Nove anni prima

il tempo è la croce d’ognuno
oltre
all’esilio
alla sconfitta
al tradimento

Henry Charles Bukowski

di Rosario Dello Iacovo

Terzigliano, Marzo 2001, ore 8.30

Mi sveglio presto dopo una notte di sonno agitato. È il grande giorno. Mi infilo sotto la doccia e in tempi straordinariamente brevi per le mie abitudini sono sulla porta di casa. Di solito, fra il momento in cui apro gli occhi e quello in cui mi restituisco alla vita, passano un paio d’ore. E’ la naturale tendenza all’ozio e insieme, il rifiuto dell’idea di produttività. Qualche anno fa l’avevo pure teorizzata questa cosa, sintetizzandola nel concetto di Uomo Lettocentrico, che non parla, non cammina, non lavora, non produce, non consuma, limitandosi al solo inevitabile crepare quando arriva il momento. Insomma, risolve se stesso nel volume occupato dal suo letto e mi ero preso anche la briga di calcolarlo, tirando fuori dal cassetto la calcolatrice e brandelli di nozioni spicciole dello scientifico.

Mi piace starmene sdraiato senza fare niente, ma stamattina ho un impegno speciale, un appuntamento senza possibilità di replica. Se non faccio Storia della Filosofia, decado dagli studi e perdo i venti esami già sostenuti. Così, sul muro invece della laurea faccio prima a metterci un beato cazzo. Ho studiato pochissimo, tipo un giorno e mezzo, ma sono anni che divoro qualsiasi pezzo di carta stampata mi capiti a tiro ed è venuto il momento di dimostrare a me stesso che non è stato tempo sprecato. Non mi ricacceranno indietro. Ci provino a farsi sotto, troveranno un campo seminato a rancore e mine. E saranno solo cazzi loro. Penso agli esami precedenti: strafottenza, dialettica fulminante, mestiere di andare a parare dove volessi qualunque fosse la domanda formulatami. Il ricordo mi infonde forza, però sono passati nove anni e non si può dire che li abbia vissuti seguendo un rigido codice salutista. La merda che ho pippato, fumato, bevuto, assunto nelle forme più varie e fantasiose mi permetterà di essere il golden boy di sempre, oppure sarò lo sfigato coglione che non si ricorda un cazzo e farfuglia sillabe a caso in piena crisi di panico? Ce n’è sempre almeno uno a ogni esame. L’idea che stavolta possa essere io mi sembra però decisamente improbabile, per quanto l’autocommiserazione suoni in certi casi consolatoria. Anyway, qualunque sia la risposta, è inutile continuare a pensarci. Tra poco saprò tutto. Poi è il citofono a distogliermi dai pensieri, rispedendomi a calci in culo sul pianeta Terra.

– Sì?
– Oh, sei pronto? Scendi che sono venuto in moto, così evitiamo il traffico e facciamo prima.
L’inconfondibile voce di Bidone mi scalda il cuore. Caro vecchio bastardo. Non sono solo.
– Arrivo, sono pronto. – Intanto raccolgo libri, libretto e statone e li infilo a casaccio in uno zaino. Chiudo la porta alle spalle e mi precipito giù per le scale.

Mi accoglie con un sorriso nervoso. Fa l’indifferente, lo stronzo. Il tipo che ha la situazione sotto controllo, ma è agitato più di me e si vede.

– Cazzo se sei teso Bidò. Datti una calmata. Vedi che l’esame lo devo fare io, mica tu. – Gli dico con un largo sorriso che pone l’accento sulla presa per il culo. Poi gli do uno schiaffetto dietro il collo, di quelli che a Napoli chiamiamo scozzetta, afferrando con la sinistra il casco che mi porge.
– Naaah e qua ti sbagli. E’ come se dovessimo farlo tutti, tu ci rappresenti baby. Comunque stai tranquillo che gli spacchi il culo e tuo fratello Bidone sarà dietro di te a coprirti le spalle. Dovrebbe tranquillizzarmi, invece mi lascia addosso una certa vaga apprensione.

