Il parrucchiere delle sciure

di Rosario Dello Iacovo

Mi piacciono i cinesi, e il parrucchiere per uomo e per donna in viale P. lo sto puntando da un pezzo. Lo vedo passando col 15, uno dei tram che dalla periferia sud vanno verso il centro. O meglio. Siccome negli ultimi tempi preferisco camminare, ci passo a piedi seguendo il percorso dei binari. Li uso come una bussola rudimentale, un metodo efficace in una città pianeggiante e dalla pianta circolare come Milano. È più comodo e richiede meno nozioni che orientarsi con il sole o con le stelle; meno precario e avventuroso delle briciole di Pollicino. Mi piacciono i cinesi, lavorano duro e hanno tempi di produzione eccezionalmente rapidi. Se, per esempio, andate in una sartoria alle 15, con un mucchio di pantaloni a cui fare la piega, o l’orlo come dicono da queste parti, non sorprendetevi se vi dicono, quasi scusandosi: “Va bene alle 17?”. Ora non so se i cinesi che vedo nei negozi e nelle botteghe milanesi sono i proprietari, oppure l’anello debole della catena dello sfruttamento. Se sono regolarmente assunti, se lavorano a nero e senza contributi. Non faccio l’ispettore del lavoro, né il funzionario della tributaria e nemmeno queste questioni mi appassionano più come quando ero comunista. Preferisco pensare che i cinesi siano fatti così, che abbiano quello spirito d’intraprendenza e quell’etica del lavoro che i padani si limitano a millantare.

Il mio amico Giorgio, rarissimo caso di milanese doc, lo dice sempre che la storia secondo la quale i figli di Sant’Ambroeus avrebbero tutta questa voglia di lavorare non è poi così vera. Ma i miti, si sa, servono a convincere, a legittimare, mica a raccontare la verità. E su questo mito, da centocinquant’anni, hanno edificato la favola di un’Italia duale nella quale le differenze economiche fra nord e sud dipenderebbero dallo stacanovismo padano, contrapposto a un’inequivocabile e inguaribile tendenza all’ozio di noi terroni. Mica da una conquista coloniale che ci ha lasciato con le pezze al culo, mica dai cannoni di Cialdini o dalle navi inglesi e francesi che pattugliavano le coste. Il motivo per il quale, poi, milioni di terroni che passano la vita a oziare, suonare il mandolino e a mangiare spaghetti con le mani ballando sui tavoli, decidano di emigrare al nord o all’estero per lavorare, è un mistero. Fannulloni a casa nostra, poi improvvisamente e senza motivo, lasciamo il paradiso terrestre nel quale viviamo allo stato brado, come in un’età dell’oro senza colpe né peccati, per andare a farci il culo ai quattro angoli del pianeta.

In ogni caso quel parrucchiere l’avevo puntato e oggi ci sono entrato. Dentro ci sono due giovani cinesi con i capelli aguzzi alla Dragon Ball, una ragazza dall’acconciatura studiata per offrire il massimo della penetrazione aerodinamica e due sciure milanesi. Io mi guardo intorno, mi accomodo su una delle sbilenche poltrone che sono il piatto forte dello spartano arredamento e aspetto il mio turno. Le sciure sono anziane, sui settanta, così a occhio. È un piacere guardarle civettare, mentre provano a mettere in competizione Goku e Radish. La vita, che ragionevolmente entro qualche anno le abbandonerà, batte ancora nel loro petto con un certo vigore e si manifesta negli sguardi ammiccanti che rivolgono ai due giovanotti. I quali, dal canto loro, non ci pensano nemmeno a ricambiare e continuano ad armeggiare con forbici, phon, caschi, a una velocità impressionante, parlando fitto in cinese come se intorno a loro non ci fosse nessuno. Poi uno dei due finisce il lavoro e mi dice di accomodarmi. La sciura si alza e va a sedersi sul divano, dicendo all’altra che la aspetta per andare a fare la spesa. Immagino che alla loro età non abbiano chissà quali impegni, così anche il parrucchiere cinese a buon mercato e la spesa sono un sufficiente antidoto alla solitudine.

“Corti”, dico a Goku. “Misura uno della macchinetta e la barba della stessa lunghezza”, preciso per essere sicuro che le barriere linguistiche non rappresentino un problema. “Colti”, risponde lui sorridendo, “Misula uno”. Si dà da fare con l’arnese che ha un numero infinito di regolazioni, cerca convulsamente nei cassetti e sugli scaffali lo spessore giusto. Non trovandolo, tira fuori il pettine e usa quello. Si alza e si abbassa sulle gambe ritmicamente con un certo talento, controllando in controluce nello specchio se ci sono ciuffi ribelli più lunghi di altri. Ne ho uno in fronte che da sempre cresce in direzione opposta. Goku non si fa intimidire e con pochi movimenti sapienti lo riduce alla stessa altezza di quelli circostanti. Cinque minuti e una ventina di piegamenti dopo ha già finito. “Sciaquale ola”, me lo ripete due volte e mi indica una sedia troppo bassa per la vaschetta retrostante, sulla quale è stata sistemata alla buona una pila di libri larghi con la copertina di cartone spesso per permettere a chi si siede di raggiungere l’altezza giusta. La ragazza col taglio studiato nella galleria del vento mi risciacqua con acqua prima un po’ fredda e poi via via tiepida. Il movimento circolare delle dita che mi fa venire voglia di addormentarmi lì. Per sempre. Poi me li asciuga con una tovaglietta bianca che tira fuori con studiata lentezza da un armadietto per farmi vedere che è pulito. Io mando un sms a Max che mi aspetta dietro il vicolo con lo scooter.

Quasi mi dispiace quando mi chiede solo dieci euro e io tiro fuori la pistola intimandogli di darmi l’incasso. Bunker sconsiglia di rapinare i cinesi perché sono tipi che non mollano. Ma i cinesi americani devono essere diversi da quelli milanesi d’adozione, perché Goku sbianca visibilmente e con una velocità ancora maggiore di quella con cui taglia i capelli mi passa i soldi con le mani che gli tremano. Guardo per un attimo i suoi capelli aguzzi, l’odio negli occhi stretti a mandorla che la paura riesce appena ad attenuare, controllo che nel cassetto non ci sia altro denaro, poi passo alle sciure. Stamattina non faranno la spesa. “Almeno avranno qualcosa da raccontare”, penso con un tono che vorrebbe essere consolatorio senza riuscirci. Infine esco, giro l’angolo, mi calo il casco che Max mi porge e andiamo via senza fretta in direzione opposta a quella del negozio. Alla fine della strada c’è un parrucchiere italiano, ci guarda distrattamente in piedi sull’uscio del suo negozio vuoto. Conto i soldi: centotrenta euro. Potrei farci una settimana di spesa a San Vittore.

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di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti

4 commenti su “Il parrucchiere delle sciure

  1. Mi è piaciuto molto il fatto che mi hai fatto emettere un suono mentre leggevo e più precisamente un “noooo” … Coinvolgente e “cinematografico”, nel senso che mi hai fatto “vedere” quello che stavi raccontando senza distrarmi con parole inutili o inappropriate. 😉

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