Non mi fermo più

di Rosario Dello Iacovo

Battista mi chiama per avvertirmi che ha un impegno imprevisto, perciò stasera non può venire ad allenarsi con me. La cosa mi prende un po’ male, ci contavo. Uscire non se ne parla proprio. Da qualche tempo uscire mi dà la nausea, soprattutto a Napoli. Uscire per fare cosa, bere? Siamo seri, per favore. Ho già dato. Andare a una delle imperdibili serate, alle quali si ostinano a invitarmi con un entusiasmo che proprio non mi riesco a spiegare? Ma poi, uscire con chi? Fatta eccezione per Bidone e Battista, nel corso del tempo i miei veri amici me li sono persi un po’ per strada. Figli, cazzi e mazzi vari. Emigrazioni. Acciacchi. Carcere. Cimiteri. Panze e guallere a buttare. Certo, conosco mezza Napoli. Ma proprio perché la conosco, la frazione infinitesimale di voglia residua mette la testa sotto le coperte e non ne vuole proprio sapere. E l’altra metà, ci deve essere un motivo per il quale io, Vladimir Esposito da Terzigliano, non l’ho mai voluta conoscere, non credete? Stare incollato come un coglione davanti al mac a fare finta di parlare sui social network? A far finta, insieme a milioni di altri coglioni, di non essere solo? Neither the dogs, neanche i cani. Nemmeno leggere mi va. I film ho smesso di vederli da qualche mese. Mi intristisce. Vorrei strapparmi il cuore dal petto, stasera.

Quindi: “Che fare?”, mi chiedo come un novello Lenin ben piantato sulle gambe, al centro della stanza, volgendo fiero lo sguardo vero il sol dell’avvenire. Ma dal balcone vedo solo Capri, che in questo tardo pomeriggio mi appare nitidissima all’orizzonte, con la tramontana che spazza il cielo di maggio. Da giorni voglio andare a correre, poi fra una cosa e l’altra rinuncio sempre. È un po’ una pezza a colori, una soluzione d’emergenza alla quale mi aggrappo e me la faccio bastare. Tempi duri fanno gli uomini duri. E scelte forzate, che chiamiamo scelte solo perché in realtà non abbiamo scelta.

Perciò, mi infilo i pantaloncini neri lunghi di Decathlon, e una polo dello stesso colore comprata dai cinesi a Piazza Lima a Milano, in un impeto di shopping compulsivo e assolutamente privo di senso, visto che ne avrò duecento. Un paio di fantasmini di SportsDirect presi a Londra fanno capolino dal basso. Sopra, il k-way della Lonsdale. Se non fosse per le Adidas ai piedi, l’importo complessivo di quello che ho addosso farebbe fatica a superare i venti euro. Con le runners arrivo a cinquanta. Anzi, quarantacinque perché erano in saldi. Abbigliamento anticrisi, lo potrei definire. “Un pezzente”, commenterebbe invece netto Bidone. Poi mi lancerebbe le chiavi di casa sua, dicendomi con malcelato disprezzo: “Vatti a vestire”. Per fortuna però non c’è. Come tutte le sere, è al lavoro. Se lavoro lo possiamo chiamare, naturalmente. Ma del resto meglio così: stasera non sopporterei neanche lui.

Salgo in macchina e mi dirigo verso la tangenziale a fare benzina. Poi, già che ci sono, mi allungo al distributore di Capodimonte perché più economico. Solo che lo è di pochi centesimi, non dei fottuti novanta del pedaggio, realizzo dopo. Ma fatta la furbata non è che posso buttarmi giù dal viadotto con la macchina sfondando il guard rail. Perciò tiro dritto per Fuorigrotta e arrivo a Mergellina da dietro. Cioè attraverso la grotta che dà il nome al quartiere e lo collega con il lungomare. Parcheggio poco prima dell’inizio della salita di Posillipo, in quello slargo dove di solito si va a fare altro. Ma “altro” non è proprio il mio campo ultimamente: mi metterebbe addosso solo altra malinconia. Spengo il motore, inforco le vecchie cuffie della Sony perché non sopporto gli auricolari. Calo il cappuccio che fa tanto ghetto, e parto.