Me l’ha detto ieri sera che mi avrebbe accompagnato e non c’è stato verso di fargli cambiare idea. Del resto è stato sempre così. Non se n’era perso uno dei miei esami ed eravamo andati via trionfanti a festeggiare per giorni e giorni il risultato acquisito. Squadra che vince non si cambia, dico fra me e me, quindi mi fa piacere che sia venuto.

– E cerca di non deludermi che sulla mia schedina ci ho messo un bel 2 base.
E’ una nostra vecchia storia. L’università non era il nostro mondo, di conseguenza ogni esame superato diventava una vittoria in trasferta. Io in campo e Bidone in curva.
– Non ti deluderò. – Gli rispondo con calma tanto apparente quanto pericolosamente prossima all’incoscienza.
Poi mi guardo nello specchietto della moto e ripeto fra me e me: – Non ti deluderò -, simulando il tono più convincente del mondo.

Attraversiamo mezza città. Bidone guida con l’inconfondibile stile che ho imparato a temere nel corso degli anni. Rischiamo la vita un paio di volte. Manda a fare in culo una quindicina di persone, equamente divisi fra pedoni e automobilisti. Non si può dire che non sia un sincero democratico. Così in un quarto d’ora siamo nel centro storico davanti al portone dell’università. Frena, scala, poi tira la frizione e dà un colpo di gas come ad annunciare il nostro arrivo. Guardo l’edificio ed è proprio come me lo ricordavo. Uno splendido convento del seicento. Due piani sovrapposti di loggioni circondano un giardino quadrato dall’erba sempre verde. All’interno, invece i piani sono quattro, grazie alle ristrutturazioni che hanno abbassato l’altezza dei soffitti. Faccio un lungo respiro e scendo dalla moto con un movimento della gamba sinistra che mi sembra infinitamente più lungo di quanto in realtà non sia.

Sulla sinistra inquadro subito il gabbiotto del custode, fedele nei secoli al suo posto come nove anni fa. Poi per vedere se c’è ancora Don Lorenzo butto un occhio dentro. E’ più abitudine e voglie di certezze antiche che vera speranza quella che orienta il mio sguardo. Eppure c’è. Lo riconosco subito, sebbene sia ingrassato e piegato dal tempo. Avrà quasi ottant’anni ora. Non è in divisa e se ne sta seduto come se fosse al circolo. Faccio toc toc con le nocche sul vetro della porta ed entro. Si gira, resta immobile per un lungo istante e poi, come se avesse visto un fantasma, dice semplicemente: – Vladimir…
– Eh sì, sono proprio io. – Rispondo sorridendo.
– Come stai, guagliò? – Fa ancora scosso, con lo sguardo che rivela la sua incredulità.
– Sto bene Don Lorè, sto bene.
– Ma non stavi fuori, al Nord mi pare…
– Sì, sono tornato qualche giorno fa dopo nove anni.
– E come mai da queste parti?
– Sono venuto a fare l’ultimo esame, altrimenti decado dagli studi. – E sento l’emozione tagliarmi per un attimo le gambe.
L’espressione del suo viso che finora si è mantenuta contratta si scioglie in un sorriso di vera felicità.
– Mannaggia a te, che hai aspettato tutti questi anni. Non sai quante volte ho pensato al tuo talento sprecato.
– Cose che succedono, è la vita. – Dico con fatalismo e una certa amarezza che però ricaccio subito indietro. – E tu zio, ancora in servizio?

Lo chiamo zio confidenzialmente, ma tra noi non c’è alcun legame di parentela. Anni prima la fabbrica dove mio padre faceva l’operaio era a rischio chiusura. Fu allora che conobbe Don Lorenzo, iscritto come lui al Partito Comunista. Il vecchio prese molto a cuore la questione e spesso gli dava consigli su come portare avanti la lotta. Ma per quanto generosi, quei consigli furono inutili. Da lì a poco gli americani se ne andarono, dopo aver intascato fondi pubblici per il rilancio dell’azienda. La fabbrica chiuse e 1200 operai furono licenziati. Mio padre era tra loro.

