Carne morta che cammina

di Rosario Dello Iacovo

Terzigliano, marzo 2001

Come tutte le sere Bidone si sveglia intorno alle nove. Lotta una mezz’ora con i postumi della notte prima. Si rotola nel letto cercando chissà dove la forza per tirarsi fuori dall’abbraccio di Morfeo. Si butta sotto la doccia. Sposta a destra e a sinistra la leva del rubinetto finché l’acqua non viene giù calda al punto giusto, come piace a lui. Resta un’altra mezz’ora abbondante fra vapore e fumi di bagnoschiuma e lentamente riprende conoscenza. Verso la fine regola la temperatura sempre più fredda. Ha letto su una rivista maschile che così facendo si ottiene un effetto tonico, e lui ci tiene a essere fresco e tosto. E poi si fida. Chi scrive su un giornale sa quello che dice, è gente che ha studiato. Mica come lui che è arrivato a stento alla terza media, diplomandosi ad honorem a sedici anni. Ora ne ha ventinove, quasi tutti passati per strada con delle occasionali visite al riformatorio. In galera però non c’è mai finito. “Non ancora”, pensa uscendo dalla doccia e grattandosi i coglioni a mo’ di scongiuro. Si asciuga con l’accappatoio di spugna che gli ha regalato Mammà per il suo ultimo compleanno, insieme a un mucchio di consigli che si è guardato bene dal seguire. Ma tanto lo sa pure lei, è inutile che gli dica: “Metti la testa a posto, non vendere la droga, tu finirai male”. In realtà più che finire male, il problema di Bidone era che aveva cominciato male. Suo padre ammazzato in un agguato quando lui aveva sei anni. Il fratello maggiore stava scontando una lunga condanna per associazione mafiosa. Si era fatto da solo Bidone, un self-made man del ghetto e tra quegli incubi di cemento armato si era guadagnato la sua fetta di rispetto. Non erano serviti a niente gli sforzi di sua madre, le mazziate frequenti e abbondanti iniziate a dieci anni, quando era tornato a casa fra due poliziotti perché aveva scippato una borsa.

Fu il primo momento di gloria e radio ghetto fece circolare rapidamente la sua impresa. Da allora, in giro, riceveva i sorrisi e gli ammiccamenti degli adulti seguiti dall’immancabile commento: “Tale e quale a suo padre”. A scuola la maestra aveva sentenziato che non era portato per gli studi. Molto più facile per lei seguire solo quei ragazzini che avevano il privilegio di poter crescere in maniera normale. Tanto a fine mese lo stipendio arrivava uguale. E poi, con quella famiglia, pensava la signorina Maria, il suo destino era segnato. Sua madre tornava con gli occhi gonfi di pianto ogni volta che la maestra la convocava a scuola. Avrebbe voluto dirgli che non era cattivo, che avrebbero dovuto avere un occhio di riguardo, che era cresciuto senza padre in un ambiente violento. Ma le parole non le uscivano mai. Era ignorante e riusciva a stento a balbettare quando le dicevano: “Signora, ma lei non ha a cuore la sorte di suo figlio?” E invece teneva a lui più di ogni altra cosa e passava ore a pregare la Madonna perché cambiasse strada. Ma la Madonna doveva essere della stessa opinione della signorina Maria. La grazia non era arrivata e Bidone si era distinto via via come uno dei guagliuni più svegli del quartiere. Prima muschillo, con lo scooter fiammante a fare consegne di strani pacchetti. Poi l’apprendistato su una base nel secondo vicolo di Santa Lucia. Adesso quella base la comanda lui, come ha deciso Pascal ‘o zuopp, boss della zona, reggente dei temibili Izzo di Terzigliano. Un po’ per rispetto della buonanima di suo padre Giggino ‘a percoca, guardaspalle del capozona Peppe ‘o criminal, e insieme a lui crivellato di proiettili qualche anno prima in un agguato. Ma soprattutto per meriti suoi, perché Bidone non ha paura di niente e sa stare al suo posto. In tre anni nessuno si è mai lamentato, i soldi, le consegne, le palline di coca, tutto è sempre filato liscio ed è opinione comune negli ambienti criminali che il ragazzo avrebbe fatto strada.

