per noi è una zavorra, per essere chiari, lo è sempre stato». L’affermazione del leader dei verdi Pecoraro Scanio è un buon punto di partenza. Soprattutto perché pronunciata prima dell’incontro di venerdì con Veltroni in cui i due schieramenti hanno preso atto della reciproca irriducibilità delle loro posizioni.

Al Pd che, fra suggestioni cinematografiche e un non meglio definito nuovismo, va da solo anche al Senato si deve contrapporre ora una sinistra che dia voce a un altro pezzo del paese. Senza il rimpianto di non aver verificato quanto guardasse al centro la strategia veltroniana.

«Abbiamo lavorato fino in fondo per ricostruire le ragioni di una forte alternativa a Berlusconi e per non consentire la vittoria alle destre», aveva già detto in questi giorni il leader dei verdi. «Vuol dire che la gara sarà a chi farà la migliore opposizione a Berlusconi e noi saremo i migliori». Come dire se They can, loro possono, perché noi no?

Non a caso a Sinistra si accelera il processo costitutivo di una forza autonoma ed alternativa, anche per la pressione dal basso del movimento che gli stati generali hanno prodotto nel paese. È ragionevole ipotizzare che le associazioni autoconvocatesi il 10 febbraio a Roma siano solo la punta dell’iceberg che ha in testa un’Italia diversa da quella del Partito democratico. Di questa opinione i quattro partiti della coalizione dovranno e vorranno tener conto.

Se il Pd, infatti, afferma legittimamente una propria alterità sul piano della politica estera e delle scelte economiche, a maggior ragione la Sinistra può oggi rivendicare la rappresentazione esclusiva di istanze mortificate dalla palude centrista nella breve e infruttuosa esperienza del governo Prodi.

A Fausto Bertinotti, ormai candidato premier quasi ufficiale della coalizione, va dato atto di aver colto in fretta questo umore carsico del «popolo di sinistra». Fra i leader è stato quello che meno ha creduto alla possibilità – ma soprattutto all’opportunità politica – di un accordo e già qualche giorno fa aveva affermato che «non c’è intesa, l’unica cosa possibile è una convergenza di umori sul tempo medio». Ribadendo che «la costituzione per la sinistra di un soggetto unitario è la via maestra anche per un importante risultato elettorale».

Questo perché, il progetto veltroniano di governabilità ha un altro segno. Il «programma sostenuto da un solo partito» col beneplacito della confindustria, non è esattamente la stessa cosa della lotta alla precarietà, per l’allargamento delle garanzie, la tutela e i diritti di milioni di lavoratori.

Il progetto veltroniano va in porto se il Pd diventa il primo partito italiano o comunque supera la soglia del 30% (i sondaggi lo ritengono possibile). In questo caso la leadership uscirebbe rafforzata, anche per trattare con un eventuale governo Berlusconi. Una soluzione certamente gradita ai poteri forti, confindustria in testa, e a una larga fetta di Forza Italia. Non a caso qualche giorno fa nella trasmissione Porta a Porta il governatore della Lombardia Formigoni dichiarava candidamente: «non escludiamo le grandi intese e che Veltroni e Berlusconi si mettano d’accordo dopo il voto». Ma anche tutta da verificare rispetto al corpo militante del Pd, dove pure tante e qualificate sono le intelligenze genuinamente di sinistra e diversa è, rispetto all’elettorato di centrodestra, l’idea della società e dei diritti universali dei cittadini.

In ogni caso, qualsiasi sia lo scenario, a sinistra le questioni sono altre, tutte della massima urgenza e vanno al di là della mera costituzione di un cartello elettorale. Questo se si vuole davvero pensare a ottenere un risultato in prospettiva anche nel caso che si dovesse uscire sconfitti dalle urne.

In sostanza ha ragione il Manifesto che pubblica una foto dei leader della cosa rossa titolandola «Corso di sopravvivenza» o c’è la possibilità di ricostruire una diversa visione del mondo e farla marciare nella concretezza dei processi reali?

Per Gennaro Migliore capogruppo del Prc alla Camera la seconda strada sembra percorribile. «Più di ogni ipotesi di accordo col Pd – dice – ora è prioritario lanciare un segnale di chiarezza e di autonomia. Consolidare il processo unitario non solo fra i partiti, ma fra questi, i movimenti autoconvocati e quegli spezzoni che non hanno ancora la maturità politica per costituirsi come soggettività organizzata pur avendone l’aspirazione e l’esigenza».

In altre parole, il processo costituente ha senso solo se guarda al paese reale. Quello che le indagini degli istituti di ricerca fotografano con pochi soldi in tasca, scarse garanzie per il presente e ancora meno per il futuro, sempre più in difficoltà nel soddisfare anche quei bisogni primari che le conquiste del movimento operaio nel secolo scorso avevano almeno parzialmente assicurato: casa, reddito, diritto di cittadinanza. Ma non solo. C’è anche quella parte di italiani stanca delle levate di scudi da santa inquisizione ogni volta che si rivendicano le più elementari libertà civili, come le coppie di fatto.

