Per dire addio ai miei anni migliori

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«Mi muovo coi fratelli
un occhio all’immediato e uno all’infinito
ci sarà per noi un angolo pulito
in un mondo di mercanti dove il meglio l’ho rubato»

Assalti Frontali, Banditi

di Rosario Dello Iacovo

Terzigliano, giugno 1976

– Metti il piede destro là. Bravo, ora tira su la gamba sinistra e metti l’altro piede in quel buco.
– Non ce la faccio Bidò. – Gli dico, spaventato, mentre la suola di plastica delle mie Mecap nuove a collo alto perde aderenza. E mi sbuccio un ginocchio. Fa male, Cristo, e sento il sangue che inizia a colare caldo, lungo la gamba bianca e sottile che spunta dai pantaloncini di jeans.
– Ma sì che ce la fai Vladimir. Dài, cazzo. Ecco, così. Forza.
– Dammi la mano. Dammi la mano.

Me la porge lesto. Io l’afferro. Mi tira su, e mi sento rinascere. “Ce l’ho fatta”, vorrei urlare a me stesso incredulo. Ma dalle mie labbra non escono suoni, se non un leggero sbuffo che caccia fuori lo sforzo e la paura. Abbiamo la stessa età, io e Bidone, in questa estate che si annuncia gravida di avventure. Lui però è più grosso di me. Il collo taurino sorregge il capoccione e sporge dalla maglietta del Napoli con il numero 8 di Juliano, troppo piccola, che gli esplode addosso. Il numero di plastica morbida è cucito con un motivo a zig zag. Qualche punto in alto è saltato e la parte superiore penzola rovesciata. I muscoli del braccio si gonfiano, mentre mi issa, apparentemente senza sforzo, su questo muro di quattro metri che stiamo scavalcando. Girare intorno agli spuntoni d’acciaio, retti dal telaio curvilineo che sembra un pezzo di ruota dentata, è un gioco da ragazzi. Che poi è quello che siamo, bambini, mentre tiriamo dentro la pancia spingendo in fuori la schiena, in modo da assumere una posizione arcuata che si adatta alla struttura. Le mani ben serrate. Attenti a non mollare la presa. Potremmo morire, se finissimo di sotto.

Ma la morte a questa età è una possibilità non contemplata. Innaturale. Anche se Massimino, l’estate scorsa non l’abbiamo più visto in giro, dopo che si era fatto secco secco e aveva perso i capelli. Poi ci hanno detto che era morto e noi c’eravamo tutti al suo funerale. Tutti. A guardare quella piccola bara bianca che sfilava tra gli applausi e le lacrime. Noi eravamo quelli che applaudivano più forte e qualcuno piangeva pure. Io, per esempio, continuando a battere le mani, come un rituale, ritmico e cadenzato, per assicurarmi che non sarebbe mai più potuto accadere. A nessuno di noi. Intanto urlavamo: MAS-SI-MI-NO, MAS-SI-MI-NO, MAS-SI-MI-NO, scandendo bene le sillabe, come si fa con i calciatori allo stadio. Ma lui non ci avrebbe più sentiti.

A Terzigliano stanno costruendo la tangenziale e noi abbiamo dieci anni. La scuola è finita ieri; il sole splende nel cielo; le lucertole si arrampicano guizzanti sui muri, infilandosi nei buchi; il vento leggero increspa ciuffi d’erba; le trivelle scavano; e le gru, immensi draghi di metallo dal becco appuntito, sollevano materiali che depositano altrove. Le formiche operaie coi caschetti gialli non si fermano un istante. Anche mio padre fa l’operaio, però costruisce macchine da scrivere. Lui fa il delegato di fabbrica della Fiom, che sarebbe un sindacato comunista. Mio padre, infatti, è comunista. Mi dice sempre: “Diventa quello che vuoi, ma mai fascista”. Io non lo so bene cosa siano questi fascisti, ma da come lo dice devono essere veramente qualcosa da evitare. “O da combattere come una volta”, ha detto pochi giorni fa mio nonno, suo padre, mentre parlavano delle elezioni che ci sono fra un paio di settimane. Io li ascolto sempre quando parlano di ‘ste cose. Mi siedo, incrocio le braccia sul tavolo, ci poggio il mento, e me ne sto lì senza parlare. Non che ci capisca molto, ma comunque anch’io sono comunista.

