Bidone, l’uomo della pioggia

di Rosario Dello Iacovo

Vladimir Esposito, da qualche parte, ore 4.47

È una bella sera. Di quelle che piacciono a me. La gente lo chiamerebbe brutto tempo, ma la gente non capisce un cazzo. La gente è tutta mare, pubblicità di tizi che ridono, mangiano cuori di panna e se ne stanno al sole a spalmarsi creme abbronzanti, come i coglioni che sono. Io no. Non sono quel tipo, e adesso sto proprio bene. Un vento forte spazza il cielo e agita la pioggia, che viene giù zigzagando veloce fra le nuvole. Gocce grandi si rincorrono, sbatacchiate in tutte le direzioni come in un frullatore gigante che spruzza cascate pirotecniche. E io me ne sto da ore col naso incollato al vetro e guardo la natura che se la tira. Si vede proprio che stasera se la tira, a fare la protagonista.

Mi piace la pioggia. Pure da bambino quando d’estate, in vacanza, mi svegliavo sperando ogni giorno che piovesse. Ovviamente accadeva di rado e io me ne restavo con il broncio senza che nessuno capisse mai perché. Ero un bambino strano. “Vai anche tu a fare un castello di sabbia. Non vedi gli altri come si divertono?”, mi esortava mia madre una volta in spiaggia, richiamando indirettamente, con premura, la mia attenzione sull’esistenza di una norma socialmente condivisa. I bambini si divertono, io ero un bambino, quindi dovevo divertirmi. Ma col cazzo che ci andavo. Ho sempre odiato la sabbia, almeno quanto il sole e l’estate. Allora mio padre mi diceva: “Vieni qua che ti racconto una storia”. Io mi avvicinavo alla sua stuoia infuocata da ore di tintarella – quanto amava prendere il sole mio padre -, la spostavo sotto l’ombrellone e mi sedevo. Erano sempre storie di castelli e castellani, di eroi e cavalieri che salvavano damigelle e poi fate e draghi e mostri a tre teste. Così, poco a poco, la smettevo di tenere il muso, pur senza smettere di essere un bambino strano. Taciturno, più di ogni altra cosa.

Mi piace la pioggia e mi piace stare solo come stasera. In mano ho una canna e il calore dell’hashish mi dà una sensazione di quiete. Una volta mi facevo di coca ed ero sempre così schizzato da fare paura anche a me stesso. Soprattutto a me stesso. Invece ora no, mi godo questa sensazione morbida di torpore che va su e giù per il corpo e rende tutto così fluido. Le casse del computer suonano Life on Mars di David Bowie. Mi è sempre piaciuta questa canzone che parla di una ragazza con i mousy hair, di una madre che urla no, di un padre che le dice di andarsene e di un amico che non si è fatto vivo. Mi fa pensare a una storia che ho vissuto e poi amo il duca bianco. Per me è il numero uno e c’è poca merda da farne pallottole.

Prima mi ha chiamato Bidone chiedendomi di uscire. Ho gentilmente declinato l’invito. Stasera è tutta per me e voglio guardare la pioggia cadere. Lui se l’è presa, il solito permaloso del cazzo. Poi mi ha detto che passo troppo tempo da solo e questo mi fotterà il cervello. Così: una condanna senza appello. Forse ha ragione, ma non posso farci niente. Mi piace stare qui senza che ci sia bisogno di parlare. Niente stronzate. Niente chiacchiere sul più e sul meno. Niente cose da dire per far vedere che sei uno che sa come va la vita. Io non so un cazzo della vita. Soprattutto, niente occhi di tipe che ti guardano, ti guardano, ti guardano. Che cazzo c’avranno da guardare se poi si limitano alla corazza di stronzo che ti sei cucito addosso? In verità, ogni tanto una che guarda oltre la trovi. Poi, una volta che ha visto bene la differenza fra quello che sei e il ruolo che interpreti per sopravvivere ai tuoi demoni, ti fa a pezzi. Ogni tua contraddizione diventa nelle sue mani amorevolmente crudeli un’arma affilata che strappa dolore e brandelli di carne. Altre volte invece sei tu che fotti i sogni di qualcuna. Come scarpe che hai amato e senza rimorso indirizzi nel cestino della monnezza per un viaggio di sola andata. Sei tu che ti fai trovare a letto con un’altra; è capitato. Che lasci tracce sudice ed evidenti della tua voglia insana di piacere a tutti i costi, quando in realtà vorresti piacere solo a te stesso. Amarti, essere fiero di te.

