Altrove è una lepre di pezza

di Rosario Dello Iacovo

Inizia presto la giornata. In giro per Milano a caccia di una casa. Prima un lungo viaggio in metro, cambio a Cadorna, direzione Lotto. Poi l’odore della pioggia appena caduta. Me la sono persa. Perciò mi accontento delle pozzanghere che schizzano gioiose sotto gli pneumatici delle macchine in transito. Quelli che stanno al volante nemmeno ci fanno caso. Per la maggior parte della gente la pioggia è una gran rottura di coglioni. Io invece guardo i riflessi del sole che gioca a nascondino fra le nuvole. Rimbalzano sui vetri sporchi e bagnati di una vecchia casa all’angolo. Bassa, a due piani. Il tetto spiovente di tegole rosse si staglia contro il cielo che ora volge all’azzurro, con quella tonalità del nord che anticipa nella gamma dei colori il cielo blu scuro e struggente di Londra. Mi piacciono le vecchie case. Mi metto sempre a fantasticare sulle storie che hanno ospitato, sulla gente che ci ha vissuto. Saranno stati felici?

Ultimamente sono ossessionato dalla felicità. Cerco di scorgerla sulle facce della gente. Le guardo di sbieco senza farmi notare. Osservo le rughe e le espressioni come una cartina, quasi mi possano indicare un sentiero nascosto che mi porti Altrove. Altrove è la parola chiave dei miei sbagli. Ne sono consapevole. La ricerca ossessiva di altro. Anche quando quello che avevo era molto di più di quanto avrei potuto ragionevolmente desiderare. Di quello che avevo anche solo osato desiderare, in un giorno qualunque di innaturale ottimismo. Sulle facce della gente però non ci sono strade per Altrove. Non le trovo mai. Solo tran tran quotidiano. Mutui e bollette da pagare. Una vita da inseguire senza poterla raggiungere. Altrove è una lepre di pezza, con un branco di cani rabbiosi ad annusare le sue tracce evanescenti. Affiorano per poi svanire, quando credi di averle messe a fuoco. Io sono fra questi. Uno del branco, penso, mentre controllo sul navigatore dell’iPhone la direzione da seguire.

Non c’è molta gente in giro. Gran parte delle attività commerciali sono chiuse ed espongono cartelli di locazione o vendita. Di vendita più che altro. E’ un quartiere strano. Residenziale, mi dicono, con case dalla grande metratura e prezzi fuori portata. Un non luogo che si staglia lungo viale Vigliani fin quando si tuffa in viale Scarampo. Qui la cinta muraria della fiera è interrotta da un ponte di vetro e cemento. Ha l’aspetto di una grande libreria. Poggia su dieci triangoli equilateri. Gli ultimi due sulla destra sono un po’ sollevati a formare una sorta di scala. Di fianco due torri ellittiche. Su entrambi i lati, dei telai d’acciaio che sembrano immense fioriere e contengono una fila di alberi. Non saprei dire cosa sono. Cresciuto in un quartiere senza verde, conosco l’abete per il Natale, la quercia per il vecchio simbolo dei Ds, le palme per la forma esotica e il pino per la cartolina del golfo di Napoli. Poi l’hanno tagliato, ma la memoria mi restituisce dettagli nitidi a sufficienza per stabilire che non si tratta dello stesso albero. Nemmeno degli altri tre o quattro che conosco.

Oltre, dritto come un tubo, viale Teodorico. Dall’altro lato Piazza Firenze. Lo scenario resta sostanzialmente immutato. Sulla sinistra, dopo una grossa concessionaria di auto francesi, stanno costruendo dei palazzi. Le impalcature brillano al sole, che ora è venuto fuori con decisione e scalda l’aria. In giro c’è poca gente, pochi negozi, molti “Vendesi” e assenza totale di immigrati. Li ho lasciati a parlottare in piazzale Lotto quasi avessero timore ad addentrarsi oltre i confini della cittadella. Magrebini, e alle loro spalle via Monte Rosa dove si staglia il palazzo del Sole 24 Ore. Di fronte invece c’è la palazzina liberty del Derby. Da qualche anno ospita il centro sociale Cantiere.

