I demoni possono attendere

di Rosario Dello Iacovo

– Zio, ma tu a Milano dove abiti? – Mi chiede Yuri dal basso dei suoi centoquaranta centimetri e dieci anni da compiere a ottobre. E’ sdraiato sul letto di fianco a me e gioca a Texas Hold’em sul mio iPhone.
– E che te lo dico a fare? Conosci Milano tu? – Gli rispondo io dall’altra piazza, mentre rileggo per la duecentesima volta “54” di Wu Ming. Bel libro, ve lo consiglio.
– No, non ci sono mai stato. Sono stato solo a Lecce, a Parigi e al Mugello, quando papà ha organizzato il festival techno all’autodromo. Ma lo sai, perché c’eri pure tu e mi hai anche fatto guidare lo scooter. Però mi puoi far vedere su Street Wiev dove abiti.
– Sì, ma questa cosa dello scooter non la dire a tua mamma che mi uccide. Resti un segreto tra uomini. E poi non è che ci abito proprio, a Milano, ci vado ogni tanto.
– Ma se stai sempre là. Vabbè ho capito, vai da una ragazza e non me lo vuoi dire. Basta che non me la fai chiamare zia come le altre che mi presenti e poi, dopo un po’, non le vedo più.

Mi fa sorridere e vorrei precisare che in realtà erano solo due, e non è che sia stato esattamente io a cacciarle via. Ma rinuncio e poggio il libro sulla sedia che uso come comodino. Lo abbraccio e gli faccio il solletico. Lui urla, ride, si dimena, provando a divincolarsi.

– Non mi far stancare che oggi pomeriggio devo giocare un’altra volta. – Poi dice, dandosi un tono.

Yuri fa il calciatore, da qualche anno è iscritto a una scuola calcio. Anzi, l’anno scorso ha cambiato perché questa è migliore. Però, siccome è un Dello Iacovo, e quindi probabilmente un nostalgico in erba, ogni tanto va a vedere ancora la sua vecchia squadra. Viene accolto sempre con la rituale domanda: – Ma quando torni qua? Lui sorride un po’ malinconico e dice: – L’anno prossimo. Secondo me ci crede pure, anche se io gli dico che i calciatori sono come gli zingari, si spostano sempre e perciò si deve abituare. Lui annuisce serio, ma sono sicuro che in cuor suo non è che sia così convinto. La scuola calcio alla quale è iscritto ora è più costosa della prima. Perciò la differenza di estrazione sociale è evidente. Da un lato figli di commercialisti, medici, commercianti; dall’altro figli di proletari. Non a caso si è già attirato l’invidia dei genitori di qualche ragazzino a cui ha un po’ rubato la scena. I ricchi non amano perdere. Per questo non vado spesso a vedere le partite: mi conosco e quando mi toccano persone a cui tengo divento una bestia. Lui è la persona a cui tengo di più al mondo. Yuri gioca in attacco e gli piacciono Lavezzi, Cavani e Insigne. In verità gli piacciono un sacco di calciatori, perché nel tempo libero quando non gioca a pallone guarda le partite. Anche quelle di trent’anni fa. Anche la serie B tedesca, se capita. Quando era più piccolo amava Calaiò, l’arciere, come io alla sua età Sergio Clerici, il gringo. Entrambi abbiamo pianto quando se ne sono andati. Ma i calciatori, si sa, sono come gli zingari e difficilmente restano a lungo nello stesso posto. In questi giorni Yuri sta facendo un torneo con la leva del 2000. Lui è l’unico del 2002 convocato e tutti dicono che ha un grande talento. Poi chissà come andrà a finire, arrivare in alto nel calcio è difficilissimo. Ci vogliono stoffa e fortuna, allenatori che sanno valorizzarti, costanza negli allenamenti quando i tuoi coetanei cominciano a provare i primi piaceri della vita. Suo padre, mio fratello minore, era fortissimo, ma il talento lo ha sprecato nel corso di un’adolescenza un po’ turbolenta. Roba da Terzigliano, per capirci. Sfondare nel pallone è quasi impossibile. Anche il più scarso dei calciatori che vediamo in serie A era il campione della sua scuola calcio. Anzi, una volta le scuole calcio non c’erano e a pallone giocavamo per strada. Anche Salvatore Aronica, il lucchetto palermitano, per quanto sia difficile da credere, è stato un idolo. Di sicuro era più bravo del 99,99% di quelli che ha incontrato nella scalata dai campetti di periferia ai grandi stadi. Per quel che conta ora, a dieci anni scarsi, Yuri segna un sacco di goal. Segna sempre. Nel corso di questa stagione ne ha messi dentro quasi ottanta. E poi esulta come vede fare ai calciatori in televisione, con i compagni che gli corrono dietro senza riuscire mai a raggiungerlo.