Dopo essersi asciugato, apre un armadio che occupa l’intera parete della stanza da letto. E’ di rovere e se lo è comprato da poco, da quando ha visto Pulp fiction. Prima non sapeva nemmeno di che colore fosse il rovere. Anzi, non sapeva nemmeno cosa cazzo fosse il rovere, ma quel film di gangster cool e raffinati gli aveva, come diceva lui, fatto azzeccare le punte. Tutt’altra storia di quella squallida malavita di Terzigliano, fatta d’infamità e vicoli che puzzano di piscio. “Là me ne devo andare” – Pensa spesso. – “E’ in America che si fanno i soldi veri e che ci sta la mafia buona, doc, a origine controllata, quella cient cient“. Dà un’occhiata nell’armadio e sceglie i vestiti per stasera. L’operazione però è più rapida del solito, ha altri cazzi per la testa e poi può vestirsi pure a occhi chiusi tanto confida nel suo buon gusto naturale. E’ un po’ preoccupato, girano strane voci nel quartiere, si dice che sta per scoppiare una nuova guerra e che Pascal ‘o zuopp si è pentito. Ma a lui nessuno ha detto niente e la puteca comunque deve aprire. Stasera poi deve fare un servizio importante. Per cui si veste in fretta con un paio di Levi’s, una camicia bianca di lino fatta su misura e un paio di Adidas bianche. Poi si gira verso la culla dove sta dormendo ignaro Giggino. Ha sette mesi e tutti dicono che è bello come il sole. Lo accarezza piano per non farlo svegliare, gli dà un bacio e va in cucina.

– A che ora torni?

Gli fa sua moglie Samantha, ventitré anni. Si sono sposati da qualche mese, dopo aver fatto il guaio, ma tanto si vogliono bene e si sarebbero sposati comunque. Samantha è bellissima, alta poco meno di un metro e settanta, con un corpo che sembra quello di una ballerina. Esile, ma con le forme pronunciate e al posto giusto. Lunghi capelli neri, come una notte così profonda da non aver bisogno di stelle. Un viso perfetto, dove spiccano due grandi occhi castani un po’ allungati. Mediorientale, se non fosse per la pelle chiarissima che le conferisce un fascino lunare. E’ sempre stata la più bella del quartiere.

Amò e che me lo chiedi a fare, non lo sai che devo faticare tutta la nottata?

La guarda e la sua attenzione si concentra sulla gobbetta appena pronunciata che rende il suo naso irresistibile. “E’ troppo bella”, pensa. Come gli piacerebbe mandare tutto a fare in culo e restare con Samantha e Giggino a casa a godersi una serata normale. Davanti alla televisione, a mangiare una pizza, o tirare fuori il passeggino e scendere a pigliarsi un gelato vicino al mare. Una vita normale, come gli altri, come quelle coppie che si svegliano tutte le mattine abbracciati stretti, stretti, nello stesso letto. Invece lui se tutto va bene torna alle sei, sette, di mattina e quando lei si alza è così stanco che nemmeno se ne accorge. Chissà come sarebbe stata la loro vita se solo avessero avuto altre possibilità. Ma è ora è troppo tardi, è già tutto deciso.

Samantha sembra pensare la stessa cosa o forse glielo legge semplicemente negli occhi, lo conosce troppo bene, ma non dice niente. Anche lei è cresciuta in fretta, ultima di cinque fratelli e sorelle, figlia di Gennaro ‘o chiuov attualmente detenuto a regime di 41 bis nel carcere speciale di Novara, insieme ad altri mafiosi e gli ultimi irriducibili delle Brigate Rosse. Si alza sulla punta dei piedi e lo bacia. Lui l’abbraccia e lei si squaglia, come sempre, come la prima volta, finché morte non li separi.
Poi gli dice:

– Stai attento. Non farmi stare col pensiero, fammi una telefonata e non toccare la cocaina.
– Non ti preoccupare amò. – Risponde mentendo. – Io quella munnezza non la tocco, la vendo solamente.