A scuola, con Sara Maserati, che sarebbe la mia fidanzata, Vincenzo e Federico, abbiamo formato una cellula comunista clandestina. Io sono il capo, dopo regolare elezione. Vincenzo ha votato per se stesso, Federico l’ha imitato, e io pure. Ma Sara mi ha guardato con gli occhi furbi sotto i capelli lisci e neri, bloccati sulla fronte da una molletta che la rende tanto carina, e ha detto: “Io voto Vladimir”. L’unica che non ha votato per se stessa è una femmina. Così, due a uno per me, e in culo a questi due che volevano aspirare al culto della personalità. Salire su quel trono dove, ma non lo sapevo ancora, si erano o si sarebbero seduti capi comunisti come Stalin, Fidel Castro, Tito, Honecker, Ceausescu, et cetera, et cetera. Oltre a Vladimir Esposito, l’eroe del popolo di Terzigliano. Naturalmente. Poi, lei ci ha spiegato cosa voleva dire. A sua volta, gliel’ha spiegato suo padre, che fa il professore di filosofia al liceo e ha un barbone lungo e nero. “Comunisti perché lo siamo e clandestini perché le maestre e, soprattutto la direttrice, che è una fascista, non lo devono sapere”. Sintetico ed efficace. Hai capito la giovane Sara? Ora capisco perché me ne innamorerò davvero e perdutamente molti anni dopo. E hai capito la direttrice? Una stronza lo sapevamo tutti, ma che fosse pure una fascista, beh, io non lo sapevo. Lì ho iniziato a pensare che forse i termini fossero sinonimi.

A me piace questa idea che vinci le elezioni e sei tu che decidi cosa fare. Soprattutto dopo averne vinta una. Anche se il nonno nei momenti di rabbia parla male di un certo Togliatti, che non conosco, e dice che avrebbero dovuto fare in un altro modo, altro che elezioni, quando ne avevano avuto la possibilità.

Intanto, alacri, le formichine dal casco giallo vanno su e giù, avanti e indietro, e da tutti i lati, fra la polvere che si alza, e volteggia, e turbina, e infine ricade in controluce. Da lontano qualcuno ci guarda e ci urla di scendere. Noi obbediamo. Ma a modo nostro, dall’altra parte, atterrando nel cantiere con i nostri tascapane verde militare, comprati al Ponte di Casanova a cinquecento lire, che rimbalzano sul fianco. Dicono che li vendono pure a Resina. Ma Resina è lontana. Prima si deve arrivare alla stazione di Napoli, che è già un bel viaggio. Poi prendere un treno che si chiama Circumvesuviana, che arriva addirittura fino a Sorrento. Io lo so dov’è, perché da dove abitiamo, si vede la penisola che prende il nome proprio da quel paese e poi più avanti c’è Capri. Cioè, non è come Posillipo o Mergellina, che il mare ce l’hai proprio sotto i piedi, ma nei giorni in cui il cielo è pulito, sembra così vicina che si vedono le case.

Nei tascapane abbiamo, complessivamente, un chilo di patate, una bottiglietta con un po’ d’olio d’oliva, un pezzo di pane, una bottiglia d’acqua della fontana, del sale in un tovagliolo arrotolato, e i fiammiferi per accendere il fuoco. Abbiamo preso tutto a casa senza farci vedere, perché noi soldi non ne abbiamo. Bidone ogni tanto sì, io mai. Mica lavoriamo. Chi te li dà, i soldi, se non lavori? A Terzigliano, nessuno. Al massimo, devi andare a rubare. E qualcuno di noi già lo fa, pure Bidone qualche volta. Io no, perché l’inverno scorso ho rubato un atlante tascabile alla Standa, e quando a casa mio padre se n’è accorto, me ne ha date che mi sono bastate per tutto il mese entrante. Figuriamoci se mi metto a rubare ruote di scorta, autoradio, benzina con la zuca, come fanno qua nel quartiere. Mi chiude in casa a vita e buonanotte. Io l’ho rubato solo perché mi piaceva, c’erano un sacco di cose e di foto su tutti i paesi del mondo. Cose che tutti dovrebbero sapere, o no? E se tutti dovrebbero saperle perché poi ci vogliono i soldi per comprarlo? Mio padre, dopo, mi ha detto: “Non prendere quello che un giorno sarà di tutti”. Chissà quando viene quel giorno. Secondo me c’azzecca qualcosa con le elezioni. O con l’altro modo del nonno.