I primi cinque minuti sono da incubo. Da più di due mesi cammino moltissimo, ma correre è proprio un’altra cosa. E io non corro da una fottuta decina d’anni. Facciamo quindici, va. These colours never run, del resto. Come dissero i West Ham ai Millwall, prima di finire inseguiti dal The Rose fino alla stazione di New Cross, in una rapidissima e scomposta ritirata. Quel giorno, quei colori scapparono e come, ve lo posso assicurare. Come faccio io ora, mentre sono i polmoni ad avvertirmi che qualcosa non va per il verso giusto. “Che cazzo succede là fuori?”, sembrano chiedersi allarmati, abituati a secoli di respiro corto e sforzo zero. Provano a reagire, sputando le migliaia di sostanze tossiche contenute nelle quaranta sigarette che mi fumo ogni giorno. Ma comprensibilmente, non gli viene così bene. Sibilano, raschiano, mi fanno male. È come se fossi finito in una rissa e tre, quattro, grossi e cattivi figli di una puttanissima troia mi stessero prendendo a calci in petto. Poi la modalità casuale che ho inserito nell’iPhone decide, caritatevole e impietosita, di darmi una mano. La divina provvidenza di Steve Jobs dall’alto dei cieli fa partire “Mir” degli Astrix, e il ritmo incalzante mi aiuta a calibrare il mio. Respiro col naso, con la bocca, con il buco del culo. Respirerei anche con le orecchie, se fosse possibile. Avendole a sventola, qualche mio simpatico amico a questo punto direbbe: “Prova, che ce la fai”. Ma lo ignoro, superiore, e continuo a incamerare aria, mentre le gambe reggono bene. Almeno quello. E che cazzo.

Napoli è davvero bellissima stasera. Uno spettacolo di luci che dalla collina di Posillipo si estende verso il Vomero. Mi viene in mente un episodio di qualche anno fa. Tornato da Barcellona, avevo ancora gli occhi del turista. Ovvero, quella particolare predisposizione a guardarsi intorno e notare la bellezza che, invece, normalmente tendiamo a ignorare. Ero in macchina, più o meno nello stesso punto dove mi trovo ora, e alzando lo sguardo pensai che non c’erano proprio paragoni. Non per meschino campanilismo, credetemi, ma proprio per una questione oggettiva. Napoli è davvero una delle città più belle del mondo. Lungo la strada ci sono i soliti chioschetti. Venditori di rose dello Sri Lanka provano addirittura a fermarmi, come se di fianco a me ci fosse qualcuno a cui poterle regalare. Non ci sono limiti alla disperazione del terzo millennio. Li evito dribblandoli con eleganza, ma con lo sguardo che non ammette inseguimenti. Qualche altro pazzo solitario corre come me con le cuffie. Incrociandoci, ci lanciamo un segnale di muta solidarietà. Non avremmo fiato, del resto, per proferir parola. Non so lui, ma io no di certo. Poi, approssimandomi alla ZTL, che non avevo ancora visto perché ero a Milano da un mese, noto che in strada c’è un sacco di gente. Sinceramente? È bello. Chi corre, chi gioca a pallone, chi va in bici, chi si bacia. Se ci fossero quelli che alzano pesi sulla spiaggia, penserei di essere a Venice beach. O a Rimini. Ma se devo essere a Rimini, è molto meglio che sono a Napoli, vi trovate? Io non ho alcun dubbio.

Un po’ corro e un po’ cammino, ma comunque va meglio. Ci sto prendendo gusto, anche se non riesco a correre per più di cinque minuti di fila e sono costretto spesso a rallentare il passo. Arrivo alla rotonda Diaz e ricordo un giorno che era quasi estate. C’era un palco. Noi eravamo dietro e io, scrivendo un messaggio, trovavo il coraggio di dire tutta la verità a chi non ci credeva. Non ero mai stato così felice. Poi dalle cuffie parte “Stranger In My Arms”, un vecchio successo Northern Soul. “Piace solo a te questa musica”, mi disse una volta. Ma lo disse senza astio, con un sorriso così dolce che le prime note sono proprio un tonfo al cuore. Fa parte della playlist che chiamo “Muro del pianto”. Colpi bassissimi sotto la cintura fino a toglierti il fiato, che nel mio caso è già quello che è. Ciò nonostante mi ostino ad ascoltarla, perché io non rinnego niente. Rifarei tutto. La cantante, Lynne Randell, nata a Liverpool, ma emigrata da bambina in Australia, mi fa notare con l’accento aussie che mi sente estraneo fra le sue braccia. Poi mi fa: Hey, come on and say, say I’m your girl. Tell me you love me. E onesto, glielo avrei pure detto, se non fosse che quando tirò fuori nel 1967 questo 45 giri strepitoso, che sul lato B conteneva “Ciao Baby”, io avevo appena un anno. Lei sparì dalla scena poco dopo, una meteora. Pare per problemi di droga. Anche se per qualche anno, nei favolosi Sixties, era stata la più famosa cantante della terra dei canguri. Comunque mi fa sempre piacere riascoltarla, perché io ve l’ho detto: non rinnego niente.