– No, sono andato in pensione una decina anni fa, più o meno quando tu sei sparito. Ma sto sempre qua. Che ci vuoi fare, sono affezionato a questo buco. – E si guarda intorno come a perimetrare col movimento circolare degli occhi i confini del suo regno. – Do una mano ad Armando che a volte si perde. Lo sai, è giovane, anche se ormai ha imparato il mestiere. Diciamo che la mia vita è qui, in questi sedici metri quadrati che sono la mia seconda pelle, la mia condanna e la mia divisa.

Armando ha una cinquantina d’anni e per venti è stato il suo vice. Pure ora che è custode capo non può fare a meno di fare sì sì con la testa alle parole di Don Lorenzo. – Vecchio bastardo cane di Pavlov -, penso mentre me la rido sotto il baffetto ultras. Poi mi avvicino e lo abbraccio forte. Il vecchiaccio risponde con una stretta meno vigorosa di un tempo. Lo sguardo però è quello di sempre. E’ Lupo, il vecchio partigiano comunista che ha fatto cacare merda acida a tedeschi e fascisti quando era poco più di un ragazzino. Sono felice, gli voglio bene. L’ho conosciuto durante l’occupazione della Pantera. Fu il giorno che mi si avvicinò chiedendomi se fossi il figlio di Alessandro. Si ricordava di me perché la scelta del mio nome diventò un caso fra gli iscritti al partito della zona e questo mi diede una certa precoce notorietà presso quegli ambienti. Ero il primogenito, ma non mi chiamarono Enrico come mio nonno, bensì Vladimir come Lenin. Il fatto che questo nome poco usuale si accoppiasse al più proletario dei cognomi napoletani, suscitava in mio padre una reazione in cui si intrecciavano confusamente emancipazione di classe, internazionalismo e rigore rivoluzionario contro le consuetudini della tradizione. Mio nonno, dicono, non la prese benissimo. Seppur comunista, restava sempre napoletano e il fatto che il suo primo nipote non si chiamasse come lui non gli andò mai veramente giù. Per quanto una certa democratica accettazione trasparisse dai suoi discorsi pubblici, nei quali si diceva fiero di avere un nipote che si chiamasse come Lenin.

All’università andavo solo a fare i soliti due esami all’anno per non partire militare. Tornavo da Londra col biglietto falso, quel Bige Transalpino che ben trattato con Biospray, carta copiativa e un minimo di perizia ti apriva al costo di cinquemila lire le porte del mondo. Poi nel 1987 mi trasferii di nuovo a Napoli e in un paio d’anni recuperai rapidamente terreno. Era quello che avrei voluto fare all’inizio. Avevo anche cominciato a seguire i corsi, ma quel mondo mi era sempre apparso ostile, estraneo, distante. Non ne capivo il meccanismo e dal mio liceo di periferia non era arrivato nessuno a farmi compagnia. I pochi che avevano scelto di continuare gli studi si erano iscritti a facoltà che davano maggiori possibilità di lavorare una volta conseguita la laurea. Ingegneria, Giurisprudenza ed Economia, per lo più. Io invece scelsi Lettere e venendo da uno scientifico, a molti la decisione era apparsa almeno bizzarra. Cazzo te ne fai di una laurea in Lettere? Sembravano dirmi i loro occhi ogni volta che apprendevano dettagli sulla mia carriera accademica. La maggior parte degli studenti, poi, erano figli di professori o comunque di laureati. Non avevano nessuna difficoltà, il passaggio dalle Superiori all’Università per loro era naturale come il giorno si alterna alla notte. Non è che ha bisogno di pensarci. Lo fa e basta, da sempre. E continuerà a farlo finché questa palla di merda che chiamiamo Terra non si squaglierà dentro il sole, diventato nel frattempo una supernova del cazzo. I miei compagni non avevano voglia di mettere quelli come me in condizioni più favorevoli, impegnati com’erano a metterselo in culo a vicenda.

