«Io, pacifista nell’inferno di Bolzaneto»

Bolzaneto

di Rosario Dello Iacovo

È ripartito, con la requisitoria dei pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello, il secondo maxi-processo per i fatti del G8 di Genova: quello per le violenze sui manifestanti avvenute a Bolzaneto. Quarantasette gli imputati: sedici agenti penitenziari, quattordici poliziotti, dodici carabinieri e cinque medici. I capi d’accusa sono numerosi: abuso d’ufficio, lesioni, percosse, ingiurie, violenza privata, abuso di autorità, minacce, falso, omissione di referto, favoreggiamento personale, oltre che violazione della convenzione internazionale per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. L’ultima udienza è prevista per il 20 maggio, la sentenza dovrebbe arrivare entro il mese di giugno.

Massimiliano Amodio è uno degli arrestati. Napoletano, trentottenne, molto noto negli ambienti della sinistra cittadina. Negli anni 80, iscritto al liceo Labriola, è stato uno dei personaggi di spicco del coordinamento studentesco della zona flegrea, ha poi partecipato alla stagione della “Pantera” e dei centri sociali. Suo padre, Francesco, è il portavoce dei Cobas in Campania.

A Genova ha vissuto un’esperienza terribile, sia sul piano psicologico che fisico. Massimiliano, infatti, ha un problema congenito alle gambe per il quale è già stato operato e dovrà affrontare altri interventi in futuro. Nonostante l’evidenza della sua diversa abilità non gli sono state risparmiate umiliazioni e violenze, come lui stesso ci racconta.

Bolzaneto

Sei stato arrestato nel corso degli scontri?

«No, sono un pacifista militante. Non ho mai partecipato a scontri, né a Genova, né in altre occasioni. L’arresto è avvenuto sabato 21 luglio, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani, nella scuola in Via Re di Puglia dove alloggiavamo. Eravamo in pochi: gli addetti al centro di comunicazione e qualcun altro che, come me, era troppo scosso per andare alla manifestazione. Improvvisamente, intorno alle 11 un plotone di celerini in assetto antisommossa ha fatto irruzione nel cortile della scuola. Alcuni di loro avevano il volto coperto da passamontagna e un atteggiamento molto aggressivo. Hanno portato via cinque, sei ragazzi, scelti fra quelli con un aspetto più “alternativo”. Io, pur essendo stato indicato dal funzionario in comando, sono riuscito a dileguarmi e a rientrare all’interno dell’edificio, ma pochi minuti dopo sono arrivati i carabinieri».

Sono stati loro ad arrestarti?

«Sì, ma non subito. Hanno iniziato a perquisire gli zaini, mentre un personaggio in borghese catalogava le riviste e i volantini rinvenuti nella struttura nonostante fosse materiale pubblico che circolava in quei giorni senza alcuna restrizione. Abbiamo vissuto una situazione kafkiana nella quale per ore non sapevamo cosa stesse accadendo, ma soprattutto con quale imputazione eravamo trattenuti visto che non avevamo commesso alcun reato. Poi siamo stati caricati a coppie su volanti della polizia e, dopo una sosta di circa venti minuti in un piazzale, portati a Bolzaneto».

Qui cosa è successo?

«Ci hanno fatto passare con le mani sulla testa fra due ali di celerini e ho intravisto due camere di sicurezza con le grate coperte da tende dalle quali venivano urla e lamenti. Una volta in cella ci è stato imposto di stare a gambe divaricate con la faccia rivolta verso il muro, guardati a vista e minacciati di percosse se ci fossimo mossi o avessimo parlato tra noi. Siamo rimasti in quella posizione dalle 15 fino all’alba del giorno dopo. Per me che ho problemi alle gambe è stata una vera e propria tortura. Ma peggio di me è andata a un occupante di una delle celle vicine con un arto artificiale (Mohammed Tabbach ndr). Gli urlavano di stare in piedi nonostante lui continuasse a ripetere che non ce la faceva più. A un certo punto, stremato, si è rifiutato di obbedire agli ordini e con la coda dell’occhio ho visto un gruppo di 4-5 agenti entrare in cella e picchiarlo ferocemente con calci e pugni».

A voi invece non è successo nulla?

«Purtroppo anche noi siamo stati vittima di intimidazioni e violenze. In particolare io e una ragazza (Katia Leone ndr) siamo stati presi di mira da un gruppo di agenti che stazionava all’esterno della struttura, vicino alla finestra della cella che come tutte le altre era ospitata nell’unico piano della struttura. Come ho detto ai giudici, vedevo solo le loro teste e quindi non sono in grado di dire a quale corpo appartenessero. Facevano squillare continuamente un cellulare la cui suoneria era “Faccetta nera” e ci deridevano. Io sono stato preso in giro per la mia bassa statura. Poi ci hanno sputato addosso e la ragazza ha iniziato a piangere. Non soddisfatti hanno spruzzato all’interno del gas lacrimogeno che ci ha provocato un forte malessere. A quel punto sono scappati via ridendo. Uno “scherzo” da militari che li avrà fatti sentire molto virili e fieri di sé stessi…»

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Avete avuto cibo e bevande?

«Nulla, solo due bottigliette d’acqua aperte che abbiamo diviso in dieci. Non sapevamo nell’acqua cosa ci fosse, ma avevamo troppa sete per evitare di bere. A un certo punto ho iniziato ad avvertire l’esigenza di andare in bagno e ho chiesto più volte di poterlo fare: mi è stato concesso dopo quasi un’ora. Un agente mi ha accompagnato e con la porta aperta ho dovuto fare i miei bisogni davanti a lui che mi diceva: «caca, merda, fai presto». Rientrato in cella mi è stato ordinato di rimettermi nella stessa posizione di prima, questo fino all’alba quando finalmente ci hanno permesso di sederci e vinti dal freddo e dalla stanchezza ci siamo addormentati. Al risveglio sono stato portato nel carcere di Alessandria e credo sia stata la mia salvezza, visto che alcuni agenti della polizia penitenziaria di Genova mi avevano detto che mi avrebbero massacrato di botte una volta arrivato a Marassi».

Ad Alessandria ci sono stati altri episodi di violenza?

«No, anzi, devo dire che le guardie carcerarie sono state molto gentili. Ci hanno permesso di lavarci fornendoci tutto l’occorrente e, nonostante la domenica in quel penitenziario sia previsto solo il pranzo e noi eravamo arrivati dopo, si sono prodigati per farci mangiare visto che eravamo a digiuno da oltre 36 ore. Se dovessero leggere questa intervista sappiano che non smetterò mai di ringraziarli».

Cosa ti ha colpito di questa esperienza?

«A Bolzaneto continuavano a ripeterci che in una così bella giornata di sole avremmo fatto meglio ad andare al mare. Quindi la nostra unica colpa è stata aver partecipato a quelle giornate di lotta contro i potenti del pianeta. L’esercizio di un diritto elementare è stato sufficiente a farci arrestare senza aver fatto nulla, a farci deridere, torturare e umiliare per le nostre idee e non per aver commesso crimini. Però ora gli imputati sono loro e spero che la giustizia faccia il proprio corso fino in fondo».

La Sinistra, periodico politico campano, maggio 2008

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