Il Castel dell’Ovo diventa sempre più grande sotto l’incedere dei miei passi, che ora hanno acquisito una certa inaspettata scioltezza. Un piede davanti all’altro ritmicamente. E poi ancora e ancora, mentre sulla sinistra si susseguono locali che non avevo mai notato. Non so se siano nuovi, ma devo dire che Napoli in questa versione da località balneare mi piace. Fuori hanno tutti delle lampade trasparenti, attraverso le quali si vedono brillare fuochi. Le fiamme illuminano la notte e i volti delle persone sedute ai tavolini che parlano e ridono. Alla mia destra un uomo e una donna si abbracciano seduti sul muretto. Sembrano felici, e io faccio sinceramente il tifo per loro.

Poi arrivo alla fontana dove è stata girata una scena di un vecchio film con Gianni Morandi, e dall’altra parte c’è il porto e la Napoli dei quartieri popolari. Ma dal mio iPhone non parte “In ginocchio da te”. Bensì è Raiz, con un tempismo che non può essere casuale, a intonare “Pe’ dint’ ‘e viche addò nun trase ‘o mare”. Non lo sa però, il vecchio, che stasera la Luna splende quasi piena nel cielo. Ne manca un piccolissimo spicchio. Saturno accompagna armonico il suo movimento. Le costellazioni del Corvo e della Vergine la racchiudono in una cornice che non può essere casuale. Spica, Alfa Virginis, pochi sanno che è un sistema binario così avvinghiato da sembrare una stella sola. Io invece lo so, perché da bambino volevo fare l’astronomo. E mia nonna, che aveva la terza elementare e faceva la sarta, mi regalava i libri che non aveva potuto leggere.

Io invece volevo fare un sacco di cose da bambino. Poi penso che sono ancora in tempo a farle. O almeno a provarci. And anyway, non può essere casuale la bellezza del mondo che mi si riversa addosso stasera. Come il mare che sotto i raggi lunari brilla di milioni di lucciole intermittenti, dalla penisola sorrentina fino ai miei piedi stanchi. Stasera il mare arriva ovunque, Rino. Risale i vicoli della città antica, le vie che corrono parallele e appena dentro le sue mura. Arriva in alto, fino agli ultimi piani. Anche a Porta Capuana. Anche a Terzigliano. Non ha paura e va incontro a testa alta al tempo che viene. Porta il fruscio della risacca. Il gusto amaro dei sogni all’impatto con il mattino. L’odore delle speranze che non si arrendono e non rinnegano niente. Niente. Ho bisogno di fermarmi un attimo, perché mi strapperei il cuore dal petto, ora. Lo lancerei sulle scaglie d’argento, facendolo surfare leggero verso il cielo. Oppure, come una pietra piatta che rimbalza più volte sulla superficie del mare, prima di perdersi negli abissi. Allora scrivo un sms. Poi lo cancello. Torno a scrivere. Cancello e riscrivo. E quando alla fine mi sembra perfetto, non lo invio. Rimetto il telefono in tasca e corro.

E non mi fermo più.

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3 commenti su “Non mi fermo più

  1. Se sono libero è perché continuo a correre diceva…. Jimy Hendrix
    bellissimo anche questo racconto grazie……la mattina leggo con la tazza del caffè in mano il pc sopra le ginocchia…aspetto un nuovo racconto….

  2. vorrei strapparmi il cuore dal petto stasera… e sicuramente e’ atterrato tutto in questo racconto e qualcuno l’avra’ anche raccolto 🙂

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