Come a Genova

di Rosario Dello Iacovo

Vladimir Esposito
Torino, viale Massimo D’Azeglio, 19 maggio 2009, ore 13.36

Piovono lacrimogeni. Da ogni parte. Dalle vie laterali, dai tetti, dall’elicottero che vola basso in cerchio sulle nostre teste. Me ne accorgo subito che sono CS, quando sento la pelle bruciare e vedo la ragazza con la quale stavo parlando poco fa, piegarsi in due e vomitare. Le tengo la fronte ma inizio a stare male anch’io. Altri soffocano, qualcuno sviene, molti presi dal panico muovono le gambe come se corressero senza imboccare una direzione precisa. Restano fermi sul posto.

Anche un ragazzino davanti a me con i pantaloni larghi. Avrà diciotto anni, le braccia tatuate a colori sgargianti e una camicia hip hop che svolazza da tutte le parti come una farfalla impazzita. Mi fermo un istante a guardare le evoluzioni del cotone, sospinto dal vento e dal movimento frenetico nell’aria calda di maggio. Lui urla, si tiene la testa tra le mani e non sa dove andare. Vorrei aiutarlo. La ragazza che ho lasciato a vomitare, della quale non so nemmeno il nome, è sparita. La cerco con lo sguardo; non la vedo da nessuna parte.

Come a Genova – penso. Mentre tiro fuori dallo zaino la maschera antigas in gomma nera col muso lungo. Dopo gli scontri di ieri ho ritenuto prudente portarmela dietro. Mi guardo nel parabrezza di una macchina in sosta e sembro un cazzo di fante della prima guerra mondiale. Sotto il tiro dell’odio e dell’iprite. Sotto il fuoco nemico di una democrazia del ventunesimo secolo. Per le braccia invece non c’è rimedio, se non quello blando del k-way che tengo annodato in vita e mi affretto a indossare calandomi rapidamente il cappuccio.

Alla testa del corteo si alza una nuvola di fumo acre e denso. Non so perché mi ricorda il fungo atomico sterminatore e figlio di puttana di Jule Winnfield in Pulp Fiction. Ma non è un film, stanno caricando. Mi rendo conto in quel momento che la linea di scudi in plexiglass ha impattato pacificamente la zona rossa. Questo però non basta a evitare la reazione dei reparti antisommossa blu, verdi e neri. Sembra il Risiko. È solo l’arcobaleno della repressione, che distribuisce gas tossici e manganellate a piene mani. Copiosi. Come se il giorno dopo sparissero dai magazzini delle caserme.

Mi guardo intorno alla ricerca di una via di fuga. Devo pensare veloce, cazzo. Davanti ci sono le cariche che costringono la testa del corteo a rinculare disordinatamente ed è tutto un ruzzolare e calpestarsi. A sinistra il parco del Valentino nel quale sono riuniti in convegno quaranta rettori dei più importanti atenei del mondo.

È per loro che siamo qui, per contestare fra le altre cose l’idea che si rinchiudano in un castello lasciando gli studenti a distanza di sicurezza. Lo abbiamo ribattezzato G8 dell’università e come tutti i G8 che si rispetti ha la sua zona rossa, un territorio dove i potenti del pianeta si barricano per decidere le sorti di milioni di persone. Senza che queste possano neanche entrare per mandarli democraticamente a fare in culo. E fuori i cani da guardia dell’impero.

Li vedo uscire dal fumo alla mia destra. Sono maledettamente vicini, bardati nelle armature possenti che li fanno sembrare un fottuto esercito del male. Stavolta non provo nemmeno a pensare: scappo. Attaccano i primi che trovano a tiro, roteando i manganelli e facendoli calare pesantemente sulle loro teste. Mi fanno paura, anche perché sono solo e non ho nessuno fidato con cui organizzarmi per provare a resistere. Vado indietro. Corro verso lo spezzone del corteo che precede quello in cui mi trovo e qui la situazione sembra più tranquilla, ma altri reparti antisommossa stanno uscendo da tutte le laterali.

È una trappola, come a Genova – ripeto come un mantra, come chi dice a se stesso “lo sapevo”. E lo sapevo davvero. Da quando ho scoperto che il responsabile dell’ordine pubblico è Spartaco Mortola. Già capo della Digos di Genova durante il G8 in cui ammazzarono Carlo. Condannato in appello a tre anni e otto mesi di reclusione per l’assalto alla Diaz. Secondo l’usanza italiana del promuovere per rimuovere, ora è vicequestore a Torino. Mi viene naturale pensare che presto sarà questore. Il premio per la manovra a tenaglia con la quale sta stringendo il corteo conquistando altri scalpi da aggiungere alla sua cintura. Senza nemmeno essere un Aquila della notte del cazzo.