Poi venne la Pantera e scoprii che non ero il solo ad avvertire quel senso di disagio. Mi trovavo a Palermo da una mia fidanzata del tempo, in un inverno che ricordo straordinariamente mite. Lì, cazzeggiando per le facoltà occupate, mi resi conto che qualcosa di grosso stava accadendo. Era tutto occupato da più di un mese e quando dico tutto intendo qualsiasi buco che avesse in qualche modo a che fare con l’Università. Tornai a casa e pensai di fare un giro in facoltà per vedere se anche da noi ci fosse qualcosa di simile. Non misi nemmeno piede in aula magna, dove si tenevano le assemblee e fui travolto da un urlo ritmato: OCCUPAZIONE, OCCUPAZIONE, OCCUPAZIONE. Le immagini mi scorrono davanti agli occhi straordinariamente veloci e vive. Sembra di sentire il tono, il volume, gli accenti, di quelle voci.

Ma non sono qui per queste cazzate nostalgiche. Ho una missione da compiere, per cui do un bacio a Don Lorenzo congedandomi. Gli prometto di ripassare dopo l’esame. Intanto Bidone, parcheggiata la moto, mi raggiunge e insieme imbocchiamo l’ingresso della scala C, dove schiaccio il tasto dell’ascensore.

– Hai visto don Lorenzo? Gli dico una volta dentro.
– L’ho visto e mi ha pure guardato storto come al solito. Lo sai, pensa che ti porto sulla cattiva strada.
– E perché non ha ragione stronzo? Mi hai sempre portato sulla cattiva strada. – Gli dico ridendo, perché so che la cosa lo fa incazzare e mi diverte.
– Comunque, seriamente, – aggiungo – non pigliare queste fissazioni. Lo sai che ti vuole bene.
– Non dico che il vecchio mi odia, però si vede che non gli vado a genio. Mi guarda sempre con risentimento, come se gli avessi fatto qualcosa. Ma lo sai che gli ho sempre portato il massimo rispetto.

Non ha torto. Una volta Don Lorenzo mi aveva detto che Bidone gli suscitava dei sentimenti contrastanti. Fin dalla prima volta che lo aveva visto aveva pensato che la sua forza e le sue qualità fossero sprecate. Ne aveva visti tanti come lui, pieni di rabbia da far scoppiare il mondo e invece capaci al massimo di far scoppiare se stessi, combattendo una stupida guerra di retroguardia, per le briciole. Se avesse posseduto una macchina del tempo lo avrebbe portato con lui in montagna, con i ragazzi della brigata. Gli avrebbe insegnato a indirizzare il suo odio verso i bersagli giusti e allora sarebbero stati solo i porci a cadere. Era consapevole però che non erano più quei tempi. Né stupido né nostalgico, il vecchio partigiano sapeva fin troppo bene che era tardi per strappare Bidone a un mondo dove la violenza spicciola dettava regole e gerarchie. Perciò la sua sola preoccupazione era che non mi lasciassi infettare. Povero Don Lorenzo. Non sapeva che anch’io mi ero irrimediabilmente perduto. Qualsiasi fosse stato l’esito dell’esame che da lì a poco avrei sostenuto, io, Vladimir, il figlio della classe operaia che va in paradiso, non sarei andato da nessuna parte. Avevo già perso. Nessuna redenzione avrebbe fatto di me Jurij Alekseevič Gagarin, il figlio di un falegname e una contadina, che l’orgoglio comunista aveva mandato per primo a guardare il mondo dallo spazio. A un’altezza tale che, volendo, avrebbe pure potuto pisciarci in testa. Ho avuto la possibilità di essere altro, ma ora sono quello che sono e la consapevolezza del tempo perduto mi provoca una fitta di cieco dolore e rabbia.

– Ti ricordi quella volta con i fricchettoni? – La voce divertita di Bidone mi distoglie dai pensieri.
– E come cazzo me lo posso dimenticare, ci abbiamo riso su per mesi. – Gli rispondo, cercando di deglutire per mandare giù l’amarezza che mi incrina la voce.