Qui invece, a poche centinaia di metri, c’è un’enclave della Milano bianca, con i mono da ottocento e i bilo da mille a salire. Più le spese, naturalmente. L’economicismo linguistico è tipico dell’idioma che si parla a Milano. La sigaretta è la siga, i ragazzi sono raga, un monolocale diventa mono, l’aperitivo ape. La fica resta la figa, con la sola sonorizzazione dell’occlusiva fra le due vocali. E se ti chiami Clementoni, per tutti diventi immediatamente Cleme. Anzi, il Cleme. Le parole sono usate con parsimonia e ridotte nelle sillabe, secondo un certo spirito calvinista che Milano crede di possedere, sbagliandosi. Peccato che questa particolarità non si accompagni a un’analoga tendenza all’economicismo edilizio. Mille euro restano mille fottuti euro, qualsiasi sia l’accento con il quale lo dici. A Milano i mattoni sono cari e piovono più infami delle pietre di Ken Loach. Più letali di quelle che avrebbero dovuto lapidare Maria Maddalena, se un certo Gesù Cristo, così dicono, non le avesse salvato il culo un giorno lontano in Palestina. Quando ti chiedono mille euro al mese, cosa ti resta da fare se non rapinare lo stesso proprietario dopo averlo pagato? La domanda mi sembra pertinente. Addirittura retorica mentre il tipo dell’agenzia inizia a esporre le varie proposte e ci vorrebbe un mutuo per pagare l’affitto.

Ha più di cinquant’anni e se li porta male. Va detto. Indossa un vestito che non sfigurerebbe a un matrimonio. Sono certo che l’addome prominente farebbe la sua porca figura dopo la terza portata. Fasciato in questo blazer che vorrebbe comunicare un’idea di eleganza e professionalità senza riuscirci nemmeno per caso. Nemmeno in presenza di un interlocutore particolarmente benevolo nel giudizio. Nonostante tutto però sorride. Ogni nuova proposta è accompagnata da un movimento più ampio delle labbra. Più il prezzo sale e più sembra aspettarsi che io replichi con un gridolino di meravigliato stupore. Invece resto serio e impassibile. Di pietra. Penso alla casa che avevo ai Quartieri Spagnoli e mi sembra di sentire l’odore del mare. Lo vedevo addirittura senza alzarmi dal letto. A Milano non c’è il mare. A viale Teodorico non c’è nemmeno la vita. Solo una noiosa pletora di proprietari che chiedono referenziatissimi, contratti quattro più quattro, tre mensilità anticipate, perché ci sia la certezza assoluta che qualunque cosa ti succeda intascheranno il fottuto maltolto. E saranno solo cazzi tuoi.

Poi mi chiedo se raccogliendo informazioni in giro a Napoli potrei rientrare fra i referenziatissimi. Stavolta sono io a sorridere di fronte all’assurdità della cosa. Conosco più di una casa presso la quale sarebbe poco prudente, oltre che del tutto inopportuno, andare a bussare. Forse meno referenziatissimo di me c’è solo Bidone, che in questo momento starà facendo danni a Terzigliano. Se fosse qui se la starebbe ridendo di gusto. Così, giusto in faccia al tipo che sta perdendo preziosi minuti della sua vita, continuando a pensare che io possa davvero essere un cliente. Poi, ripensandoci, non sono nemmeno tanto sicuro che riuscirei a precedere Bidone nella classifica delle referenze. Almeno lui una scelta per quanto discutibile l’ha fatta. Non si ritrova, come un’anima in pena, a cercare casa a ottocento chilometri da casa senza nemmeno sapere bene perché. Nel dubbio, saluto Mister Sorriso in un italiano impeccabile con l’accento di Partenope, barricandomi dietro lo spezzato di scuola sartoriale napoletana, la camicia su misura e la cravatta di Marinella. Referenziatissimo, cazzo. Secoli di estetica e filosofia si abbattono sul povero venditore celtico, disorientato dalla bellezza greca che lo investe. Io giro i tacchi e me ne vado.