– Zio ma a te piace più Napoli o Milano?
– Milano. L’è un gran Milan – Mento, conoscendo in anticipo la sua risposta.
– Che schifo. – Commenta puntuale.
– Ma tifi Milan o Inter quando sei a Milano?
– Ma che Milan o Inter, tifo sempre Napoli, mica sono come te che quando eri più piccolo le tifavi.
Se se. – E’ il suo laconico commento. Che faccia tosta.

Fin da piccolissimo è stato educato al culto partenopeo, con relativa copiosa fornitura di magliette e gadgets di ogni tipo. Però quando ha iniziato ad andare a scuola ha avuto un momento di sbandamento. Noi eravamo ancora in B e lui ha iniziato a tifare, imitando alcuni compagni di classe, in ordine cronologico: Milan, Inter e Juve. Poi gli è passata. Qualche maligno potrebbe mettere in relazione la sua scelta col fatto che io, mio padre e mio fratello avevamo smesso di parlargli, ma sarebbero solo illazioni di bassa lega. Indegne di essere prese anche solo in considerazione. In realtà, buon sangue non mente. Anche mio fratello da bambino ebbe un flirt breve ma intenso col Torino campione d’Italia di Pulici e Graziani, i gemelli del goal. Mi ricordo lo striscione della Maratona, al vecchio Comunale, col quale i granata auguravano al Napoli di Krol di diventare campione d’Italia. Poi perdemmo in casa col Perugia già retrocesso. Un classico. Ricordo pure una carica, che gli siamo entrati quasi in curva. Dopo la partita, fuori ci aspettava mezza Torino, e nascondevo la faccia perché in mezzo a loro c’era un sacco di gente dei centri sociali che conoscevo. Io invece ho sempre tifato Napoli, da quando mio padre mi portava agli allenamenti e io gridavo “Totè, Totè” per Josè Altafini. Allora non sapevo che, passato alla Juve, il 6 aprile del 1975 sarebbe diventato per sempre core ‘ngrato. All’epoca andavo già allo stadio con mio padre e mio zio Giovanni. In quegli anni feci anche una specie di trasferta, perché avevano squalificato il San Paolo e Napoli – Torino si giocò all’Olimpico. Vincemmo 1 – 0 con un goal di Rosario Rampanti, l’unico calciatore che ricordi con il mio stesso nome. Ho impresso ogni singolo istante di quella giornata. Il treno, le bandiere, le sciarpe, l’emozione di trovarmi bambino in quella comunità di uomini adulti che è la gente del football. La mia gente. I romani ci accolsero con simpatia, augurandoci la vittoria perché “Napoli è sud e Torino è Nord”. Così disse il gestore del ristorante dove andammo a mangiare. E poi la curva di uno stadio nuovo. Ne avrei viste centinaia nel corso degli anni, ma allora non lo sapevo ancora. Adesso a Roma ci prendiamo a cinghiate.

Mi chiamo così perché sono figlio della grazia, anche se avrei voluto chiamarmi Vladimir. Fu un voto alla Madonna del Rosario. Forse da questo dipende il mio odio viscerale per la religione. Da questo e dalla fede comunista di mio padre. Anche lui da bambino ebbe il suo momento di sbandamento per il Milan di Gunnar Nordahl, che in Svezia faceva il pompiere e poi venne a segnare 225 goal nel campionato italiano con il vecchio Diavolo e con la Roma. Il secondo miglior marcatore di tutti i tempi dopo Silvio Piola. Io invece ho sempre tifato Napoli. Sono un perdente professionista, anche se avevo ventun anni quando vincemmo il primo scudetto e mi sono goduto l’epopea di Maradona. Poi, per qualche anno ho smesso di seguire il pallone. In realtà, per qualche anno ho smesso di seguire tutto. C’è un buco nero nella mia vita e nella mia memoria. La passione si è riaccesa quando ci hanno fatto fallire e spedito in serie C1. L’ho visto come un affronto alla città, lasciata sola quando invece per altri il Palazzo si era inventato le soluzioni più fantasiose. I due anni della C1 e quello di B li ricordo come i più belli. Non mi sono perso una trasferta e vedere la lunga e larga colonna di macchine piene di lads, che occupava le strade ovunque andassimo, mi scaldava il cuore. Sassari, due giorni in mare. Gela, ad arrostire sotto il sole. Da qualche parte sull’Adriatico, inzuppati dalla pioggia battente in una notturna infrasettimanale. Anche gli incontri casuali e ravvicinati in autostrada con romani, laziali e milanisti. Ma questo è un altro discorso. Chi c’era sa. E chi non c’era, beh, si faccia i cazzi suoi.

