Storia di vecchi, amore e bancolotto

di Rosario Dello Iacovo

Il vecchietto a cui avevo chiesto tre numeri nel bancolotto a Sangiovanniello mi ispirava. Aveva la faccia incartapecorita di chi nasce già vecchio e ne sa una più del diavolo. Le rughe profonde rimandavano a vaticini antichi, profezie infallibili, che correttamente interpretate ti spalancano le porte della buona fortuna. Quel vecchietto era una scienza esatta, me ne dava tutta l’impressione. Perciò mi immaginavo sull’aereo per Londra a prendere un po’ d’aria buona dalle parti di Stamford Bridge. Poi una lunga passeggiata dopo la partita lungo il corso tortuoso del vecchio Tamigi. Felice, sotto una pioggerellina che in verità a Londra ho visto raramente negli ultimi anni. Forse mai. Devo chiudere gli occhi e pensare a un giorno qualunque compreso fra il 1984 e il 1987. Allora sì, pioveva sempre.

A differenza del vecchietto del bancolotto, io sono un vecchio che invecchia poco, con moderazione e un certo aristocratico distacco. Più che altro, sono un vecchio che non si rassegna. Per usare un concetto anglosassone, preferisco rappresentarmi a me stesso come un old-boy. Laddove la parola vecchio non può essere pronunciata se non ineludibilmente abbinata al suo esatto contrario. Cioè, un vecchio è uno che a un certo punto finisce in un ospizio a farsi maltrattare da inservienti dispotici che lo lasciano galleggiare nel suo stesso piscio. Sempre che non lo leghino pure al letto in modo che non gli rompa i coglioni. Un old-boy invece va al pub a farsi la sua pinta anche il giorno prima di crepare. In certi casi anche lo stesso giorno in cui crepa, dipende dall’ora del tragico evento. Poi saluta e si leva dalle palle del mondo. In quanto vecchio-giovane ed essendo la speranza legata per forza di cose al futuro, sono un vecchio che spera. Sì, lo confesso, io spero sempre, anche quando non è proprio il caso. Oltre che un vecchio-giovane, quindi, sono un vecchio maledettamente ostinato.

E così, sperando sperando, ogni tanto mi gioco quei cinque euro terno secco su Napoli e cinque per tutte le ruote. Stasera ero certo di vincere. Avevo l’asso nella manica: il vecchio nato vecchio, l’oracolo del bancolotto di Sangiovaniello. Immaginerete la delusione quando controllo i numeri estratti e scopro che ho azzeccato solo il 29, dell’infallibile terzina che nel vaticinio includeva anche il 16 e il 18. Per giunta quel 29 è uscito a Milano, a Napoli sono usciti proprio altri numeri. Ultimamente Napoli mi ha schifato, Milano almeno mi ha concesso il contentino. Magro, ma pur sempre un premio di consolazione. In ogni caso, cazzo, culo e sangue, a cui i numeri corrispondono nella smorfia napoletana, di questi tempi sarebbero stati non privi di una certa metaforica attinenza. Pensando subito dopo al vecchio vate mi sono detto: “sarà stato fortunato in amore”. E qui mi sono immaginato inenarrabili numeri da kamasutra sui banconi di legno rosicati dai tarli e le carte polverose dei vecchi bancolotti napoletani.

Io, che comunque non sono un grande giocatore, negli ultimi mesi ho giocato sempre due terni: 5, 9 e 66 e 2, 12 e 89. Poi aggiungevo il 19 e li facevo diventare anche quaterne. Giocate secche, naturalmente. Mo’ non mi chiedete cosa vogliono dire, sono questioni personali. Se volete segnateveli e giocateveli pure, non mi dovete niente. Tanto io non me li gioco più. O chissà, forse me li giocherò ancora qualche volta. In ogni caso ho sempre fatto zero e ultimamente pure con l’amore non è che ci vado troppo d’accordo. Però se prendete, ve ne andate a Stamford Bridge e dopo vi fate la lunga passeggiata sul corso a lucertola inquieta dell’old Thames di cui sopra, beh, pensate a me come a un nuovo vate. Un old-boy a cui augurare di riuscire a farsi quell’ultima pinta, il giorno in cui dovrà crepare. In uno di quei pub fumosi di un tempo, quando la legge antifumo non aveva ancora sancito che morire di cancro ai polmoni fosse più socialmente inaccettabile che morire di fame. Proprio uno di quei pub. Quelli coi vetri appannati e la puzza di fritto, osservando la pioggerellina bagnare impercettibilmente il volto dei passanti. Come era una volta, come non sarà mai più. Attenti però, non sempre i vaticini sono veritieri, avvertiva Plinio. Plino il vecchio, naturalmente.

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