Le dà un ultimo bacio, piglia il ferro dal buco segreto dietro il mezzanino, e va a caccia di fortuna.

– Dammi dieci grammi di roba, quella buona che ce la dobbiamo fumare.
Dice Bidone dieci minuti dopo rivolgendosi a un ragazzino secco secco. Indossa dei pantaloni neri di almeno due taglie più grandi che precipitano pericolosamente su un paio di scarpe enormi e colorate. Sopra ha una camicia grigia chiusa solo dai tre bottoni superiori.
Tonì – Fa, rivolgendosi a un altro ragazzo poco distante – vai a pigliare la roba a Bidone.

E’ felice della vendita, la serata sembra iniziare bene. Un buon motivo per rischiare la galera all’angolo di una strada di Terzigliano. Sempre che Bidone la roba gliela paghi e di questo Totore improvvisamente non si sente sicuro. Perché è lì se ha la sua base? Ha semplicemente finito la roba e ne vuole un po’ per lui, oppure la sua discesa in quel cesso è una spedizione punitiva? La cosa non gli è chiara. Ma decide che sono solo paranoie e cattivi pensieri, perciò dice a se stesso: “Andrà tutto bene”. La mente già proiettata al momento in cui si toglierà da quel vicolo di merda. Una puntata a Malastrada per caricare quelle due ragazzine albanesi che lo mandano fuori di testa e si sparerà una nottata di follia a buon mercato. Starà attento anche con la coca. Quando pippa troppo non gli si rizza ed è una situazione veramente paradossale. Con la testa che dà i numeri e continua a riempirsi di visioni da pervertito e il figlio di puttana fra le sue gambe che non ne vuole sapere di alzarsi e fare il suo dovere. Non succederà, si terrà abbottonato, sotto controllo, e le due pucchiacche di Valona urleranno tutta la notte. Il ragazzino torna dopo qualche minuto. Cammina tenendosi basso sulle ginocchia, dondolando ritmicamente braccia e spalle. Va su e giù, con la testa che oscilla leggermente a destra e a sinistra. Sembra uscito dritto dritto da un barrio chicano della città degli angeli. Stile sud del mondo, uguale a tutte le latitudini. Si guarda intorno attentamente e gli passa con cautela la busta di plastica col prezioso contenuto.

– Bidone bello, guarda il fratello tuo che ti sta dando. Roba esagerata, la bomba atomica, scagliata e brillantata. – Rafforzando con un ampio movimento delle mani le presunte qualità della sostanza.
– Vacci piano. – Poi riprende – Fate pietre piccole, perché questa roba ti sbatte a terra. E’ tritolo fratè. – Conclude felice, come un bambino la mattina della befana. Ma per lui ci sarebbe stato solo carbone, nero come la notte. Bidone prende la busta, la soppesa con un gesto della mano e gli risponde solo:
– Ti faccio sapere.