Ma stasera va tutto bene e mi basta il tepore della mia compagnia. Quello che non va bene è lo squillo che all’improvviso taglia l’aria. Il cellulare mi riporta coi piedi per terra, interrompendo le divagazioni oniriche. Solo ora penso che avrei fatto meglio a spegnerlo, ma è troppo tardi. Do un’occhiata al display, ma in realtà non ce ne sarebbe bisogno, sono le cinque del mattino e solo uno stronzo al mondo può arrivare a tanto.

– Pronto? – Mi fa una voce esitante dall’altro lato, visto che io non parlo.
– Si, Bidò sono io che cazzo vuoi? – Feroce, per fargli capire che mi sta cacando il cazzo.
– Oh Vladimir, che cazzo di modo di rispondere a un socio?

Odioso. L’idea che stessi dormendo non lo sfiora nemmeno. Ma ha ragione perché mi conosce e sa che non dormo mai, soprattutto con un tempo come questo.

– Mica stavi dormendo? – Chiede mellifluo e falso il grosso e pericoloso serpente che si trova in un luogo indefinito dall’altra parte della linea.
– Beh, anche se stavo dormendo ormai mi avresti svegliato, quindi ribadisco: Che cazzo vuoi?
– E’ successo un casino.
– Cosa? – Alzo gli occhi al cielo e sento l’odio salire appena mitigato dall’effetto della canna. Conosco già questa storia, in tutte le sue varianti, e quello che conosco non mi piace per niente.
– Una rissa, ma avevamo ragione noi.
– Ovviamente – gli faccio io –, possibile mai che fosse colpa vostra? Dove è successo?
Non coglie l’ironia e prosegue dritto a duecento all’ora, smascellando come il tossico che è.
– Lo sapevo che avresti capito subito fratello, non è colpa nostra. Lo sai, non siamo i tipi. – Sento il tintinnio di una moneta da due euro e sessantacinque, ma non dico nulla. – Comunque è successo al Target – aggiunge lui.

Il Target è il peggior locale della città. La sua clientela è un’accozzaglia di malavitosi della zona, studenti fuoricorso senza speranza di laurearsi nemmeno per sbaglio, rampolli inquieti della città bene e pusher di coca. Una marmaglia che a contatto produce inevitabilmente scintille. Spesso divampano nella notte. Producono incendi in certi casi devastanti, ma quando le fiamme si spengono non è raro vedere gli stessi personaggi tornare a bere e pippare insieme. Almeno quelli sopravvissuti, s’intende. Il Target chiude tardi. Più tardi di qualsiasi altro locale. Così a questa allegra massa di teste di cazzo si aggiungono pure i proprietari degli altri posti che vanno lì a finire la serata. Degna ciliegina su una torta di merda appena sfornata, tradizionalmente calda e fumante. E dire che è poco più di buco sotto terra, grande come una casa di tre, quattro stanze, ma sempre pieno di stronzi. E’ il posto dove se vai all’una e chiedi: “C’è gente?”, ti guardano tutti schifati dicendoti: “Mo’??? Ma è presto!”. Devono avere un altro fuso orario e lo sa il cazzo su quale paese è sincronizzato.

– C’erano questi due stronzi – riprende poi Bidone – e Tiziano il buttafuori non li voleva far entrare. Gli sono puzzati subito. Stavano tutti persi e volevano rompere il cazzo. Hanno insistito e quando hanno capito che non l’avrebbero spuntata, uno di loro ha tirato fuori un coltello e l’ha puntato sotto la pancia di Tiziano, chiedendogli con un sorrisetto: “E’ buona questa tessera?”. Allora Tiziano, che oltre a essere un metro e novanta fa pure lo sbirro…
– Lo so Bidone – lo interrompo – come saprai, anche io conosco Tiziano. – Rialzo gli occhi al cielo, invocando un fulmine che mandi in cenere il ripetitore.
– Ah si vero, vero, comunque Tiziano ha cacciato il ferro e glielo ha messo in faccia rispondendogli: “Questa è meglio!”.