Lungo la via mi fermo a osservare altre vecchie case sopravvissute al nulla di cemento che le circonda. Faccio qualche foto col cellulare. C’è una villetta disabitata lì in fondo che attira la mia attenzione. Un tempo era stata elegante, ne sono certo. Col giardino curato, ora ridotto a ricettacolo di erbacce. Lei era tornata in anticipo dall’ufficio senza preavviso. Lui era lì sul divano con i pantaloni alle caviglie e una ragazza molto più giovane a saltare la cavallina. Di fronte a quell’ennesimo tradimento aveva mantenuto il sangue freddo. Era scivolata senza farsi sentire in camera da letto, surfando silenziosa con le pattine sul pavimento tirato impeccabilmente a cera. Aveva impugnato la pistola custodita in uno scatolo nel terzo cassetto dell’armadio. Era tornata di là e li aveva ammazzati entrambi. Poi si era sparata un colpo in bocca. Sembra di sentire l’eco degli spari. Le voci. La puzza di zolfo. Un rivolo di sangue che cola dalle finestre sbarrate, sbattute dal vento. Raccontano l’orrore dei rapporti che si deteriorano giorno dopo giorno. Uno dietro l’altro. Delle promesse d’amore che diventano rancore e cenere. Le lacrime sul volto degli amanti abbandonati e traditi. L’orrore delle bugie. Ecco, loro me li immagino così. Sono felici ora, Altrove, oppure nemmeno la falce di signora morte è riuscita a recidere il loro vincolo morboso?

Distolgo lo sguardo e i pensieri; torno sui miei passi verso piazzale Lotto. Mi compro a cinque euro dai magrebini un paio di Ray Ban azzurri, falsi come la promessa di un amore eterno. Poi mi infilo nella metro. Sono le quattro di pomeriggio. La multietnica e variopinta umanità del trasporto pubblico milanese mi circonda in un attimo. Non ci faccio caso. Prossima fermata Cadorna. Cambio e vado in Centrale. Inizio la ricerca dalle vie che costeggiano in parallelo l’imponente edificio fascista della stazione. Leggo qualche annuncio. Sono tutti di agenzie, gli devi dare il dieci per cento del canone annuale. Ma altri non ce ne sono, perciò rassegnato telefono al numero che spicca sotto un cartello.

– Minimal Casa, sono Giulia in cosa posso esserle utile? – Mi dice una voce stereotipata e asettica dall’altra parte della cornetta.
– Salve, ho visto il vostro annuncio di un monolocale in via Macchi. Vorrei maggiori informazioni.
– Lei è di Napoli?
– Sì, è un problema?
– Ma no, si figuri. Anzi, scusi l’invadenza. – Col tono di chi sa di aver cacato fuori dalla tazza, come dicono da queste parti. Anzi, loro dicono cagato. Poi la mette sul professionale e riparte spedita. – Il mono si trova in via Fara, è sedici metri quadri appena ristrutturato. Perfetto per lei, se posso permettermi di darle un consiglio.
La maga Giulia mi conosce telefonicamente da trenta secondi e sa già cosa è perfetto per me. Sono tentato di chiederle sei numeri per il superenalotto. Invece mento, rispondendo:
– So dov’è. – Intanto attivo il viva voce e vado a cercare su Google maps la strada, che scopro essere dall’altra parte del piazzale.
– Bene. – Ribatte lei – Il mono viene 610 euro al mese più le spese, naturalmente.
– Naturalmente. – Le faccio eco.
– Le andrebbe bene vederlo oggi alle diciotto?