Durante l’occupazione a Lettere c’era veramente di tutto: gente con la cravatta, merdosi occhialini rotondi alla Lennon su giacche di velluto, anfibi e giubbotti di pelle. In questa moltitudine non mancavano questa specie di zotici hippy, divenuti dopo gli anni Sessanta un cliché per una certa categoria di giovani. Erano tutti Shiva, Shanti, Ohm e Boom Alè. Non solo nessuno gli aveva detto che il fottuto Woodstock era finito, ma nemmeno che questo era avvenuto molti anni prima. Così, una notte, saranno state le cinque, continuavano a rompere i coglioni con i bonghi. E come pestavano i capelloni su quelle pelli sudice, mentre i loro foulard, safi, sciarpette e pashmine del cazzo, svolazzano allegramente nell’aria. A vederli non avresti mai detto che erano i figli delle migliori famiglie della città. Sembravano un branco di reietti allergici all’acqua. Invece abitavano ville, avevano il filippino, le case in costiera, perché ogni tanto bisogna pure andare a cacare il cazzo altrove. Me li ricordo con quegli orribili vestiti multicolori comprati ai mercatini dell’usato. L’osceno corollario di collanine, barbe lunghe, in qualche caso addirittura i primi dreadlocks mai visti in Italia. Già allora ero certo che, tempo qualche anno, il loro patrimonio genetico avrebbe fatto il suo sporco lavoro. Si sarebbero ritrovati nei posti giusti, ripuliti, nei consigli d’amministrazione, dietro le cattedre universitarie. I più creativi sarebbero andati a fare i pubblicitari a Milano, affittando a prezzi astronomici angoli della vecchia città, mentre le classi popolari venivano cacciate a calci in culo alla Barona e a Quarto Oggiaro.

Don Lorenzo, viveva con la sua famiglia in un’appartamento al piano terra riservato al custode. Quella notte la sua testaccia pelata aveva già fatto capolino un paio di volte invitando i coglioni stesi sull’erba a smetterla perché voleva dormire. Le sue parole però non avevano ottenuto l’effetto sperato, suscitando anzi un coro di fischi e risate. All’ennesimo bombardamento di decibel reagì alla vecchia maniera. Afferrò uno dei fricchettoni per un orecchio e cominciò a trascinarlo fuori dal prato. Il piccolo bastardo urlava, si sentiva in pericolo strappato dal suo cerchio magico di cyloom e pidocchi.

– Mi lasci, non si permetta, non può fare così. – Strepitava l’accannato figlio dei fiori non rinunciando anche nel momento del pericolo alla grazia di imperativi e congiuntivi. – Sono il figlio del Professor Caputo. – poi urlò, con una voce così stridula da renderlo più ridicolo di quanto non apparisse.

Si nascondeva dietro le differenze di classe, invocando come salvacondotto quelle stesse credenziali che fino a un minuto prima non avrebbe esitato a definire con il suo insopportabile accento nasale, convenzioni borghesi. Un miserabile.

Don Lorenzo affidò la risposta a un calcio ben assestato. L’impatto col nobilissimo culo del figlio dell’India (oltre che del Professor Caputo) impresse alla sua fuga un’accelerazione improvvisa. Scappò via davvero veloce, ma sfortunatamente non c’erano cronometristi in giro quella sera e il suo record mondiale non poté essere omologato. Da allora per noi sarebbe stato Mennea, l’invincibile velocista della Virtus Coniglio. Gli altri si accodarono come un branco di iene vigliacche e sbaraccarono alla svelta la merda sparpagliata in giro, dileguandosi. Avrebbero sicuramente indetto un’assemblea straordinaria sulla brutalità fascista delle istituzioni. Magari ci sarebbe scappato pure il volantino, che avrebbero poi distribuito atteggiandosi a martiri della Rivoluzione con la R maiuscola. Vomitevoli. Intanto noi eravamo in aula magna a farci un paio di canne tranquille. L’ululato del Lupo risuonò minaccioso nel silenzio della notte, ingigantito dall’eco che sballottava la sua voce facendola rimbalzare su tutti i muri della facoltà. Sembrava fosse ovunque… brrr paura. Ci affacciammo giusto in tempo per assistere alle ultime battute e all’epilogo finale, che accogliemmo con un lungo applauso e un prolungato coro: LUPO, LUPO, LUPO! E visto che il loggione faceva tanto curva, lo accompagnammo con un compatto e fragoroso battimano.