La prima cosa che penso è che stanno girando un remake delle Iene e nessuno mi ha detto niente. Poi più realisticamente e senza effetti cinematografici realizzo che sono solo quegli stronzi dei miei amici. Perciò mi armo di santissima e venerabilissima pazienza e gli chiedo:

– Embè Bidò, tu che cazzo c’entravi?
– Aspetta che te lo dico, non andare di fretta. – E tira su con il naso, fugando definitivamente i miei dubbi sul suo stato di tossicità acuta. – Il tipo del coltello sta con una ragazza con cui, ehm, ho avuto una storia… – E lascia in sospeso la frase con un tocco di leggiadria e aristocratico riserbo che mi commuoverebbe, se solo non sapessi lo stronzo di merda che è.
– E allora?
– Cioè, una storia quando già stava con lui – precisa -. Così, la tipa corre giù a chiamarmi. Io esco, parlo con Tiziano e lo tranquillizzo. Intanto un socio del tipo con la lama si stava spiegando con Marco, uno dei proprietari che conosceva. Alla fine li hanno fatti scendere con la raccomandazione di non fare casino.
– Ok e la rissa come è successa? – Chiedo, mentre penso che mettere il coltello sotto la pancia di un buttafuori sbirro, come dire, è già fare casino. Ma lui lo considererebbe un dettaglio, goliardia notturna sulla quale farsi quattro risate raccontandola qualche tempo dopo. Perciò non varco le colonne di Ercole del punto interrogativo e chiudo lì la frase.
– Aspetta che ci arrivo. Aspetta un attimo. – E lo sento nitidamente attraverso l’altoparlante del telefono farsi una pippata. Il bastardo.
Mi innervosisce vedere la gente pippare, rimanda i pensieri all’inferno della mia dipendenza, alle mattinate insonni col sangue che mi colava dal naso, alla speranza che il cuore cedesse di schianto liberandomi da quella merda che avevo la decenza di non chiamare più vita. Da un pezzo. Ora voglio solo che finisca in fretta per tornare a godermi la mia pioggia. Ma non immagino nemmeno quello che mi aspetta, altrimenti metterei giù il telefono. Anzi lo butterei dritto nel cesso.
– Niente, vabbè – riprende -. Una volta scesi giù la tipa comincia a strusciarsi e a ringraziarmi. Non la finiva più e tutto un coro di: “Grazie Bidone, se non c’eri tuuuuuuu, ma come sei dolce”. Così il suo tipo ha cominciato a guardarmi storto, ma lei non la smetteva e ti giuro: ho fatto di tutto per allontanarla.
– Immagino Bidò, immagino. – Intanto bestemmio in basco antico e decido che domani cambio numero di telefono.
– Ok, niente, allora il tipo mi fa “Si fratè grazie per essere intervenuto, ma mo’ ti stai allargando un po’ troppo. Levale le mani di dosso e vatti a cercare una troia da qualche altra parte.
– E tu? – Con un tono che vorrebbe simulare nell’ordine: apprensione, sorpresa e curiosità.
– Beh, guardando la tipa gli ho detto che se era solo quello, la troia l’avevo già trovata e pure prima di lui. Casino. E’ successo un vero macello, il tipo è scattato. Allora gli ho detto: “Non qua, usciamo” e me lo sono tirato. Arrivati fuori gli ho chiavato una capata in faccia, ma così forte che si è sentito il rumore in tutto il vicolo. A quel punto ho scoperto che il tipo non era solo con l’altro che avevo visto prima alla porta.
– Quanti erano?
– Ma un quattro o cinque. Mi hanno acchiappato da dietro e mi hanno dato due coltellate nella gamba.
– Oh cazzo Bidò, ma mo’ come stai? Sei andato in ospedale? Dove sei? A questo punto l’apprensione diventa vera. Voglio bene a questo stronzo, mi ha salvato il culo parecchie volte e sotto sotto credo sia una persona migliore di quello che la gente e lui stesso pensano.
– Tranquillo Vladimir, una cosa alla volta. – Risponde lui col tono glaciale di chi non perde il sangue freddo.
– Sto bene, mi ha medicato Gianni del Target che è infermiere professionale. Lo sai, per queste storie è meglio non andarci proprio in ospedale, e mo’ sto a casa di un amico.
Sento che vuole aggiungere qualcosa, ma si trattiene e lo fa apposta perché vuole che sia io a chiederglielo.
– E voi che avete fatto? – Mi adeguo allo stupido teatrino di periferia nel quale, mio malgrado, stasera sono piombato.
– Prima cosa mi sono fatto medicare, poi mi sono pippato un pezzo di coca, ma così, solo per il dolore e per recuperare quel poco di energia che mi era uscita dalla gamba.
– Lo so Bidò, tu ste cose mica le fai perché ti piacciono.
– Esatto, socio. – Lo dice come se davvero ci credesse, con la solita capacità straordinaria di mentire a se stesso che ho sempre invidiato.

Intanto, ci sta dando ancora dentro perché sta fattissimo. Continua a tirare su con il naso e parla come un cazzo di pezzo jungle a 180 bpm degli anni Novanta.