Intanto, le fionde e le cerbottane ballonzolano nella stoffa ruvida. Armi indispensabili per la terra di nessuno che oggi andiamo a esplorare. Potremmo trovare cani, topi, uccelli, e chissà che altro ancora. Anche, se in realtà, ci siamo già venuti, passando da un buco nel muro, che poi qualche giorno fa hanno richiuso, e non abbiamo trovato un emerito cazzo. Ma ogni volta è come se fosse la prima e ci spingiamo un po’ più lontano. Questa è la prima in assoluto, che osiamo volare solo un po’ più in basso delle aquile e scavalcare questo muro. Vabbè, abbastanza più in basso delle aquile. Che poi, io non l’ho mai vista un’aquila. Dal vivo, voglio dire, perché nei libri che mi compra mia nonna e nei documentari l’ho vista un sacco di volte. Bidone no, perché lui non legge. Anzi, la considera una cosa da femmine. Figuriamoci. Già fare i compiti è un dovere al quale si sottrae tanto spesso quanto volentieri. A me invece piace studiare. Anche leggere. Ci sono molte più cose nei libri di quante se ne possono vedere a Terzigliano. Mi piacciono quelli di astronomia. Poi li chiudo e provo a riconoscere le stelle. Anche se non è facile, perché nelle mappe sono fisse. Nel cielo si muovono sempre. Appaiono, scompaiono, s’inseguono scambiandosi posizione, come un balletto che in certi casi segue tempi troppo lunghi perché un uomo possa vederlo due volte nella vita. A volte anche una.

Prendete la Cometa di Halley, per esempio. È passata l’ultima volta nel 1910. L’ho letto su un libro. Così tanto tempo fa, che nemmeno mio nonno ce l’ha fatta. Aveva appena due anni. La nonna non era ancora nata. La nonna vecchierella però sì. La cometa ripasserà di nuovo nel 1986. Passa ogni settantasei anni, e io ne avrò venti. Non come quella del presepe che ogni Natale è lì al suo posto. Basta tirarla fuori dallo scatolo. Spero che anche il nonno sia qui per vederla. Almeno la vede una volta. Quella di Halley però, perché sui presepi il nonno non lo batte nessuno e ne fa uno che occupa mezza stanza. Inizia il giorno dell’Immacolata, l’otto dicembre, e lo chiama ‘O Presepio. E sopra c’è tutto: i pastori, le pecorelle, i Re Magi, Benito che dorme disteso, la taverna, il fiume con l’acqua vera, e un sacco di altre cose. Pure i melloni, che poi in italiano si chiamano angurie, appesi. Io so parlare in italiano, che credete? Se a casa parlo napoletano mia madre si leva lo scarpone e mi fa passare la voglia. Ma se a Terzigliano mi metto a parlare italiano, vabbè, è proprio la fine. Un femminello proprio. Qui nemmeno le femmine parlano italiano, solo i femminielli.

La nonna vecchierella è difficile che la vede di nuovo la cometa di Halley. È nata nel 1887 e ne avrebbe novantanove. Ho fatto il calcolo. Forse sarà già passata pure lei, in mezzo alla gente che piange e scandisce il suo nome, in una bara piccola, perché anno dopo anno rimpicciolisce. Ma non sarà bianca come quella di Massimino. Mi hanno spiegato che solo quella dei bambini è bianca, perché il bianco è il colore dei peccati che non hai fatto ancora in tempo a commettere. Vabbè, in generale, perché a Terzigliano iniziamo presto. Pure Massimino, quando non era ancora secco secco e c’aveva tutti i capelli, ne combinava di guai. Altro che, se non li combinava. Una volta ho pensato che magari un nero si offenderebbe di ‘sta cosa, che il bianco è il colore della purezza. Quindi lui che è nero, cosa sarebbe: la munnezza? Non lo so come mi vengono certi pensieri. Ma tanto a finale, che me ne frega? I neri stanno in Africa. Pure i leoni, le gazzelle, gli ippopotami, le giraffe, gli elefanti, che ho visto nei libri che mi regala mia nonna e nei documentari. Non ci sono mai andato in Africa. Chissà quanto ci vuole ad arrivare. Minimo, devi arrivare alla stazione di Napoli e poi dopo, altro che Circumvesuviana. Sono andato solo a Mondragone e a Roma.