«Per farlo però non basta dirlo» almeno secondo Francesco Fabozzi, consigliere di Uniti a sinistra eletto nelle liste del Prc nella V municipalità di Napoli che domenica sarà a Roma all’assemblea delle associazioni autoconvocate. «La stessa candidatura di Fausto Bertinotti – spiega – mi sembra appartenere a una logica vecchia, al di là dell’indiscutibile spessore del personaggio». Il riferimento è a un metodo più condiviso che però mai come questa volta la ristrettezza dei tempi avrebbe reso particolarmente accidentato.

Tuttavia la convergenza rapidissima dei partiti (e «a naso» del loro elettorato) su Bertinotti è un elemento di cui tener conto, pur registrando l’esistenza di sacche di «fisiologico» dissenso. In una situazione normale sarebbero state più opportune – e sicuramente sostenute a maggioranza – le primarie, per mettere sanamente in competizione le diverse posizioni e priorità dell’arcipelago di cui si compone la sinistra. Ma nella situazione attuale si ha la sensazione che nessuno più di Bertinotti avrebbe potuto rappresentare meglio e in così poco tempo la coalizione. Personaggio capace di raccogliere un consenso più ampio dei partiti che lo sosterranno, con una grande capacità mediatica di stare al centro della scena e raccontare le pieghe di un’Italia in piena crisi sociale.

Indipendentemente però dal nome del candidato le obiezioni mosse dalla sinistra diffusa hanno una loro legittimità. Andrea Morniroli dei Cantieri sociali che nel fine settimana s’incontreranno a Napoli per l’iniziativa “Costruire ponti tra tanti modi di vivere e pensare ad una città diversa”, la sintetizza così: «la politica deve accettare di cedere quote significative di potere».

Alcuni settori del sindacalismo di base sembrano più scettici. Secondo Francesco Amodio, portavoce dei Cobas in Campania, «la sinistra di governo è sempre stata sorda alle richieste del sindacalismo di base, un segnale importante potrebbe venire se la Sinistra Arcobaleno s’impegnasse in una battaglia per l’estensione dei diritti sindacali. Valuteremo sulla base dei fatti».

L’assessore al lavoro della regione Campania, Corrado Gabriele, mette invece l’accento sulla specificità del territorio meridionale «dove senza una lotta a viso aperto contro i poteri criminali ogni tentativo di costruire una nuova sinistra diventa inutile. È un problema nazionale visto che la stagione dell’antimafia sociale ci insegna che i capitali delle grandi organizzazioni criminali permeano il ciclo dell’economia legale».

Proprio in Campania, la regione dove con la vicenda Lonardo è maturata l’uscita dell’Udeur e la caduta del governo, la nuova formazione politica è attesa alla prova del fuoco. Per quanto le dichiarazioni del segretario nazionale del Prc Franco Giordano, «Ci sono in ballo città importanti evitiamo di consegnarle alla destra», non lasciano ipotizzare un mutamento nel rapporto di collaborazione con il Pd, la situazione resta comunque delicata.

Passata la fase più acuta della ciclica crisi dei rifiuti sembra rientrata la possibilità di una crisi istituzionale, almeno in attesa delle «rilevanti novità» promesse dal governatore Bassolino per i prossimi giorni. Ma i vertici dei partiti della sinistra non danno nulla per scontato.

Raffaele Porta coordinatore regionale di Sd chiede «la formazione di una nuova maggioranza di centrosinistra, senza l’Udeur, ed una nuova giunta, completamente rinnovata, che sia formata da personalità di alto profilo morale e di indiscussa competenza». In caso contrario la posizione del partito è quella di un immediato scioglimento del consiglio.

Anche Enzo Gagliano, segretario regionale del PdCI, partito che insieme a Sd non fa parte della giunta, chiede un cambio di marcia immediato accelerando il confronto fra le forze di sinistra per valutare fino in fondo i possibili scenari futuri. «Perché se da un lato è necessario distinguere le vicende nazionali da quelle locali, dall’altro l’evoluzione della situazione potrebbe rendere necessaria anche per le elezioni amministrative l’adozione del modello di una sinistra unita con un suo candidato».

Il presidente della federazione campana dei Verdi, Tommaso Pellegrino, parte dal «disastro ambientale» esistente nella nostra regione e ritiene che l’azione di governo locale vada rilanciata «sui terreni della tutela ambientale, ma anche del lavoro e della sanità». Ricordando che «i verdi sono stati fra i primi a dire che la gestione dei rifiuti affidata a Fibe e Impregilo sarebbe stata un fallimento».

Più critico il segretario regionale del Prc Peppe De Cristofaro, per il quale «la vicenda giudiziaria che coinvolge esponenti di spicco dell’Udeur mette profondamente in discussione il sistema di potere esistente nella regione. Una questione esplosa a livello nazionale che è la spia di un pericoloso scollamento fra i partiti e la società civile». Da qui si deve ripartire, qui si gioca la scommessa di una nuova sinistra.

La Sinistra, mensile di approfondimento politico campano

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