– Mi porti qualche volta a Milano con te? Andiamo a San Siro a vedere il derby. – Riprende Yuri alzando la testa dal tavolo virtuale sul quale continuano ad accumularsi puntate. Me ne accorgo per il rumore infernale che proviene dall’aggeggio. A me non piace giocare a carte. Non gioco nemmeno le bollette, pur amando il calcio oltre ogni ragionevole limite. Diciamo che fra i miei vizi non annovero quello del gioco. Mi piace invece che lo chiami San Siro e non Meazza. Il calcio è uno straordinario strumento di trasmissione della memoria fra le generazioni. La nostra fede è la fede dei nostri padri.
– E tu per chi tifi?
– Nessuno dei due. Io tifo solo Napoli. – Risponde netto, e abbozza: “Nella mia vita, ci sono due colori…”, che gli ho insegnato io. – Vabbuò, magari quando mi faccio più grande mi porti, però stasera mi potresti portare a vedere Napoli – Palermo. – Azzarda marpione e spalanca gli occhi da bambi che spiccano sul quel nasino lentigginoso che me lo mangerei.
– Eh, lo sai che ti porterei, ma i tuoi genitori non vogliono che andiamo in curva e io nei distinti mi scoccio. – Anche se suo padre, mio fratello, in curva ci è cresciuto. O, forse, proprio perché ci è cresciuto.
– Tu glielo dici? Io non glielo dico. Sarà un segreto tra uomini.
Io mi metto a ridere, ma comunque non mi assumerei la responsabilità, anche se in curva si divertirebbe e diventerebbe un piccolo ultras. Ne sono sicuro.
Poi, diventando improvvisamente serio, mi chiede:
– Zio, ma tu perché non hai figli?
Mi lascia un attimo imballato lì a cercare una risposta plausibile, poi cerco di sorridere e gli dico:
– Bella domanda, quando trovo la risposta, te lo faccio sapere.
– Vabbè, non me lo vuoi dire. Lo so come fai quando non vuoi rispondere a qualcosa.

Io glielo vorrei pure dire, ma sarebbe una risposta lunga, poco adatta a un bambino di dieci anni. Dovrei spiegargli dell’amore che finisce, delle notti insonni, di persone avvinghiate come se fosse l’ultimo giorno del mondo che diventano improvvisamente ostili o indifferenti. E l’altro non ci crede che stia accadendo davvero. Ripenso a tutti i miei sbagli. Vorrei una macchina del tempo per azzerarli uno a uno. Non esistono, però, macchine del tempo. Solo la dura autodisciplina per non commetterli anche oggi e domani. Ma la butto sullo scherzo e gli dico che mi organizzo per regalargli un cuginetto.

– E come lo chiami?
– Vladimir.
– Che schifo di nome. – E ride. Io lo abbraccio e sono l’uomo più felice del mondo. Oggi i demoni possono attendere.

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8 commenti su “I demoni possono attendere

  1. per quel poco che so di te attraverso f.b. so che questa conversazione è reale ma è stata scritta con una delicatezza e una sincerità disarmante!!!! e intanto dopo averla letta è come aver letto una pagina di un romanzo e la curiosità è tanta…. mi domando che cosa succederà a Yuri tra qualche anno sarà l’idolo di mio figlio che di anni ne compie 9 a giugno e tu andrai a vederlo allo stadio ma stavolta nei distinti perchè portare un bambino (il tuo ) in curva non mi sembra saggio!!!

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