Nel 1986 forse starò studiando astronomia. È una facoltà universitaria, che sarebbe una cosa che viene dopo le medie e il liceo. Nessuno della mia famiglia c’è mai andato. Io intanto quest’anno inizio le medie. Ma se ne parla a settembre e mo’ non ci voglio proprio pensare, perché le medie sono difficili. Cioè, non è che hai una maestra e un solo libro, e basta. Hai tante materie, tanti libri e tanti professori diversi. Possibile che fra tutta quella gente, qualcuno che mi tiene sul cazzo non lo trovo? Lo trovo, lo trovo. Quello che conta è che nel 1986 poggerò l’occhio sul telescopio e osserverò la cometa passare, lasciandosi dietro la scia di gas e di detriti che, ho letto, formano la sua coda.

– Ti sei addormentato?- La voce di Bidone mi arriva di lato, mentre lui palleggia col Super Santos, che aveva calciato oltre il muro, prima di iniziare la scalata. Bidone non è che sia così bravo a giocare. Anzi, è proprio una pippa. Guai a dirglielo, però, perché subito si piglia collera. E io non glielo dico, ma non perché ho paura, non mi farebbe niente, lo so. Solo perché gli voglio bene e non mi sembra giusto offenderlo. Perciò, non gli dico che non è bravo come me. Che poi, nemmeno io sono così forte, come Clerici o Braglia. Neanche come mio fratello, che ha tre anni in meno e molto più talento. Anche se è piccolo, lo dovreste vedere come dribbla, sguscia e tira in porta, sotto il caschetto di capelli neri. E segna quasi sempre. Chissà, forse un giorno giocherà nel Napoli e io andrò allo stadio con mio padre e mio zio Giovanni a vederlo giocare. Ci sono già andato a vedere il Napoli al San Paolo. Pure una volta a Roma in campo neutro contro il Torino. Io non penso che ce la farò a giocare nel Napoli, anche se mi piacerebbe. A chi non piacerebbe? A Terzigliano, tifiamo tutti per il Napoli. Anche Bidone. Solo le femmine e i femminielli tifano la Juve, o l’Inter, o il Milan.

Poi, guardo i piedi storti di Bidone e penso che il Super Santos è proprio il re dei palloni. Escluso quello di cuoio che, però: chi ce l’ha? Costa un sacco di soldi. Rosso con le righe nere, il vecchio Santos pesa duecento ottanta grammi, che gli assicurano una certa stabilità. Cioè, voglio dire, se tiri dritto quello resta dritto. Se tiri a effetto, quello fa l’effetto. Sia d’esterno che d’interno. Anche se, naturalmente, la curva prende due direzioni opposte. Quando si buca, e succede spesso, lo ripariamo facendo scaldare un cucchiaio sulla fiamma. Poi lo passiamo sul buco, provando a chiuderlo con la gomma liquefatta. È una cosa difficile, devi essere veloce. A volte riesce e altre no. Ma se la riparazione è a come viene, in compenso dobbiamo scappare sempre dalla cucchiarella delle nostre mamme, perché il cucchiaio si annerisce ogni volta. Non c’è proprio possibilità che non succeda. Quando ti ritrovi il pallone ancora più bucato, il cucchiaio nero e il culo rosso per la cucchiarella, vuol dire che è proprio una giornata di merda. Il Super Santos non è come il Super Tele, che di super ha solo il nome. Pesa la metà, è bianco con i pentagoni neri che lo fanno somigliare ai palloni veri, ma esegue traiettorie impazzite e casuali. Va proprio a vento, il Super Tele. Che chiavica di pallone. Il Tango è ancora un’intenzione. Con i suoi trecento venti grammi arriverà coi mondiali del 1978 in Argentina. Ma adesso non lo so ancora, siamo appena nel 1976, ricordate? E io non so prevedere il futuro.

