Solo gli ultras vincono sempre

di Rosario Dello Iacovo

Vladimir Esposito, somewhere in time

Fa caldo. Appiccicoso e insopportabile. La doccia che ho fatto dieci minuti fa è già un ricordo appena metto piede fuori dall’albergo. Sembra estate: torrida, afosa. M’infilo in macchina e spingo al massimo l’aria condizionata. Poi accendo lo stereo e sparo a palla “Int’o Rione”, Co’sang, la colonna sonora perfetta per il mio ritorno nel quartiere. Esco dal parcheggio, un cenno di saluto al custode e m’infilo nel traffico del viale. Che bordello, su entrambi i sensi macchine in fila sputano tonnellate di merda aerosolizzata. Se ci fosse una tartaruga ci farebbe il culo. Che figura di merda: secoli di tecnologia messi ko da un animale che viene dritto dalla preistoria. Penso che avrei fatto prima a piedi, ma a parcheggiare non ci penso proprio. Me ne sto nella mia due posti a godermi alla grande il fresco dell’aria e in culo al tempo che ci metterò per arrivare. In culo al buco nell’ozono. Sulla destra si apre un varco, pesto sull’acceleratore e guadagno posizioni, accompagnato da una folata d’irripetibili bestemmie. Uno in una cazzo d’utilitaria travestita da coupé ci prova. Tutto bravo ragazzo lui, con la camicia bianca, il maglioncino a V e gli occhiali da sole. Sono sicuro che ha la custodia nel cruscotto. Non li può graffiare, cazzo. Ma non c’è storia e resta lì a pagare il vecchio conto. S’innervosisce, gli alzo due dita all’inglese e me la svigno. Poi, un po’ faccio la pecora in fila come gli altri, un po’ procedo a guizzi improvvisi appena si apre un buco sufficientemente largo nella lunga carovana. Arrivo al mio incrocio, non metto la freccia e svolto a sinistra. Nessuno mi caca. E’ bello essere a casa.

Vado giù lungo la strada tutta curve che attraversa il quartiere. Le prime case popolari fanno affiorare ricordi. Do un’occhiata intorno e guarda che cambiamenti. Sia chiaro: è sempre il solito cesso, con questi palazzi color piscio a quattro piani costruiti già vecchi negli anni Sessanta. Davanti però ci sono questi cartelloni pubblicitari enormi e illuminati: ricordano che un altro mondo è possibile. Basta avere i soldi per comprarlo. Sui tetti e lungo i balconi abbondano le antenne satellitari. Sono sicuro che a farsi un giro casa per casa non c’è nemmeno un abbonamento regolare. Ma i papponi della pay tv mica possono pretendere che paghi? Non nel mio quartiere. Tipo, vogliono dieci carte per una partita, cinque per un film e in chiaro che ti mollano, un cazzo di Emilio Fede? Finito il tempo delle schede clonate è arrivata l’Era dei vecchi nullatenenti. Qui è pieno di vecchi che non hanno un cazzo, gli intesti il contratto, gli dai due lire e per qualche mese tiri a campare, finché Sky non si accorge che non hai nessun’intenzione di pagare e ti manda a fare in culo. Senza sapere però che hai già l’asso nella manica del vecchio di riserva. Poi arrivo in piazza e parcheggio davanti al vecchio bar Annunziata. E’ sempre stato il nostro luogo di ritrovo e mi sembra il posto più scontato dove cominciare il mio viaggio a ritroso nel tempo. Di fronte, nei giardinetti spelacchiati bivacca una piccola folla di arabi e neri. E’ una novità assoluta. Quando me ne sono andato, eravamo noi a emigrare. Adesso, pur non avendo smesso, tocca ad altri infilare quattro vestiti in un trolley di plastica cinese e venire qua a cercare fortuna. Cercare fortuna a Terzigliano: è la stronzata più assurda che mi sia capitato di sentire da quando l’uomo ha inventato la parola. Paradossi della globalizzazione. La tua merda per altri è profumo, mentre tu te ne vai in giro per il mondo ad annusare quella altrui, dicendo a te stesso: cazzo, se profuma.

Entro nel bar e prima della vista è l’udito ad avvertirmi che sto per fare il primo incontro della giornata. In fondo, intorno a un paio di tavolini ammucchiati, c’è un bel festival rumoroso delle sottoculture giovanili dalle origini a oggi. Un allegro mucchio di capelli rasati, camicioni Mecca, polo Fred Perry, capelli lunghi, jeans rivoltati all’orlo, doppi tagli, Dr Martens con la punta d’acciaio, scarpette sportive. Tutti hanno tatuaggi. Al centro di questa variopinta umanità spicca un grosso skinhead che tiene banco, è un filo più vecchio degli altri ed è trattato con una certa riverenza. Quello skin è mio fratello Bidone. Nessun legame di sangue, ma vent’anni passati insieme sulla strada valgono allo stesso modo di un utero che ti ha partorito. E’ invecchiato bene e qualche chilo in più è ben distribuito lungo i suoi 185 centimetri. Indossa una camicia button down Ben Sherman azzurra, i Levi’s schiariti dal tempo e rivoltati, rangers con la calotta e un taglio da macchinetta uno. Cacato fuori dai primi Ottanta.

