Io, Bunker, Troy e Max Dembo

Anne: «No beast so fierce but knows some touch of pity»
Richard: «But I know none, therefore am no beast»
William Shakespeare, Riccardo III, Atto primo.

di Rosario Dello Iacovo

Mi annoia la saggistica. Da troppo tempo non sopporto i libri di politica. Pretendono di spiegare con formule complesse la banale semplicità del male. Pensano addirittura di avere rimedi per guarirlo. Poi rileggo Edward Bunker e ogni volta mi viene voglia di scrivere. Sempre. Provo a digitare il primo tasto e il confronto mi inibisce, ma tengo duro. Ci provo. Amo la sua inarrivabile scrittura. La sobria eleganza con la quale esprime il tormento di vite perdute che si inerpicano su strade in salita. La sintesi e la bellezza di ogni sua singola frase. Amo Troy Cameron e Max Dembo come fratelli che non ho conosciuto. Amo gli atroci dubbi e l’arroganza forzata di uomini costretti perennemente a un’eroica sconfitta. Nulla in definitiva mi sembra più politico di un romanzo sul crimine, in una società che è la forma organizzata e appena compatibile di crimini reiterati da secoli. E allora leggo e un po’ scrivo. Poi ritorno a leggere, come a cercare nuova ispirazione. Oppure, semplicemente, la cura per la bestia feroce che di notte a volte mi divora. Mi impedisce di dormire. Nulla è più politico del dolore, nulla è senza dubbio così umano.

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