Fra poco si giocano gli Europei in Yugoslavia. L’Italia non si è proprio qualificata e in Yugoslavia ci sono i comunisti, anche se mio padre dice che non sono proprio come quelli russi. Io questa cosa non la capisco: sono tutti comunisti, o no? E se sono tutti comunisti, cosa li distingue? Mio padre sembra darmi ragione quando alle Olimpiadi, ai Mondiali, agli Europei, alle amichevoli, tifa sempre per le squadre dei paesi comunisti. Tutte, senza distinzioni. Anche la Yugoslavia. Che so, se c’è la finale dei cento metri alle Olimpiadi e un americano corre contro un russo, mio padre tifa per il russo. Anche se dice che i neri sono americani, ma spesso pure comunisti. E allora io gli vorrei chiedere: “Che cazzo tifi a fare per i russi, allora?”. Certo, non con queste parole, che usiamo solo fra di noi nelle strade di Terzigliano, perché me ne darebbe almeno per due, tre, mesi, ma il senso comunque sarebbe quello. Però, non glielo chiedo. Tanto lui continua a tifare per la Russia, che poi sarebbe l’Urss. L’ho visto sull’atlante che ho rubato. Ma anche per la Cina, Cuba, persino per la Romania, la Bulgaria, la Polonia e la Germania dell’est. Sarebbe la Ddr, anche se non ho mai capito perché non c’è un’Italia dell’est. Al limite, ho sentito parlare di nord e sud, mai di est e ovest. Ma se questi giocano contro l’Italia, col cazzo che li tifo. Io tifo l’Italia, anche se non convoca quasi mai giocatori del Napoli. Forse non sono ancora abbastanza comunista. Crescendo, chissà.

Quello che conta, comunque, è che oggi è estate, la scuola è finita, la Rai invece di iniziare le trasmissioni nel pomeriggio trasmette addirittura due film la mattina, ma solo quando si fa la fiera della casa alla Mostra d’Oltremare, che sta azzeccata allo stadio. Ho sentito dire che c’è una tv “via cavo”, che fa tre film al giorno, ma non so bene che significa. Si chiama Telenapoli. Solo che si paga e qua non ce l’ha nessuno. Figuriamoci, a Terzigliano chi paga per vedere la televisione? Non paghiamo nemmeno l’acqua e quasi tutte le famiglie mettono un ago o una pellicola di plastica nel contatore della luce, per pagare di meno pure la corrente. La Rai invece non si paga. Cioè, so che esiste una cosa che si chiama canone. Ma quando viene qualcuno a controllare, non lo fanno proprio entrare e gli dicono sull’uscio della porta: “La televisione? E chi la tiene?”. Anche se poi sui tetti è pieno di antenne, come da tutte le altre parti. Comunque, quei film di mattina sono sempre di Totò, ma anche degli anni Sessanta. Io me li vedo, mentre mia madre si agita, invitandomi a guardarla come dondola, con le braccia e con le gambe, e mi spiega che così si balla il twist. Lei e mio padre sanno ballare proprio bene. Anche il rock and roll acrobatico, che io non sarei mai capace.

– No, Bidò, stavo pensando che mi brucia il ginocchio. – Gli dico, abbassandomi a soffiarci sopra e contemporaneamente alzandolo, per facilitare l’operazione.
– Mettici un po’ di sputazza, che si leva. – Replica lui saggio, dall’alto dell’esperienza di centinaia di abrasioni, escoriazioni e ciaccate varie, procuratesi nel corso della sua breve, ma già turbolenta esistenza.

Bidone è il campione del nostro palazzo. Se non di pallone, in quello fa schifo proprio, di lotta e di coraggio. Il nostro è l’unico edificio della zona che ha un cortile, sul quale affacciano altri palazzi che però hanno il portone da un’altra parte. Questo cortile è in salita. O, in discesa se lo guardate al contrario. Ha una forma irregolare, due scalini a distanza di una decina di metri l’uno dall’altro, delle palme mezze morte sui lati, una vasca che qualche anno fa ospitava pesci rossi e che noi abbiamo riempito di terra. Così per sfizio. Poveri pesci, erano morti tutti. Qualcuno avrebbe anche pianto alla vista di quei pesciolini che boccheggiavano. Io, per esempio. Ma non considerando una mossa intelligente, quella di farmi prendere per il culo come una femmina per tutta la vita, me ne sono ben guardato. Anche se poi me le sono sognate un sacco di volte, quelle bestioline che, respirando a fatica, provavano a sfuggire al loro infame destino.

