Negrodimmerda (racconto politicamente scorretto)

Doverosa premessa. Non sono razzista. Anzi, odio i razzisti. Questo racconto nasce da un episodio avvenuto alcuni anni fa al centro storico di Napoli. Il razzista, che nel racconto parla in prima persona, è la sintesi dei quattro biechi personaggi che sentivo discutere tra loro a proposito di migranti. Il resto è puro adattamento di fantasia, anche se gli altri personaggi si basano su persone reali. Mi scuso se qualcuno si sentirà offeso dalle espressioni forti e dalla forma sgrammaticata di molti passaggi. Ho semplicemente cercato di rendere la vicenda nelle forme più aderenti alla realtà, che purtroppo è quella che è. E alla fine il razzista resta solo nel suo immutabile e stupido pregiudizio.

Per quanto mi riguarda, vale il motto: “One world, one race”. Non ho mai avuto dubbi al riguardo.

di Rosario Dello Iacovo

Negri dimmerda, bastardi negridimmerda, scimmie del cazzo. Vengono qua a casa nostra e invece di ringraziarci che gli facciamo mettere il piatto a tavola, vogliono pure comandare? Non li sopporto, soprattutto quando con il loro fare untuoso cercano di mettere le mani sulla donna bianca. Chiavare, chiavare. Pensano solo a chiavare. Stendere la carne bianca e andare su e giù di stantuffo. Primitivi del cazzo. Dicono che il primo uomo era africano e io ci credo: perché il primo uomo era poco più di una chiavica di bertuccia in lotta per quattro radici in mezzo alla giungla. E come se la tirano sti cazzo di mandingo. Se la tirano e pensano di essere meglio di noi. Come questa testa negroide che sta in posa davanti a me ora. Non solo ti permetto di stare qua, in questo vicolo che è praticamente casa mia. Non solo sorrido per non farti sentire quello che sei (un negro del cazzo), e tu che fai? Cominci a rompere la minchia alle ragazze che stanno con noi? Sta facendo uno spettacolino che non lo posso proprio guardare. Prima si mette a osservare il cielo con aria rapita, come chi sa che cazzo ha visto. Poi inizia una lagnosissima lagna con una voce tutta lagnosa. Tipo che lui una volta era tornato in quel cesso di villaggio dov’è nato, fra il Niger, il Malì e non so quale altro paese del cazzo e guardava il cielo. Allora sua madre gli si avvicina e gli fa:

«Che guardi figlio mio?»
«Guardo le stelle»
«Ma perché dove vivi tu non si vedono le stelle?»
Gli fa la vecchia negraccia succhiauccelli.
«No mamma, non sono belle come queste»
«Allora figlio mio, tu vivi nella giungla»

Si gira e ci guarda come se quello che ha appena detto dovesse farci impressione. Ah, questa è la giungla? E allora tornatene a raccogliere le bacche e a sfamare i leoni a casa tua. Poi comincia a parlare con Ede e la cosa già mi fa girare i coglioni. Ede è una ventenne esagerata, mora, alta quasi un metro e ottanta, capelli lisci neri e lunghi. Ti arriva con quell’aria dinoccolata e ti stende con un sorriso di un’intensità mostruosa. Litiga con tutti e tiene sempre qualcosa dire. Non spara cazzate, ha una bella testa fina e ragiona bene. Deve crescere però. Imparare che la rabbia va bene, ma solo quando è necessaria. L’autodisciplina è fondamentale e lo deve capire, cazzo. Non può fare la fine di questo prototipo di negro, che ora ha attaccato una pippa sul fatto che una volta, cielo e terra erano vicini. Poi quando l’uomo ha cominciato a coltivare il grano, si sono separati sempre di più. E che vuoi dire? Cosa cazzo ce ne frega di ste storie da contadini negri, mentre siamo fuori a goderci la serata a casa nostra?

A un certo punto dice che parla nove lingue. Qualcuno gliel’ha chiesto? Boh, io non ci penso neppure.

Perciò mentalmente gli rispondo:

«Negrodimmerda, parli tutte le lingue di quelli che sono venuti a farsi una pisciata a casa tua, più qualche dialetto di sette, otto parole a base di NG, MB, ND, che ti capisci solo tu».

Sono addirittura tentato di dirglielo, onesto, tanto che mi fa incazzare. Ma c’è Vladimir con me e quello si sa com’è. Cioè, è mio fratello, siamo cresciuti insieme, però c’ha quella testa a comunista che ci sborra su queste stronzate da terzo mondo. Lui ama tutto quello che è diverso. Vorrebbe conoscere tutte le lingue del mondo, andare in ogni posto. Crede nello scambio fra le culture, così dice, e qualche volta non voglio esagerare che mi convince, però qualche dubbio me lo fa venire. Piccolo chiaramente. Di quelli che mi dimentico cinque minuti dopo perché non sono un vomerese capellone del cazzo. Infatti, mo’ che fa? Si mette a discutere con il palla di neve sulle lingue del continente africano.

«Ci sono lingue semitiche, lingue bantù, woloof», dice.

