Nessun posto dove potessi cadere

di Rosario Dello Iacovo

Quando le chiesi: “tu cosa vuoi veramente dalla vita?” i suoi occhi si riempirono improvvisamente di lacrime. Fermandosi sul bordo oltre il quale la legge di gravità avrebbe fatto inesorabile il suo corso. Capii di averle fatto una domanda che da tempo rivolgeva a se stessa invano. Avevo toccato un nervo scoperto. Ma non l’avevo fatto apposta, non le avrai mai fatto del male.
Mai.
Io l’amavo, cazzo.
Però si trattenne un attimo prima che accadesse, impedendo alle lacrime di precipitare al suolo e alleggerire la sua anima inquieta. Un po’ mi dispiacque, era bella quando piangeva. Poi io la circondavo con le braccia e le sue lacrime mi bagnavano il petto di un dolore caldo e umido, appiccicoso. Ma quella volta fu brava a controllarsi. Sicuramente più di me che stavo piangendo già da un pezzo, mentre le accarezzavo il viso, avvertendo il contatto del mio avambraccio tatuato con la sua pelle liscia che profumava di giovinezza.
E sogni.
E speranze confuse.
Non mi servì pensare, desiderai che si avverassero, che le sue speranze non fossero fottute dalla vita. Come stava accadendo a me proprio in quell’istante. Così ci abbracciamo forte, proprio forte. E a me mancò il fiato. Credo pure a lei. Poi non sapendo cos’altro dirci, ci dicemmo addio. Ma io sperai fosse un arrivederci. Perché negarlo? Lo sperai con tutto me stesso. Alzai lo sguardo al cielo alla ricerca di un Cupido qualunque. Una freccia che la colpisse giusto in mezzo al petto, che ora si alzava e si abbassava frenetico dando un ritmo convulso al suo respiro. Invece sono passati anni e non l’ho più rivista, ma allora non lo sapevo e nemmeno lei. Chi conosce il suo destino prima che si compia? Io no di certo. Poi uscì dalla macchina, mentre la sera scendeva su una Napoli spettrale come non l’avevo mai vista prima. Mi fece paura. Avvertii il vuoto sotto i piedi, anche se ero seduto e non c’era nessun posto del cazzo dove potessi cadere. Si allontanò di venti passi. Li contai uno a uno, osservando la sua figura esile, i capelli lisci e neri, il capo chino. Mi mancò l’aria mentre si allontanava.
Sembrò accorgersene.
Si girò.
Io diedi un colpo di clacson e la salutai con la mano come si fa con i bambini. Lei era la mia bambina e ricambiò con un gesto ritmico della mano. Ripensai a tutti i miei sbagli, sperando tornasse indietro e li dimenticasse. Ripensai ai suoi, l’avevo già perdonata. L’avrei perdonata mille volte ancora.

Invece sparì sotto l’arco che delimitava la strada e non la vidi più.

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di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti Contrassegnato da tag

4 commenti su “Nessun posto dove potessi cadere

  1. Avevano parlato a lungo di passione e spiritualità.
    E avevano toccato il fondo della loro provvisorietà.
    Lei disse sta arrivando il giorno,
    chiudi la finestra o il mattino ci scoprirà.
    E lui sentì crollare il mondo,
    sentì che il tempo gli remava contro,
    schiacciò la testa sul cuscino,
    per non sentire il rumore di fondo della città.
    Una tempesta d’estate lascia sabbia e calore.
    E pezzi di conversazione nell’aria e ancora voglia d’amore.

    Lei chiese la parola d’ordine, il codice d’ingresso al suo dolore.
    Lui disse “Non adesso, ne abbiamo già discusso troppo spesso,
    aiutami piuttosto a far presto,
    il mio volo lo sai partirà tra poco più di due ore.
    Sentì suonare il telefono nella stanza gelata
    e si svegliò di colpo e capì di averla solo sognata.
    Si domandò con chi fosse e pensò “E’ acqua passata”.
    E smise di cercare risposte, sentì che arrivava la tosse,
    si alzò per aprire le imposte,
    ma fuori la notte sembrava appena iniziata.

    Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai.
    Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai.
    Lei disse misteriosamente “Sarà sempre tardi per me quando ritornerai”.
    E lui buttò un soldino nel mare, lei lo guardò galleggiare, si dissero “Ciao!”
    per le scale e la luce dell’alba da fuori sembrò evaporare.

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