Si volta e apre la portiera per risalire in macchina. Il pusher lo guarda disorientato, incapace di reazione. I suoi peggiori presentimenti si stanno avverando. Non ha nessuna intenzione di dargli i soldi, ormai è chiaro. Merda. Davanti a Totore stasera ci sono solo due alternative: affrontare Bidone o giustificare a Gioggiò il mancato incasso. Ma per quanto Gioggiò sia un tipo pericoloso, il paragone con il grosso figlio di troia che gli sta davanti non esiste proprio. E poi Totore non è stupido, è un ragazzo scetato, e quello che sta accadendo gli dice che il vento è cambiato. Bidone vuole tutto. Nel quartiere circolano da un po’ voci sul fatto che vuole unire tutti i punti di spaccio, eliminare la concorrenza e gestire in prima persona il fottuto traffico. E’ il tempo degli indipendenti. Chiunque ha fegato e palle sufficientemente grosse, voglia di arrivare e mentalità, è in pole position nella corsa ai posti che i vecchi boss hanno lasciato vuoti. Sono quasi tutti in galera a fare giochini su chi ha la bocca più larga. Gioggiò è un loro uomo, è il passato. Non resisterà a lungo e chi è Totore per opporsi al destino? Non è nessuno, e la consapevolezza gli fa prendere alla svelta la più saggia delle decisioni. Gli avrebbe dato tutto, sperando che Bidone si fosse accontentato della roba e non volesse invece come cadeau anche la sua vita. Però vuole fargli un minimo d’impressione. Del resto, fuori gioco Gioggiò, sarebbe rimasto disoccupato e se si fosse comportato bene poteva sperare ragionevolmente che Bidone gli avrebbe trovato un posto nei suoi progetti futuri. Ha bisogno di un piano. Deve uscire da quella situazione nel migliore dei modi, alla grande, mostrando di avere le palle, di non calarsi subito i pantaloni e cedendo alla richiesta di Bidone soltanto per incondizionato affetto e saggio realismo.

– Ma a Gioggiò che cazzo gli dico?

E pronuncia la frase con un’alzata di spalle, cercando di darsi un tono. E’ il linguaggio del ghetto e la lingua viaggia come al solito accompagnata da ampi gesti del corpo.

– Punto primo, il cazzo te lo metti in bocca. – Gli dice Bidone con aria feroce. – Punto secondo, lo guardi nelle palle degli occhi e gli dici: Gio…ggiò. – E fra le due sillabe trascorrono interminabili attimi, durante i quali i suoi occhi cattivi gli mettono a ferro e fuoco l’anima. – Ha detto Bidone che voleva un provino, poi se gli piace la roba lo viene a pigliare un pezzo da cinquanta.

Lo sta prendendo per il culo: cinquecento euro di roba da provare, per tornare forse a prenderne cinquanta carte. Il peggior affare nella storia mondiale della droga. Il problema è capire come tirarsi fuori da quella situazione di merda col minor danno possibile. Totore guarda Bidone e fa due conti. Anche se non tira fuori Tina, il suo inseparabile ferro, i conti non tornano. No, no, gli romperebbe il culo, senza dubbio. Nonostante lo sciame di scooter che , come dire, è la sua guardia presidenziale. Cerca quindi di assumere un’aria rilassata e amichevole.

– Non ci stanno problemi per questa volta. Tu vuoi il provino e Totore tuo te lo dà senza problemi. Lo sai, ci conosciamo da una vita, posso mai rifiutare una cortesia a mio fratello?

Nonostante tutto il miele che sta spargendo a 360°, ha detto ancora una volta una frase di troppo e lo sa. Ma che cazzo, sta facendo una figura di merda e deve pure fare finta di recuperare un minimo di faccia davanti ai guagliuni della base. Aveva una cartuccia da sparare e l’ha sparata. Amen. Non gli resta che sperare nella sua buona stella, che però fino a quel momento è sicuramente da qualche altra parte a farsi i cazzi suoi. Cerca di guardarlo negli occhi, ma il suo sguardo non ci pensa nemmeno a ubbidire. Gli occhi continuano a rimbalzare da un punto all’altro della strada, alla ricerca di non si sa cosa. Qualsiasi stronzata racconti a se stesso non convincerà il suo istinto di sopravvivenza. La sa lunga quel figlio di puttana e la sua vocina gli dice: “Stagli lontano coglione, dagli tutto il cazzo che vuole e portati a casa la vita, che stasera è già un grosso affare“. Bidone gli fa paura, è inutile cazzegiarci intorno, vuole solo che se ne vada, che gli tolga di dosso quello sguardo di fuoco che promette dolori e patimenti in offerta speciale.