– Gli abbiamo rotto veramente il culo. – Sono le prime parole che colgo e l’esordio di Bidone è all’altezza delle migliori tradizioni. Le storie di ultras, agguati e ferimenti dolorosi sono sempre state pane quotidiano al Bar Annunziata.
– Quei pezzi di merda di polentoni del cazzo avevano appeso il quadro a un brutto chiodo. Mai mettersi contro la Paranza. – Dice, terminando la frase.

La Paranza è il nome col quale qualche anno prima hanno battezzato il loro gruppo da stadio. Li ho seguiti da lontano, attraverso i canali clandestini e sotterranei che mettono in comunicazione il mondo delle curve. Nessuno striscione, nessuna sciarpa, nessuno stendardo. La firma la mettono a colpi di violenza e si dice in giro che nessuna delle vittime abbia mai avuto difficoltà a leggerla. Parlano di modello inglese, non un gruppo formalmente costituito, ma una brigata che sa apparire nel posto giusto al momento giusto. Pochi elementi pronti a scatenare l’inferno. In Italia erano stati probabilmente i gialloblù del nord est a farlo per primi, ma nessuno dei presenti lo ammetterebbe mai. Troppo odio, troppi striscioni razzisti, troppi scontri per un barlume di pur minima obiettività. Sono i tipi, loro e gli altri, che non esiterebbero un istante a scatenare la più cruenta delle guerre etniche. Nord contro Sud. Una storia antica, che continua a oltranza anche se le migrazioni interne, la televisione e gli effetti della globalizzazione hanno reso giorno dopo giorno il paese sempre più simile e piatto. Una merda a tutte le latitudini. Come altrove, del resto. Non era stato così nella ex Jugo, con gli Ultras della Stella Rossa e della Dinamo a risolvere vecchie ruggini a colpi di AK 47? E poi l’Italia è un paese per modo di dire. Niente a che vedere con Francia, Inghilterra, Spagna. Quelli stanno insieme da centinaia di anni. Si sentono una sola nazione, orgoglio educato dalla convivenza. Invece il Bel Paese, come lo chiamano da sempre senza che nessuno abbia mai capito perché, è un mucchio di campanili dove tutti sono contro tutti. Ognuno impegnato a fare il culo al proprio vicino per dimostrare di essere il più duro. Pure la lingua è artificiale. L’italiano? E chi cazzo lo ha mai parlato? Certo non è più come una quarantina di anni fa, quando la maggior parte della gente parlava in dialetto e due italiani avrebbero avuto serie difficoltà a comunicare l’uno con l’altro. La parlata locale più vicina all’italiano è il fiorentino. Beh, provate a parlare con un fiorentino e poi mi dite se ci capite un cazzo.

E’ andata così – continua Bidone, mentre l’attenzione dei presenti è all’apice. Nessuna delle teste assiepate intorno ai tavoli del Bar Annunziata lo interromperebbe, per nulla al mondo. – Noi, che da qualche anno siamo nelle serie inferiori, lontani dal calcio che conta, non abbiamo il piacere di incontrare quei merdosi negrazzurri e rossonegri. – E lo storpiamento politically uncorrect strappa più di un compiaciuto sorriso. – Questo naturalmente secondo i calendari della santissima Lega Calcio. Così, per rimediare, abbiamo approfittato della trasferta a non più di cinquanta chilometri da Milano organizzando un bel prepartita con visita a domicilio proprio nel giorno del derby.

Fa una pausa studiata, alza la birra, ne beve un sorso. Poi, dopo aver dato uno sguardo panoramico ai presenti, decide che può continuare.

– Siamo partiti in anticipo, una cinquantina, divisi fra diversi scompartimenti per non dare nell’occhio, abbigliamento regolare e biglietto del treno in tasca. Arrivati a Milano molto presto ci spostiamo immediatamente verso San Siro. Qui ci dividiamo: una parte verso la curva milanista e gli altri dai cuginetti interisti, tenendoci in contatto con i telefonini. Sia benedetto il loro inventore. – Dice, e per dare più forza al concetto schiocca un rumoroso bacio al suo cellulare. Naturalmente è l’ultimo e il più costoso della serie.

– Ci siamo smollati in giro, aspettando gli striscionisti. Appena li vediamo arrivare li inquadriamo rapidamente. Fuori le cinte, bottiglie in pugno, li abbiamo caricati più o meno simultaneamente fuori dalle due curve. Un massacro, li abbiamo presi proprio di sorpresa. Dovete sapere cari ragazzi, – chiosa fra il paterno e il professionale – che l’elemento sorpresa è fondamentale in ogni azione militare che si rispetti. Muoviti rapido, salta fuori dall’ombra, lavoragli il culo e sparisci lasciando i cazzoni a chiedersi cosa cazzo li ha colpiti. Come tocco di classe abbiamo lasciato dei biglietti da visita con la scritta immortale: E’ TORNATA LA PARANZA. Poi, come eravamo arrivati, ci siamo infilati nella metro in direzione della stazione centrale. Tutti in fila col nostro biglietto in mano, ordinati come una comitiva di devoti a Padre Pio in visita al Santuario di Pietrelcina. La cosa bella è che i giornalisti non hanno capito un cazzo. – Conclude con aria di ispirata saggezza e irriverente tracotanza.

