Fino al prossimo bar

di Rosario Dello Iacovo

Diedi un’occhiata alla vetrina subito dopo aver alzato lo sguardo dagli annunci di lavoro. Ci sarebbero volute sei ore a spalare merda per guadagnarmi quel nettare contenuto in una bottiglia dall’aspetto così scientificamente dimesso da costare un pacco di soldi. Sicuro. Puro scotch strainvecchiato, anche se aveva a malapena un terzo dei miei anni. Deve invecchiare meglio di noi l’alcol, mi ritrovai a pensare mentre osservavo i miei quarant’anni anni nella superficie incerta del vetro, in un giorno qualunque nell’era del libero mercato. La frase aveva un senso e la cosa mi compiacque, ma sei ore della mia vita mi sembrarono comunque troppe, così a occhio, considerato che l’avrei bevuto in un tempo inversamente propozionale a quello necessario per guadagnarmelo. Uno scambio ineguale, come vendere petrolio e farsi pagare in banane, che so, datteri, senza nemmeno un esercito democratico straniero in casa che ti costringe a farlo per il tuo bene. E poi, diciamolo, ero più interessato all’effetto che al colore scuro e al gusto torbido dei degustatori raffinati che in televisione convincevano la gente che chi beve lo fa per gusto. Cazzate, bollocks, avrei bevuto dell’alcol etilico se le circostanze lo avessero richiesto. Per questo mi diressi verso il mio bar di fiducia e ordinai un Talisker liscio, sedendomi al bancone. La scelta mi sembrò un giusto compromesso fra la voglia di bere e una certa voglia di raffinatezza che quel nettare in vetrina mi aveva lasciato addosso. Dall’altro lato del bancone c’era un tipo, non saprei dirvi quanti anni avesse quel viso scavato da geroglifici che gli solcavano le pelle, disegnando geometrie irregolari, avvitamenti, linee che si perdevano lungo prospettive indefinite. Mi comunicava un’idea malata e le malattie non mi erano mai interessate, anche se l’odore dell’alcol negli ospedali aveva comunque un suo perché. Mi tenni alla larga e mi concentrai sugli odori del mio whisky, per una volta, evitando di mandarlo giù in un sorso solo.

Ma m’incuriosiva quel tipo dall’età indefinibile che proteggeva con il braccio i suoi pensieri. Gli lanciai quindi l’occhiata più amichevole prevista dal mio repertorio e poi gli dissi sorridendo:
– Amico, che scrivi di bello?
Non funzionò, il suo volto s’incupì alla stessa velocità con la quale un temporale estivo ci avverte che è tempo di chiudere gli ombrelloni e dare un’ultima botta alla storiella dell’estate.
– Niente di particolare – farfugliò fra i denti a un passo dalla crisi di panico – sono solo pensieri.
E il suo braccio circondò i fogli in un abbraccio ancora più serrato mentre gli occhi ispezionavano il campo visivo a caccia di eventuali incursori nemici pronti a strappargli i suoi segreti.
– Tu non hai mai avuto pensieri?
Mi chiese, dopo una pausa prolungata che aveva gettato il bar in un silenzio surreale.
– Che vuoi dire? – replicai – Tutti ne hanno, che cazzo di domande fai?
Mi guardò per un attimo indeciso sull’opportunità di continuare la conversazione, era da tanto secondo me che non parlava con qualcuno. Poi scelse di rischiare e tentò di spiegarmi il suo punto di vista. Era un motore diesel che non viene messo in moto da tempo, uno strazio. Il suo discorso tossiva e sputava, per quanto il tono della voce fosse basso e monocorde, bastava guardargli gli occhi per rendersi conto che dentro aveva un fiume sul punto di esplodere. Sarebbe bastato il cedimento di un argine, uno qualsiasi, perchè tutta quella merda accumulata dal tempo si riversasse fuori con la sua cinetica capacità distruttiva. Poteva essere pericoloso e in un istante realizzai che non sarebbe stato opportuno trovarmi lì quando quel varco si sarebbe aperto. Perciò mi alzai dicendogli:
– Vado a fare un pò d’acqua amico, tu non muoverti di lì, torno subito.
Passando la curiosità però fu ancora più forte e cercando di non farmi notare buttai lo sguardo sui fogli. Fu vero stupore quando vidi che erano completamente bianchi, non un rigo, un segno, una lettera, dietro quel braccio proteso a difesa del nulla. Avanzai rapido e me la svignaii dal retro. Fanculo, pensai, quando questo pazzo inizierà a sparare non sarà il mio culo a trovarsi dalla parte sbagliata della pistola. Fuori era caldo, gli uccelli volavano nel cielo straordinariamente azzurro di una giornata invernale e il mio Talisker mi aveva rimesso in pace col mondo.
Fino al prossimo bar.

Annunci
di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...