Guardo il display dell’iPhone, segna le 17.10.
– Sì, va bene. Le lascio il mio numero per ogni evenienza, sono il signor Esposito.

Lei mi saluta augurandomi buona serata. Anche se sono di Napoli, penso io, mentre me la rido sotto la barba rasata alla stessa lunghezza dei capelli che mi fa sembrare un algerino. Solo il colorito pallido della mia carnagione potrebbe affermare il contrario, ma lo zittisco e ricambio il saluto.

Mi restano cinquanta minuti. Ce ne vorranno cinque per raggiungere via Fara, perciò continuo a gironzolare nelle vie circostanti alla ricerca di altri annunci. L’ambiente è diverso da quello di viale Teodorico. Innanzitutto ci sono un sacco di stranieri. L’aspetto degli edifici varia da vecchi alberghi dal tono dimesso a normali condomini, passando per lugubri blocchi di cemento. Soprattutto di fronte all’ingresso principale della stazione, dove s’impenna la sagoma del Pirellone. Mi fermo a un chiosco e chiedo una spremuta d’arancia. E’ da un paio di mesi che non mangio più. Vado avanti a zuppe, gallette di riso, frutta, frullati, spremute. Poi mi è passata proprio la fame e sono arrivato al punto di mangiare una sola, misera, sottilissima fettina del casatiello di mammà. Da ricovero; convengo. Lei si è pure offesa. Ma il piacere di rimettermi i vestiti di dieci anni fa val pure qualche digiuno, soprattutto se dopo venti grammi di pane mi sembra di essere così sazio come non mi è mai capitato nella vita. Cose da pazzi. Non da Vladimir Esposito. Cosa ti succede vecchio mio? – Mi chiedo guardando la mia immagine nel vetro non troppo pulito del chioschetto. – Un bell’uomo. – Penso poi convinto dell’obiettività del giudizio.

– Sei arabo? – Fa il gestore così per dire, ma lo sa che seppur verosimile non è vero.
– No, sono napoletano. – Rispondo educatamente. Non c’è acredine nella mia voce.
– Ah, bella Napoli. Ho un cugino a Poggioreale.
– Il quartiere?
– No, il carcere. – E ride.
– Cose che capitano. – Dico ricambiando la risata. Non ci penso proprio a chiedergli perché. In galera, si sa, sono tutti innocenti e suo cugino non farà certo eccezione. Una volta nella metro, l’addetto a cui avevo chiesto informazioni mi domandò se stavo uscendo dal carcere di Opera. Poi, notato il mio sbigottimento, precisò senza convinzione che aveva pensato fossi una guardia carceraria, mica un galeotto. Non so perché, ma la gente pensa sempre che sono un poco di buono.

Lui si chiama Hassan ed è egiziano. Lo leggo sulla licenza appiccicata al bancone. La spremuta è buona. La bevo senza zucchero, ma comunque mi restituisce energie dopo la lunga camminata. Pago, prometto di portare i saluti al cugino di Hassan e attraverso la strada. Percorro qualche centinaio di metri su via Galvani, svolto a sinistra per via Gustavo Fara. “Generale italiano”, avverte la targa all’inizio della strada. Arrivo al civico dell’annuncio con dieci minuti d’anticipo, perciò entro nel cortile e davanti mi si parano delle splendide case di ringhiera. Io amo le case di ringhiera, dalla prima volta che sono stato a Milano nel lontano 1982. Mi ricordano un po’ i bassi napoletani. Ma qui la luce non entra solo dalla porta e questo gli conferisce un innegabile vantaggio. Sempre che come me vi piacciano le case luminose, s’intende. In questo caso l’edificio è impreziosito dalla presenza di anonimi palazzoni di cemento tutto intorno. Un angolo della vecchia Milano sopravvissuto alla frenesia di abbattere e ricostruire di questa città che un po’ vivo come nemica, simbolo di un’altra Italia, e molto amo. Ritorno fuori contento, con più di mezzo sì in tasca, e vado a sbattere in un ragazzo sui venticinque anni che arriva quasi di corsa dalla direzione opposta.
– Scusa. – Gli dico, assicurandomi che non si sia fatto niente.
– Mi scusi lei. – Ribatte – Andavo di fretta e non l’ho proprio vista uscire.