Poi il Lupo alzò lo sguardo verso di noi, mettendoci a fuoco al primo piano.

– E smettetela pure voi che salgo e vi do quello che non ho dato a loro. Tu Vladimir – proseguì indicandomi minacciosamente con il dito proteso – vattene a dormire invece di farti le canne. Domani i controccupanti arriveranno presto e non sarò io a fare per l’ennesima volta quello che dovete fare voi. Io sono il custode, voi gli occupanti e giuro che domani mattina apro il portone e sono cazzi vostri.

Qualche ora dopo si sarebbe svegliato, ci avrebbe visti ronfare alla grande sparsi per la facoltà e avrebbe lasciato il portone rigorosamente chiuso. Non si sarebbe mai assunta la responsabilità di creare problemi di ordine pubblico e probabili scontri fra gli studenti. Come disse una volta a un indispettito dirigente della Digos che lo accusava, non senza motivo, di essere dalla nostra parte.

L’ascensore intanto è arrivato al terzo piano, il mio. Usciamo e mi dirigo verso l’ufficio del Professor Caputo junior. Come avevo facilmente previsto qualche anno prima, la sua carriera è stata fulminante. Appena un paio d’anni più grande di me, ora era titolare della cattedra. Non ha più i capelli lunghi. Anzi, sulle tempie sono radi e gli alzano di diversi centimetri la fronte. Il particolare dovrebbe conferirgli un aspetto intelligente. Invece a me sembra sempre il coglione di un tempo, solo più vecchio e grasso. Mi fa schifo.

– Vladimir, ma hai visto chi c’è? – Mi dice Bidone sorpreso dall’inaspettata novità.
– Sì, è Mennea. Non te l’avevo detto, faccio l’esame con lui.

Fa una faccia schifata. Poi mi guarda e mi dice di stare tranquillo, mentre solleva giubbotto e orlo della maglietta per mostrarmi il profilo di Tina. Un occhiolino suggella lo sguardo di complicità che mi rivolge, pensando di riscuotere la mia approvazione. Invece mi fa andare su tutte le furie. E’ l’ultima possibilità che ho per non vanificare anni di studio e lui è venuto armato.

– Ma allora sei veramente una testa di cazzo? – Gli dico d’istinto. Che cazzo ti sei portato a fare il ferro dietro?

Non mi caca proprio. La mia preoccupazione lo diverte e ride sguaiatamente come un vecchio porco.

– Bravo, così voglio vederti fra’: rabbia e classe. Miscela esplosiva. Vai dentro e fallo fuori. Io resto qua a guardarti le spalle. Non hai che da fare un cenno e il testa di cazzo è morto. – Pronuncia con tono solenne. Infine, mi afferra la testa e mi dà un bacio in fronte. Grottesco e inadeguato al punto da strapparmi un sorriso, che però trattengo per non dargli soddisfazione.

Poi sento il mio nome ed entro. Ci sarà tempo per chiarire la questione con questo stronzo che intanto si piazza alle mie spalle, giusto sull’uscio della porta, a precludere ogni possibilità di fuga. Vedo nitidamente la sua figura riflessa negli occhiali con montatura di tartaruga dell’ex fricchettone seduto dall’altra parte della scrivania. Mennea prima mi dedica un’occhiata distratta, volgendo quasi subito lo sguardo in giro a cercare la penna stilografica. Poi qualcosa fa bing nella sua testa. Si gira incredulo e afferra il libretto. La foto, lì da oltre dieci anni, gli dà la conferma. Ciò nonostante, legge a mezza voce il nome e ributta gli occhi sulla fotografia. Infine, scandendo lentamente le sillabe del mio nome:

– Vla-di-mir. Che piacere rivederti. Perché non sei venuto a parlare prima con me? Avremmo concordato un programma. Come stai?
– Sto bene – rispondo io – e per quanto riguarda il programma concordato, beh, ho preferito evitare approcci clientelari. E gli sparò un occhiolino così provocatorio che diventa subito rosso come capita a me quando mi metto dieci minuti al sole.