– Come al solito. – Commenta un ragazzino sui quattordici anni che sembra un po’ la mascotte del gruppo. Il suo doppio taglio è fresco di macchinetta. Lo schiaffo lo prende sulla misura zero e il suono è limpido, uno schiocco che risuona nell’aria greve di questo marzo estivo, scatenando l’ilarità dei presenti.

– Vedi Speaker Mostro – gli dice Bidone –, mio giovane amico. Sei un bravo ragazzo, sei la voce del ghetto, le tue rime audaci sono l’orgoglio del quartiere. Gliele suoni e gliele canti agli sbirri e ai figli di troia. Ma non sei solo un merdoso rapper boccaperta, anche nella lotta prometti bene e ti dai da fare, però ricorda: mai interrompere Bidone quando è intento a raccontare le mitiche gesta belliche della Paranza.

Speaker Mostro annuisce, ha imparato la lezione e tirerà fuori la frase fra qualche anno, al momento opportuno, e allora non sarà la sua testa a schioccare.

– Come dicevo, i giornalisti non hanno capito un cazzo: DERBY DI SANGUE, titolava la Gazzella dello Sport e nell’occhiello: Scontri fra opposte fazioni, 22 feriti. Solo che l’opposta fazione eravamo noi, né i milanesi né quei conigli dei romani.

Avevo letto il giornale quel giorno e il tono degli articoli era improntato al solito campionario di luoghi comuni e frasi fatte, tenute lì nella memoria del pc, buone per ogni occasione. NON SONO TIFOSI MA TEPPISTI, aveva tuonato con autorevolezza il presidente della Federcalcio, Franco Cazzaro. Peccato che loro stessi avessero trasformato il calcio in un grande circo che esibiva i suoi numeri migliori con i falsi in bilancio, i passaporti truccati, le partite combinate, la coca a cena e gli anabolizzanti a colazione. I fallimenti continui di società che pur avevano avuto la loro bella fettina di gloria. Questo però il presidente Franco Cazzaro non lo diceva, così come evitava accuratamente di fare riferimento alla vicenda che lo vedeva indagato per sottrazione di ingenti somme dai fondi federali. “Un equivoco che sarà presto chiarito”, si era limitato a dire un mese prima quando la bomba era esplosa. Del resto era una semplice questione di soldi, sarebbe bastato allargare il giro, aggiungere qualche posto a tavola, stappare qualche bollicina d’annata, mettere giù qualche etto di polvere bianca e il problema sarebbe immediatamente sparito. Era molto più facile additare i pochi facinorosi. Sono pochi, una minoranza. Ma la storia non la fanno da sempre le minoranze, mentre milioni di brave persone lo prendono in culo a capo chino dal vincitore di turno? E sia chiaro, facinorosi e teppisti lo sono davvero, perché gli piace, perché nessuno gli può dire quello che devono o non devono fare. Gli piace lo scontro, l’adrenalina che schizza al cervello e ti fa sentire vivo, ma se devono infrangere la legge lo fanno a viso aperto, non protetti da consigli di amministrazione e tonnellate di robocop in armatura da combattimento.

Chiaramente i loro Ultras, se così li possiamo chiamare, hanno capito tutto – aggiunge poi Bidone –, ma anche se sono degli infami dalla bocca larga, questa volta l’hanno tenuta chiusa. Una figura di merda così cercheranno di limitarla, aspettando un’improbabile rivincita, ma sono certo che alla prima occasione sapremo cacciargli in culo ogni desiderio di vendetta. Gli mettiamo il cazzo in bocca. – Solleva di nuovo la birra e con fare cerimonioso esclama:
– Alla salute nostra, alla faccia degli sbirri, degli infami e dei polentoni.
Attimo di silenzio, poi dieci bicchieri si levano e una serie di urla scomposte rompe la quiete pomeridiana del Bar Annunziata.

Lo aggiro, arrivandogli da dietro e gli batto il dito sulla spalla. Poi quando si gira, gli chiedo:
– Mo’ ti sei messo pure a fare l’oratore?
Mi guarda in controluce e deve pensare che sono una cazzo di visione.
– Non ci posso credere, non ci posso credere, Vladimir, fratello.
Si alza e mi abbraccia a lungo, poi aggiunge:
– Pensavo che non ti avrei mai più rivisto, dove cazzo sei stato? Quando sei tornato? Come stai? Resti?
Una cosa alla volta, rispondo regalandogli il più bello e sincero dei miei sorrisi:
– Sono stato fuori per un po’, sono tornato stanotte, sto bene, resto.

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