E come al solito ne sa, il bastardo. È il tipo che ci ha costretti ad andare, che so, in Corsica e nei Paesi Baschi. Perché a lui piacciono quei posti dove minimo minimo ci sono attentati, guerriglieri, terroristi. Insomma, tutta quella manica di scoppiati che chiama semplicemente: «i compagni». Ma compagni di chi? Miei sicuramente no. Vladimir però è fatto così, prendere o lasciare. Si metteva dietro ai vecchi a farsi tradurre le cose, spiegare le parole, mentre noi rincorrevamo nell’ordine droga, fessa e vita. E lo dovevamo schiodare, un vero appassionato dei vecchi. Roba veramente da non crederci. Quando lo prendiamo per il culo dice che così si allena e non arriva impreparato alla vecchiaia. Sarà. A me mi sembra tutta una stronzata. Vorrei proprio sapere da chi ha preso e dove cazzo se le impara tutte ste cose. Però mi piace sentirlo parlare. Ha come un dono naturale, parla e la gente si mette intorno e ascolta. Lui invece no, non ascolta mai, perché pensa sempre di saperne più di tutti. Perché è un testa di cazzo presuntuoso, il classico «sotuttoiochecazzovuoi». Ma questo stronzo è mio fratello e guai a chi me lo tocca.

Poi il muso di carbone tira fuori un walkman e passa un auricolare a Ede e un altro a Sia. Sia è proprio araba, cioè ha una faccia che viene dritta dal medio oriente, pure se è nata e cresciuta qua. Bella, occhi grandi, scuri, Alì Babà e i quaranta ladroni, le notti di Bagdad. Insomma tutte quelle cazzo di cose che ti fanno pensare all’oriente. Ma io non ci vado perché fa caldo e puzza. Voglio stare a casa mia, dove sono nato, voglio mangiare solo la roba nostra e non vado nemmeno del cinese perché è un mangiare dimmerda e nessuno mi può dire niente. Però lei mi piace. La guardo e penso che si devono essere divertiti i saraceni dalle nostri parti. Poi li abbiamo cacciati a calci in culo e adesso vogliono ritornare? Non devono rompere il cazzo.

«Faccio l’assistente all’orientale, cattedra di Antropologia». Riprende il negretto.

E questo mi fa veramente incazzare. Sono italiano, disoccupato, e questo senza fare niente si prende i soldi miei, i soldi nostri, di questo paese che noi abbiamo costruito? Lui se la sciala e io a fare tarantelle dalla mattina alla sera per campare. Ma ho le mani legate perché Vladimir gli fa:
«Ah cazzo all’orientale, bello mi sa che vengo a vederla qualcuna delle tue lezioni»

Ede socializza alla grande e parea con la musica negra che fuoriesce dall’auricolare, sembra non capire nemmeno le intenzioni del negraccio. Sia invece guarda diffidente e si toglie il suo. Gli dice che non gli piace molto. La bambina la devo tenere d’occhio. Mi sa che sotto sotto è dei nostri e non me la devo far scappare. Così metto in piedi una bella famiglia italiana e voglio proprio vedere chi me li mette i mocciosi in classe con gli zingari. Poi finalmente arrivano altri due negri e lo convincono a schiodare e che ti fa il nostro testa di cazzo? Non ci chiede se vogliamo andare con loro, naturalmente senza togliere gli occhi dalle ragazze? Disgustoso! Allora non mi trattengo e faccio:

«Restiamo qua, grazie», negro (aggiungo mentalmente).

Allora lui si stende verso Sia e Ede e comincia a baciarle sulla guancia per salutarle. In realtà sta facendo il porco e le bacia due volte per guancia a testa e fa la sua figura di malato di merda. O almeno così credo, ma mi sbaglio, perché loro invece gradiscono e ridono. Poi finalmente si toglie dai coglioni.

«Bella quella cosa del cielo e della terra, è incredibile come tutte le culture abbiano una mitica età dell’oro, il tempo dei peccati non ancora commessi».
Commenta pochi attimi dopo Vladimir.
«Perché che c’entriamo noi con sta storia del cielo e della terra?» Rispondo io con l’espressione sincera di chi non ha capito un cazzo.
«C’entriamo Bidò, c’entriamo, il paradiso terrestre non è la stessa cosa? Poi Eva mangia la mela e questo è paragonabile al coltivare il grano di cui parlava Ammadoù»

Pure il nome ha imparato, a me l’ha ripetuto tre, quattro volte ma non mi entrava proprio.

«Cioè – riprende –, il libero arbitrio dell’uomo, la sua libera scelta diventano il peccato originale dal quale nasce il mondo in cui non c’è più armonia fra il divino e l’umano. È proprio vero al di là dei dettagli come il colore della pelle siamo tutti uguali. Penso che me lo faccio un giro all’orientale uno di questi giorni, Bidò vieni pure tu?»
Mi sento male, ma faccio sì sì con la testa e vado a prendere da bere. Il bastardo mi sta chiavando un’altra volta, ma trovo una scusa e col cazzo che ci vado a sentire quel negro parlare. Pure se ci vanno Sia ed Ede. Non me ne fotte proprio.

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di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti

4 commenti su “Negrodimmerda (racconto politicamente scorretto)

  1. sei bravo Rosario quando leggo un tuo racconto riesco a immaginare i personaggi il modo in cui parlano e gesticolano mentre lo fanno e perfincome sono vestiti!!! immagino perfino il luogo questa volta il tutto per me si è svolto sui gradini della galleria umberto quelli di fronte all’ingresso del san. carlo!!! complimenti ancora!!!

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