– E io per questa volta ti ringrazio. – Gli risponde Bidone.
– Sei un bravo ragazzo, anche se tieni la bocca un po’ troppo larga, ma stasera sono felice perché è tornato mio fratello. Ti perdono, ma la prossima volta ricordati: la migliore parola è quella che non si dice.

Poi s’infila in macchina lentamente, guarda uno a uno i ragazzi sugli scooter e chiude con forza la portiera. L’uscita di scena segue un rituale preciso, deve essere chiaro chi comanda in quel cesso di quartiere. Vuole che si ricordino dell’episodio e non lo dimenticheranno, mai più. Ormai sono suoi e gli torneranno utili. Totore e i guaglioni resteranno lì Pasqua, Natale e ferragosto, lavorando sodo, stipendio regolare, avvocato pronto a scattare nel nome dei sacri principi del garantismo e una rendita per la famiglia nel caso gli sbirri avessero fottuto qualcuno di loro. Lavoreranno sodo e i proventi finiranno per buona parte nelle sue tasche. Un buon affare. Poi prima di andare, abbassa il finestrino e dice ad alta voce per farsi sentire da tutti.

– Ah diglielo a Gioggiò che in questo vico ci sta l’aria buona, mi piace, mi sa che mi vengo a fare una bella villeggiatura da queste parti.

Tombola. Ogni frammento va al suo posto. E finalmente Totore può tirare un lungo sospiro di sollievo, mentre Bidone si allontana sgommando nella notte. Decide perciò di festeggiare lo scampato pericolo.

Tonì dammi un pezzo di roba. – Lo apre strappando la plastica coi denti, con furia. Prepara una lunga striscia di coca sulla sella di uno scooter e se la pippa avidamente. Sta bene. Lui è vivo, e Gioggiò solo carne morta che cammina.

In macchina si respira, nonostante tutto, un’atmosfera rilassata. Le note di “47” degli Almamegretta riempiono l’abitacolo. “Un, ddoje, tre, quatt bott aggia acchiappat rint a panz…”, canta Raiz senza immaginare che stasera la sua voce calda e abrasiva è la colonna sonora di una vera storia di gangster.

– Che figlio di puttana sei. – Gli dico ridendo. – Lo hai terrorizzato, ancora un minuto e il suo cuore non avrebbe retto l’impatto con la tua faccia di merda.
Un ghigno gli attraversa il viso. Lo riconoscerei tra mille.

– Fratello, la vita è dura e nessuno ti regala niente, lo sai. Però in questo momento sento di avere una possibilità. Devo tirare fuori le palle. C’è molto da fare oggi per l’uomo che vuole prendersi la sua fetta di torta. Tutti quelli che comandavano qua o hanno fatto i soldi e non gliene frega più un cazzo, oppure sono in galera. Tutti dolenti e pentiti dei loro peccati. Giusto il tempo di entrare in un programma di protezione per i collaboratori di giustizia, mettere il culo oltre le sbarre e ricominciare i traffici con una banda più piccola. Hanno i loro cazzi da pelare. Non è di loro che devo avere paura. E’ l’occasione giusta e non me la farò scappare. Aspetto da tutta la vita e ora nessuno m’impedirà di presentarmi alla cassa per riscuotere. Non posso certo fare l’ultras per sempre. Va bene partire in brigata, bere e bombardarsi coi ragazzi in giro per il paese. Prendere a calci in culo coglioni montati e riportarli coi piedi per terra, imporre la nostra supremazia e farci rispettare come la banda più fresca del giro. Ma voglio di più, sono diventato grande ed è tempo che io pensi alla vecchiaia e questa sarà la mia pensione.