Alza lo sguardo sopra la mia testa e vede Bidone. Deglutisce a fatica. Nei suoi occhi si fa strada un pensiero cattivo e pericoloso. Ha la possibilità di vendicarsi di tutto quello che gli abbiamo vomitato addosso per anni. E si vede che ci sta pensando. Accarezza l’idea con un ghigno che fa fatica a celare. Bidone però accarezza Tina, stringendo platealmente la maglietta in modo che il rigonfiamento assuma un aspetto inequivocabile. Poi sorride e, credetemi, il suo sorriso è solitamente una delle cose più inquietanti che mi sia capitato di vedere. La differenza fra le due carezze è così chiara che Caputo junior sceglie immediatamente di soprassedere. Non ci pensa proprio più alla vendetta quando assume il più mite dei toni e mi dice tutto cacato:

– Sono contento che tu abbia deciso di completare gli studi. Eri bravo e anche se abbiamo avuto qualche screzio, ti ho sempre stimato molto.
– Anch’io. – Rispondo falso e sorridente come Giuda che ha appena contato la trentesima moneta.
– Parliamo di Marx, Vladimir, ti dispiace?
– Per quanto l’argomento sia senza dubbio alcuno complesso, non avresti potuto farmi domanda più gradita. – Rispondo, mentre Bidone dietro di me abbottona il giubbotto, permettendo a Mister Mennea di rilassare, finalmente, il buco del culo. Ha fatto la scelta giusta. Marx era l’unico lasciapassare per un esame tranquillo.

Un minuto dopo il mio esame è finito: trenta e lode. Easy. Firma libretto e camicia. E’ così felice di toglierci dai coglioni, che chiama subito un altro nome e una ragazza bionda si va a sedere sulla sedia che ho appena liberato. Anch’io, fra me e Bidone da un lato e lei dall’altro, non avrei dubbi a scegliere. Quella è la norma delle sue giornate, noi solo un incidente di percorso, tanto anomalo e bizzarro quanto irripetibile. Caputo dormirà i sogni facili e felici di chi nasce con la strada spianata. Perciò, il tempo di un saluto liberatorio per entrambi ed esco.

– Sei stato grande fratello. – Fa Bidone.
– E tu sempre il solito stronzo. – Fingo di essere ancora incazzato per prima. Ma questo stronzo mi ha salvato il culo un’altra volta. E poi chi cazzo sono io per mettermi a fare la morale? Bidone e Caputo sono diversi, oppure esattamente uguali perché sfruttano entrambi le armi che la loro condizione gli ha dato? Caputo ha il padre, Bidone ha Tina: quale delle due armi è più violenta, iniqua e letale?

Il dubbio ha la capacità di mettermi subito di cattivo umore. Poi penso che non me ne fotte proprio di laurearmi. Non so nemmeno io perché sono venuto qua stamattina. Che cazzo ci sono venuto a fare? Non esclamerò mai, come il compagno Gagarin: «Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini». La Terra continuerò a guardarla da quaggiù, con tutto il suo carico di orrore, la sua puzza di morte, paura e dolore. L’unico a cui davvero importerebbe qualcosa sarebbe mio padre. Se non si fosse sparato nove anni prima.

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6 commenti su “Nove anni prima

  1. Ogni racconto tuo che leggo, mi fai venire voglia di cambiare vita!
    Vorrei conoscere pure io un “bidone” e aver fatto tutte le esperienze di “Vladimir”!!

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