Lo guardo e l’inconfondibile abbigliamento da rappresentante di Minimal Casa mi conferma che è il mio uomo. Giovane e magro, ha una criniera di capelli neri un po’ arruffati. La cravatta blu con sottilissime righine bianche è indossata col nodo lento sotto una camicia coi bottoncini. Odio la cravatta sotto le camicie coi bottoni, ma lui è simpatico e gli chiedo:

– Fausto? Minimal Casa?
– Sì… lei dovrebbe essere il signor… – Esposito -, dice dopo aver sbirciato un foglietto che ha tirato fuori dalla tasca. Gli occhi rossi e una certa foga disordinata mi inducono a pensare che si è appena fatto una canna. Ci scommetterei sopra l’ultima cartina. Ma non è un problema, ogni tanto me le faccio pure io. Perciò gli dico:

– Piacere.
– Piacere mio. Risponde.

Ci stringiamo la mano.

– Sta aspettando da molto?
– No. Ero appena arrivato. – Per non indebolire il mio potere contrattuale, manifestando apprezzamento prima della trattativa.

– Mi segua. – Mi fa, mentre imbocca le scale e inizia a salirle con vigore giovanile. Mi spiega che non ha la chiave dell’ascensore. Sarà comunque consegnata al proprietario dopo la stipulazione del contratto. Poco male. Cammino moltissimo a Milano e un po’ di scale faranno lavorare muscoli solitamente poco utilizzati. E poi non voglio dare soddisfazione a Fausto e ai suoi fottuti venti anni in meno. Via via che saliamo lo spettacolo dei vari piani si presenta sempre più piacevole. La ringhiera si estende da ambo i lati, dipinti con un giallo tenue che contrasta i colori dei fiori e dei rampicanti che circondano l’edificio. Poi arriviamo al quarto. Io mi predispongo ad andare in direzione della ringhiera. Perciò guardo Fausto stupito, quando si infila in un corridoio sulla destra che non avevo nemmeno notato. E’ buio, curvilineo e lungo la parete si intravedono delle porte blindate. La poesia di luce e di colori che mi aveva acquietato l’anima pochi istanti prima si dissolve mano a mano che, recalcitrante, lo seguo lungo l’infernale budello. Infila le chiavi nell’ultima porta e apre. La casa è orrenda. Una saletta microscopica all’ingresso, lungo la quale a sinistra c’è la porta del bagno, immette in un cubo di cemento ridipinto di bianco alla bell’e meglio. Sulla destra c’è un angolo cottura che insieme al divano due posti occupa l’intera parete. Sopra, un letto a una piazza soppalcato. Noto che nemmeno qui c’è la ringhiera.

– Bello il letto, si dorme agganciando la cintura di sicurezza come in aereo? – Gli chiedo sarcastico.
Lui ride con un po’ di imbarazzo alla battuta. Poi ribatte:
– Io ci potrei dormire senza problemi. Come mi addormento così mi sveglio.
Fa il simpatico, ma il sorriso un po’ gli si smorza in viso, quando gli rispondo:
– Io invece no, mi agito moltissimo nel sonno. – Evito di dirgli che non dormo mai e se per assurdo mi addormentassi in questo loculo, sarebbe solo per non svegliarmi più. Mai più.
– Beh, si potrebbe chiedere alla proprietaria di provvedere.
– Grazie, sarebbe meglio. – Con aplomb britannico, da baronetto di Terzigliano.

Fausto ce la mette tutta per illustrarmi le qualità del loculo. Accende il ventilatore a soffitto che si mette in moto con un cigolio sinistro.