Lo guardo negli occhi. C’e qualcosa di nuovo nel suo sguardo, una rabbia e una determinazione che non ho mai visto prima. Per fermarlo dovranno metterlo sotto terra. Non è più il teppista di periferia con cui ha diviso l’infanzia e l’aria. La vita lo ha messo di fronte a un bivio. Rompersi il culo dietro lavori da niente. Tirare avanti con quattro soldi e sperare di arrivare alla fine del mese per pagare affitto e bollette. Oppure tentare il grande salto. Usare ogni grammo della sua energia per imporsi con violenza in un ambiente violento. Ha in mano delle carte da giocare, le avrebbe calate tutte e se gli avesse detto male, pazienza. Sarebbe caduto in mezzo alla strada, a viso aperto, con le armi in pugno, non invecchiando come un coglione che la vita può prendere a calci quando vuole.

– Ma ho bisogno di te fratello. Mi dice, guardandomi dritto negli occhi. – Da solo non ce la posso fare. Non mi mancano le palle, ma una cosa come questa la posso fare solo contando sulla tua testa fina. Con le palle ci scopi, ma è con la testa che ragioni. Altrimenti sei una testa di cazzo e questa non è una cazzata. E’ un gioco per i duri e i duri hanno molte più probabilità degli altri di finire sotto terra. Pochi riescono a invecchiare e godersi il bottino. Per riuscirci non devi avere paura di nessuno. Però devi avere pure abbastanza cervello per guardarti continuamente il culo. Guardia alta e serrata, chiuso a protezione e pronto a scattare in avanti ad azzannare la preda. Non saprei farlo da solo. Ho bisogno di qualcuno all’angolo che mi dia le dritte. Sono sicuro che alla prima occasione perderei la testa. Basterebbe la prima provocazione a spedirmi col culo a terra. Lo sai, senza di te sono perso…fra’.

Sorride il bastardo e mi lecca il culo. E come mi liscia. Ma la sviolinata ha il solo scopo di farmi sentire in obbligo morale. Una cosa che suona tipo: “Non lasciarmi solo, ho bisogno di te”. Ma per quanto il nostro affetto sia davvero fraterno, qualsiasi sforzo faccia, non riesco proprio ad immaginarlo come il protagonista di una merdosa storia di orfanelli e glielo dico.

– Se proprio devi dire stronzate, cercane una migliore. Da quando in qua avresti bisogno di me? Sei sempre stato un rullo compressore, non ti sei fermato davanti a niente e a nessuno e mo’ mi vieni a raccontare questa cazzata che sono indispensabile ai tuoi progetti da mafioso? Sono tornato con altre intenzioni. Per fare ordine nella mia vita. Voglio laurearmi. Sento di doverlo fare. Ho visto gente che non valeva niente fregiarsi del titolo di dottore. Lo so, ho sempre detto che non me ne fregava un cazzo del marchio dell’accademia. Però se nella tua famiglia nessuno si è mai laureato, se i tuoi vecchi si sono fatti il culo per darti una possibilità che a loro nessuno ha concesso, glielo devi. Glielo devi, se su di te hanno investito i sogni che nel loro caso la vita ha preso a calci in culo. Mi sono passati avanti in tanti e ogni volta la rabbia mi ha divorato come se fosse la prima. Ok, loro non ci sono più, ma farlo avrà comunque un senso.

Mi fa male. Tutto in un istante. Fuggire via era servito solo a lenire il dolore, non avrei mai dimenticato. Ci sono cose che non puoi eliminare. Devi affrontarle, guardarle negli occhi, permettergli di entrarti dentro e farti male. Fino a quando non diventi più forte di loro. Le prendi alla gola, le soffochi, le mandi al tappeto. E solo così trovi pace. La forza nasce dalla consapevolezza di essere debole. Non serve a niente fare il buffone, ridere quando vorresti piangere, tirare pugni alla cieca quando vorresti invece sentirti semplicemente meno solo.

Il giorno che mio padre si era sparato un colpo in bocca è ancora lì, dietro l’angolo. Nove anni dopo.

