I gruppi napoletani degli anni Novanta e la scelta politica del dialetto

di Rosario Dello Iacovo

È lecito ipotizzare che la scelta di cantare in dialetto da parte dei gruppi napoletani degli anni Novanta sia stata motivata da ragioni sociali e politiche piuttosto che linguistiche?
La domanda è: 99 Posse, Almamegretta, 24 Grana, per citare i gruppi più noti, scelgono di cantare in napoletano per farsi capire o per schierarsi con i ceti meno abbienti, attraverso l’uso di uno strumento di immediata riconoscibilità come la lingua?

La questione non riguarda solo l’area napoletana, ma più generalmente e con diversa ampiezza, l’intero territorio nazionale. Un indizio forte a favore della scelta politica viene da un’analisi storica. Questi gruppi nascono nei primi anni novanta, nel clima di forte rinnovamento delle abitudini giovanili, dei codici espressivi, del mutamento paradigmatico netto e senza indugio dell’immaginario degli anni ottanta.

Sono gli anni della “Pantera”, decine di migliaia di giovani, recuperano un ruolo di assoluto protagonismo, centinaia di facoltà vengono occupate per mesi. Quest’energia trova ben presto una forma d’espressione privilegiata nella cosiddetta “musica delle posse”. È un genere strano, musicalmente si rifà all’hip hop nero statunitense che in quegli anni è dominato dal modello Public Enemy, una sorta d’appendice mediatica e spettacolare che conclude in termini simbolici la stagione del Black Panthers Party. Un’altra influenza è rappresentata dal reggae e ancora di più dal raggamuffin’, musica giamaicana dai ritmi molto veloci. Se da un lato possiamo parlare quindi di globalizzazione, intesa come capacità di determinati generi musicali di diffondersi ovunque nel mondo, dall’altro la risposta che avviene nei singoli paesi è certamente orientata da un gusto locale. In Italia, in particolare, il genere dà vita a una nuova stagione di musica in dialetto. La questione può essere inquadrata quindi nella categoria del glocal, ovvero una reazione locale a un input globale.

Dal Veneto al Salento, dalla Sardegna alla Campania, nascono centinaia di posse che cantano quasi sempre in dialetto, alternandolo qualche volta all’italiano. Chiaramente, nelle aree del paese dove c’è una maggiore vitalità del dialetto e una tradizione letteraria locale, le testimonianze sono più ricche e significative. Non si tratta però di un dialetto di tipo tradizionale, e nemmeno il tentativo di recupero colto effettuato da gruppi come la Nuova compagnia di canto popolare negli anni settanta.

È un dialetto urbano, contemporaneo, che ricorre a prestiti dall’inglese e dal patois giamaicano che vengono tradotti nel gergo giovanile napoletano. Il primo singolo dei 99 Posse, per esempio, si chiama “Rafaniello” e prende in giro i dirigenti del neonato Partito della Rifondazione Comunista, definendoli con la metafora del ravanello: rosso fuori e bianco dentro. L’immagine è presa pari pari dal pezzo raggamuffin del cantante giamaicano Macka B “Coconut” (noce di cocco) che attacca i buppies (yuppies neri) accusandoli di essere neri fuori ma bianchi dentro. In definitiva la musica delle posse si propone di essere uno strumento immediatamente politico se pur atipico, una sorta di comizio moderno, in cui il contenuto testuale non è dissimile dalle analisi del movimento.

Nell’Italia del 1990 l’italiano è ormai un patrimonio acquisito. La lunga marcia di questo idioma può dirsi in qualche modo se non conclusa, quantomeno arrivata a un punto mai raggiunto prima. Anche nelle regioni in cui più forte e diffuso è l’uso del dialetto, l’italiano è diventato strumento di comunicazione socialmente condiviso e, pure se non sempre i parlanti sono in grado di esprimersi compiutamente nella lingua nazionale, la comprendono senza difficoltà.

Dentro questo panorama linguistico cantare in dialetto non ha quindi la finalità di farsi comprendere dalla propria comunità, quanto piuttosto il senso dell’appartenenza, dell’adesione alle rivendicazioni sociali dei movimenti attraverso i modi espressivi e il repertorio linguistico delle classi subalterne, ancora profondamente dialettofone. Il fenomeno è ancora più evidente se consideriamo che i cantanti di queste formazioni musicali, hanno spesso l’italiano come prima lingua.

Più nello specifico. A Napoli, a partire dal XVIII secolo, inizia l’abbandono del dialetto da parte della borghesia. È un processo lungo che raggiunge il suo punto di massima intensità nel secondo dopoguerra. Il fenomeno va, con ogni probabilità, messo in relazione con la separazione anche fisica fra le classi sociali. Il modello abitativo tradizionale vuole la compresenza nel centro storico e negli stessi edifici di ricchi e poveri. Ai pieni inferiori i primi e a quelli superiori i secondi. Questo, al di là delle ovvie variazioni diastratiche, da al dialetto una sostanziale unitarietà, rendendolo a tutti gli effetti strumento espressivo condiviso dall’intera comunità cittadina. A partire invece dal Settecento inizia l’esodo delle classi agiate verso i quartieri di Posillipo e Chiaia. Nel secondo dopoguerra il movimento assume dimensioni di massa, con l’insediamento nei nuovi quartieri collinari del Vomero, dell’Arenella, dei Colli Aminei.

Il dialetto comincia ad essere percepito come disvalore, perché il processo di diffusione e affermazione dell’Italiano avviene secondo i precetti manzoniani. Sostituzione dei dialetti da parte dell’Italiano. Il napoletano, seguendo il destino di tutti i dialetti della penisola, perde terreno nei confronti dell’idioma nazionale, anche se mantiene una vitalità ampia e certamente maggiore di altri idiomi locali, alcuni dei quali nel giro di pochi decenni scompaiono. La generazione che dà vita alle posse cresce con la raccomandazione dei genitori di “parlare bene”, di parlare cioè italiano. È quindi una generazione che ha come prima lingua l’idioma nazionale, e proprio per questo finisce per sviluppare una nostalgia del dialetto, come strumento espressivo, di collocazione socio-politica, in ultima istanza di appartenenza antagonista.

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