– Allora, niente. Dopo la pippata mi sono ricordato che un’amica della tipa prima mi aveva detto che facevano un after a casa sua a Pontesanto. Allora ci siamo messi in macchina io, Belfagor, Ginetto, Claudio e Pippone e ci siamo presentati a casa della tipa. Peccato che non c’eri fra’. – Conclude sinceramente dispiaciuto.
– Sì, mi sarebbe piaciuto esserci, fra’. – Rispondo con ben simulato rammarico, ringraziando in ordine sparso tutte le divinità che mi vengono in mente per non essere stato in quella macchina.
– Belfagor voleva portare pure il ferro, ma io gli ho detto che bastavamo noi e, nel caso, le lame che tenevamo in tasca. Arrivati là sotto – Sniff Sniff, fa ancora con il naso – scusa fratè, cazzo sto tutto raffreddato. – Dice ridacchiando.
– Si sente Bidò, ma è il cambio di stagione, ti devi coprire di più.
– Sì, sì, hai ragione, è il cambio di stagione. – E ride – Comunque siamo arrivati là e sti stronzi stavano uscendo dalla macchina proprio in quel momento. Erano sicuramente andati a pigliare altra coca per finire la serata. Li abbiamo caricati subito. Io mi sono preso il primo che veniva a tiro e l’ho inchiodato coi dr martens con la punta d’acciaio. Belfagor ha cacciato la lama e ha tirato tre quattro coltellate nel mucchio, ma basse eh, non è che volevamo ammazzare qualcuno. Anche gli altri hanno fatto la loro parte e in trenta secondi loro erano tutti a terra a piangere e a urlare con qualche taglietto omaggio.
– Bene. Direi che la questione è risolta e ce ne possiamo andare tutti a dormire. – Faccio io sollevato, mentre il mio pomo d’Adamo si rilassa e torna in posizione di riposo, ma mi illudo.
– Veramente ci sarebbe un problema…
– Che problema Bidò? – Questa storia alla quale si aggiungono di continuo nuovi particolari raccapriccianti farebbe la fortuna di uno scrittore. Ma io voglio solo andare a guardarmi la pioggia e non la reggo più.
– No vabbè niente. Uno degli stronzi mentre gli rompevamo il culo si mette a urlare “appartengo agli Izzo di Terzigliano e domani siete morti tutti quanti”.
– E voi? – Io sono di Terzignano e conosco la sinistra fama degli Izzo. Puzzano di morte e merda ve lo assicuro. Confermo, uno scrittore si sborrerebbe addosso a questo punto.
– Noi nel dubbio abbiamo continuato a chiavare calci e mazzate, però mo’ ci stavamo chiedendo se la cosa è vera. – Fa una pausa e poi spara: Vladimir senza giri di parole, tu sei di Terzigliano, no?
– Si Bidò, lo sai, che cazzo me lo chiedi a fare?
– No niente e conosci pure Michele baffone, giusto? Così stavo pensando che se magari ti vengo a prendere, a quest’ora lo troviamo ancora sulla base e capiamo subito di che si tratta. Ma così eh, giusto per stare tranquilli e sapere se da domani dobbiamo scendere col ferro addosso.

Inculato. Il bastardo mi ha inchiodato al muro, ma solo per sapere se domani deve scendere col ferro addosso. Mica chissà che: un trascurabile dettaglio. Vorrei tanto dirgli di andarsene a fare in culo che ho la pioggia da guardarmi e un amore da rimpiangere. Dell’università che ho lasciato a due esami dalla laurea col massimo dei voti, senza sapere nemmeno io perché. Vorrei parlargli di tutti i miei cazzo di sbagli, dei quali quello di stanotte è il prototipo perfetto. Delle mie amicizie balorde, delle notti rubate alla vita pensando di mettermi sopra le sue regole, dell’uomo che so di essere senza riuscire mai a esserlo davvero, ma anche senza smettere di provarci. Invece riesco solo a dire:
– Ok, passatemi a prendere.

Guardo fuori. Lo sporco non è lavato via dalla pioggia, a differenza di una vecchia canzone degli Husker Du. Che poi in norvegese Husker Du vuol dire: Ti ricordi? Io ora non mi ricordo un cazzo, sento solo la nausea invadermi. Vorrei essere una goccia d’acqua che cade, cade, cade in eterno senza temere l’atterraggio. Invece fra mezz’ora saremo a Terzigliano, atterrando in un mare di merda.

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di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti

3 commenti su “Bidone, l’uomo della pioggia

  1. bellissimo racconto….ti lascia l’amaro in bocca…
    le foto all’inizio dei racconti sono bellissime..bellissime…mi piacciono tantissimo…chi le scatta?

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