Ovunque guardo vedo l’identica scena. Adesso è veramente il caos. Manganelli e urla, sangue e puzza di sudore. Terrore, sul volto delle stesse persone che fino a poco fa procedevano felici per le strade di Torino in una giornata straordinariamente calda per esser maggio. Ventimila, partiti da Palazzo Nuovo e diretti al castello del Valentino. Un lungo serpentone colorato. Onde di gommapiuma nel cielo azzurrissimo di stamattina. Slogan urlati contro la crisi. Qualche uovo pieno di vernice lanciato su banche e agenzie interinali. Più che meritato. In ogni caso, niente che possa giustificare la reazione spropositata che vedo intorno a me e gonfia le vele della repressione con il vento gelido dell’odio.

Certo, qualcosa è accaduta anche ieri. Una dirigente di rifondazione si è ritrovata il braccio spezzato. Qualche carica. Lacrimogeni e petardi sono finiti immediatamente su YouTube, nella rituale controinformazione sterile dei nostri tempi. Il segretario del Prc Ferrero si è appellato, indignato come da copione, al diritto di manifestare. Come se la Costituzione in questo paese fosse mai stata altro che un mucchietto di carta straccia. Buona al massimo per pulirsi il culo.

La mattanza continua e io mi sento veramente fottuto. Però davanti a me alcuni manifestanti iniziano a raggrupparsi, lanciandosi grida di incitamento. Sento accenti familiari. Mi rendo conto che molti sono napoletani come me. Devono essere quelli dell’Onda e dei comitati antidiscarica, di cui ho visto prima le bandiere. Anche gli sbirri urlano e tanti sono campani e meridionali come noi. Ma stiamo combattendo gli uni contro gli altri nel cuore di una città sabauda. Bizzarrie della storia, o la prova che sangue e razza sono invenzioni del potere. Cazzate buone per gli stupidi e i nazionalisti, che poi sono la stessa cosa. Cerco di beccare qualche faccia amica e qualcuno lo riconosco. Sono attivisti del movimento napoletano e indossano tutti il paliacate: il fazzoletto rosso dell’EZLN. L’esercito zapatista.

Poi vedo G, col quale ho fatto un pezzo di strada insieme. Lui non era mai stato a Torino e mi ha fatto ridere quando, ammirando l’architettura della città, l’ha definita una capitale europea. Se l’era sempre immaginata grigia, fredda, a misura di Fiat. Oggi invece il sole scalda le colline. Si riflette sul corso del Po, producendo fasci di luce che rimbalzano sui suoi occhiali da sole. Ci scambiamo un sorriso e un cenno d’intesa, mentre mi unisco a loro che stanno formando dei cordoni. Reagiamo, iniziando un fitto lancio di oggetti che disorienta i celerini. Si sono spinti troppo avanti, contro le più elementari regole della prudenza. O convinti di averci in pugno. Illusi. Invece siamo noi a caricare, determinati, e loro scappano. Uno spettacolo vederli correre con la stessa espressione di terrore che pochi istanti fa avevamo in faccia noi, mentre continuano a essere bersagliati da una fitta sassaiola.

Il corteo, che i giornali di stamattina hanno diviso in buoni e cattivi, prende coraggio e inizia compatto a respingere gli attacchi su tutta la linea. Risaliamo le laterali, allentiamo la morsa e permettiamo a tanti di defluire al riparo delle cariche. Poi è tutto un fronteggiarsi a più bassa intensità. Cassonetti rovesciati a formare barricate improvvisate e un po’ velleitarie. Con i due schieramenti che vanno ritmicamente avanti e indietro, senza che nessuno riesca a prevalere sull’altro. Dura un’ora o forse meno, non lo so. In queste situazioni la percezione del tempo si altera. Si distorce in un flusso adrenalinico irregolare che poi ti precipita addosso, schiacciandoti, quando tutto è finito.

Ma non è stata un’altra Genova: solo questo conta, e sembra che nessuno sia stato fermato. Così il corteo si riforma e si muove verso Palazzo Nuovo da dove siamo partiti stamattina. Rivedo la ragazza che avevo perso nella calca e le chiedo come sta. Lei mi guarda e ancora visibilmente scossa mi dice che va tutto bene, ma trema e ha gli occhi lucidi di rabbia e lacrimogeni. Si chiama Claudia. Ora so il suo nome.

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