– Un tantino rumoroso, eh?
– Sì, ma dipende dal fatto che non viene mai messo in moto, perciò cigola. Un po’ d’olio e va spedito come un treno. – Sorride sempre più a disagio. Lo lascio cuocere nel suo brodo.

Qui invece c’è il riscaldamento autonomo. – Dice, dopo aver aperto uno sportellino metallico ai lati del minuscolo balcone che si trova dall’altra parte della stanza. – E’ a gas. Anzi, no, è elettrico. – Si corregge. – Non sapendomi comunque indicare da dove cazzo dovrebbe venir fuori l’aria calda. Vorrebbe sparire.

Sull’altro angolo del cubo c’è un piccolo tavolo con due sedie.

– Qui invece hanno sistemato la scrivania. – Mi dice vedendomi un attimo interdetto di fronte all’oggetto misterioso di metallo dalla forma irregolare, incassato in una minuscola rientranza del muro.
– E l’armadio? Dov’è? – Gli chiedo, notandone l’assenza. E penso a Fëdor Dostoevskij che, nell’incipit di “Delitto e castigo”, aveva scritto: “La stanza del giovane si trovava nel sottotetto di un caseggiato di cinque piani e assomigliava più a un armadio che a una stanza.”

Si blocca al centro della stanza, come folgorato. Gira frenetico lo sguardo a trecentosessanta gradi. Ma per quanta buona volontà possa mettere nel suo gesto, non può vedere quello che non c’è. Individua degli scaffali in alto e vi si aggrappa con tutte le sue forze.

– Be…e…h. – Balbetta che sembra quasi un belato. – Qui si possono sistemare delle cose, anche se non lo vedo molto adatto per i vestiti…
– Già. – Faccio io lentamente, godendomi divertito il suo disagio. Però mi è simpatico, potrebbe essere mio fratello minore.
– Facciamo così. – Riprende con rinnovata lena. Continua a considerarmi un cliente e la sua tenacia mi commuove. – Nel contratto si può inserire a carico della proprietaria un armadietto, che possiamo sistemare… – E inizia a spostare il piccolo tavolo e le minute sedie su e giù i pochi metri quadri a disposizione senza comunque riuscire a trovare alla parola “qua” una possibile collocazione. Nemmeno se fosse in grado di sconfiggere la legge di gravità e li piazzasse a mezza altezza.

Poi passiamo alla minuscola lavanderia. Manca la lavasciuga. Fausto si rifugia dietro la formula a questo punto abusata del: “Si può inserire nel contratto, eccetera, eccetera”. Poi ho la pessima idea di aprire la porta del bagno. Una puzza nauseabonda investe in pieno le mie narici, pur provate da decenni di abitudini malsane. Accendo la luce e un cigolio peggiore di quello di prima mi avverte che si è attivata un’altra ventola. L’interno è veramente misero. La cabina doccia vecchia e sporca. Il piatto ingiallito dal tempo e lo scarico dell’acqua arrugginito. Non oso addentrarmi fino alla tazza. Non senza la maschera antigas che indossavo a Genova nel 2001. Mi giro e guardo Fausto rimasto senza parole. Poi un raggio di sole che si è fatto strada chissà come si riflette sull’argento del pacchetto di Rizla slim che fa capolino dalla tasca della giacca. Mi dài una cartina? – Gli chiedo, indicando il pacchetto con il dito. – Certo. – Risponde, ormai rassegnato alla mancata provvigione. Le tira fuori e me ne passa una. Io armeggio con un pezzo di fumo e rullo. Usciamo, ripercorrendo il corridoio. Poi ci sediamo a terra, con le gambe che penzolano dal quarto piano attraverso le inferriate della ringhiera. Accendo e ci passiamo la canna come due vecchi amici, senza dire neanche una parola. Il tramonto dipinge di colori tenui e commoventi il cielo di Milano, imbevendo l’orizzonte, l’edificio e noi stessi, di un’irragionevole speranza. La lepre di pezza può attendere. E vaffanculo Altrove.

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di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti

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