– Embè? – Mi fa col tono più strafottente del mondo. – Ti vuoi laureare? E laureati. Un filosofo non può che fare bene alla società. Però, non per farmi i cazzi tuoi, non credo che laurearti a trentuno anni ti darà chissà quali possibilità. Tu che dici? Ci dovevi pensare prima e poi una laurea in lettere, che cazzo te ne fai? Vai a fare il professorino? Mi sa che eri un po’ distratto quando è suonata la campanella del tuo turno. Sei vecchio fratello, almeno per cominciare la trafila di concorsi e insegnamento in scuole private per quattro soldi al mese. Meriti altro, piuttosto che vederti fare questa vita ti faccio fuori. Sei sempre stato il migliore di noi, non ti meriti questo. Se avessi scelto quella strada sono sicuro che oggi il professorino lo faresti all’università e dovrebbero leccarti il culo. Ma hai scelto altro, quel treno è passato e non credo che sei ancora in tempo per raggiungerlo. Però io so quello che vali e per il lavoro che ho in mente non ti serve nessuna laurea del cazzo. Fallo per noi il professore. Insegna ai nostri ragazzi una scorciatoia per riprendersi il bottino. Dà loro le motivazioni. Diglielo che la nostra è una rivolta che salverà solo noi stessi, ma che noi combatteremo ugualmente e farebbero bene a farlo anche tutti quanti gli altri. Assaltiamolo insieme il cielo Vladimir, spargiamoci un po’ di benzina e mandiamolo a fuoco quel posto di merda. – Mi guarda dritto negli occhi visibilmente emozionato.

– E’ vero sono vecchio. – Rispondo io. – Con ogni probabilità laurearmi non mi servirà a niente. Però a volte senti di dover fare delle cose che non hanno per forza una finalità pratica. E poi chi lo può dire? La vita è imprevedibile e magari riesco a riannodare il filo che ho interrotto.

– Mi piacerebbe pensare che sia possibile. Ma secondo me, Vladimir, te la stai suonando e te la stai cantando. Non sei il bravo ragazzo che ti piace pensare. Dentro sei marcio come tutti noi. E’ questo posto dove siamo cresciuti che ci ha reso così. Siamo programmati per i reati, siamo programmati per andare tutti carcerati. Non c’è spazio per noi nella società degli onesti, se non quello che ci hanno riservato: lavori di merda e una vita di merda. Fattene una ragione. Se vogliamo altro dobbiamo prendercelo con la forza.

Le sue parole mi colpiscono come un cazzotto in pieno viso. Ha ragione. Sono scisso. Dentro di me convivono due io. Uno viene da lontano. Un ragazzo di belle speranze che pensava di cambiare il mondo. Sempre primo della classe, convinto che le lotte di mio padre e di mio nonno mi avrebbero permesso di diventare altro di quello che ero. La cultura era stata una conquista feroce. Un lungo viaggio nella terra dell’uomo bianco. La licenza elementare di mio nonno, quella media di mio padre col corso delle 150 ore e infine l’università per me. Ogni cosa sembrava procedere a lunghi passi verso il mio personale sol dell’avvenire. Invece tutto era andato a puttane, a pezzi, in frantumi, nove anni prima. E i frammenti mi hanno lacerato l’anima in quelli successivi. Ho vissuto rinnegando l’etica, le convinzioni nelle quali avevo creduto. Mi sono fatto beffe delle conquiste di mio padre e di mio nonno. Chi sono adesso io? Mi chiedo con amarezza. Poi penso che è venuto il momento di uccidere definitivamente la parte buona di me stesso. Smetterla di credere a cicliche e velleitarie redenzioni che non mi porteranno da nessuna parte. Sono quello che sono. Il bravo ragazzo dentro di me è come Gioggiò, carne morta che cammina. Io invece sono vivo. Ammetterlo con tanta insolita franchezza alleggerisce di colpo il peso che mi porto dentro da anni. La smetterò di provare a essere quello che non sono riuscito a diventare. Guardo Bidone, gli dico di passarmi la busta di coca e mi faccio una pippata. Fuori è una notte senza senza stelle e senza luna. Una notte qualunque a Terzigliano.

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di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti

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