Questo schifo di cortile ce lo invidia ogni bambino del quartiere, perché si può giocare a pallone. Allora capita che quelli dei palazzi intorno vengono e vogliono fare i capuzzielli. “Affacciamo pure noi qua, quindi il cortile è anche nostro”. Questo, il succo del loro ragionamento. Solo che Bidone non è tanto d’accordo, e nemmeno ci pensa su a lungo: si mette davanti e si afferra con qualcuno dei loro capetti più grandi. Pure due alla volta, dicendoci di non metterci in mezzo. Noi restiamo dietro a tifare, pronti a intervenire se qualcuno di quegli altri femminielli si butta addosso. Due va bene, tre è già rocchia. Bidone vince sempre, comunque. A volte, capita che arrivino quelli di Sancarminiello, delle Palazzine, o del Cannone, che sono tutti criminali. Fanno paura e ci cachiamo sotto. Ognuno di noi e io per primo, ma non certo Bidone, che gli ride in faccia e inizia a chiavare paccheri, cazzotti, calci e capate in bocca, senza farsene proprio. Tutti hanno paura di Bidone a Terzigliano: c’ha pure il coltello. Io invece non ho paura, perché è mio amico. Di più, un fratello. Anche se un paio di volte ci siamo pure afferrati e mi sono comportato bene. Come ha riconosciuto lui dopo avermi rotto il culo, ma colpito dal mio coraggio e dal temerario disprezzo del pericolo.

Mio padre dice che non si risolvono le cose con la violenza. Però lui scende con la mazza, con gli altri compagni della sezione del PCI, le rare volte che i fascisti vengono ad attacchinare. Allora, gli vorrei dire: “Babbo (lo chiamo così, alla Pinocchio), com’è quella cosa che dici sempre, che non si risolve con la violenza?”. Ma ovviamente taccio. Perché la mazza di mio padre incazzato è ben più pericolosa della cucchiarella volante di mia madre.

– Andiamo. – Poi mi dice Bidone, indicandomi con un movimento del braccio che non ammette repliche, la direzione del raccordo secondario che stanno costruendo.

Ma prima ammassiamo dei mattoni al muretto, in modo da rendere più facile la risalita. Di fianco corre un canalone di cemento. Una specie di trincea come quelle che ho visto nelle foto della Prima Guerra Mondiale. L’altro giorno, di pomeriggio, prima che chiudessero il buco nel muro, abbiamo fatto delle palle di cemento, con le mani che si spaccavano a sangue maneggiando l’impasto corrosivo. Poi ci siamo appostati lì, aspettando qualche mezzo degli operai in transito per fare un po’ di tiro al bersaglio. Solo che ne passavano pochi, potevano anche trascorrere ore prima che se ne vedesse uno. Dopo un po’, però, la nostra attesa è stata premiata. Via, via che si avvicinava, ci siamo accorti che non era un mezzo degli operai, che so una gru, un camioncino, ma una macchina della Polizia. Mo’, le palle erano pronte, noi avevamo voglia, l’attesa era stata lunga ed estenuante, che dovevamo fare: lasciar stare? Nemmeno per idea. Ci siamo guardati negli occhi con Bidone, Ciro e Gennaro. Poi, abbiamo aspettato che ci passassero proprio sotto. E a quel punto, abbiamo tirato le quattro palle. Solo che, poco pratici dei tempi necessari al cemento per seccarsi, non ci siamo resi conto che in mano avevamo delle vere e proprie pietre. Morale della favola: due vetri rotti, poliziotti che scendono con le pistole in pugno a guardarsi intorno spaventati e reattivi, e noi a scappare, infilandoci uno alla volta nel buco stretto, ma sempre più largo del nostro buco del culo. Ho pensato che ci avrebbero sparato. Poi, arrivato a casa, ero sicuro, ma proprio al cento per cento, che sarebbero venuti ad arrestarmi. Ogni rumore che avvertivo su per le scale, mi dicevo: “Eccoli”. Terrore puro. Cacato sotto. Mai più sparare palle agli sbirri, come li chiama Bidone, senza che ci sia un buco largo attraverso il quale poter scappare.

– Dove andiamo, Bidone?
– Andiamo al campo dell’E.N.V.I. a fare due tiri col pallone. – Risponde con il tono del tipo che ha le idee chiare già a dieci anni.

Camminiamo per una decina di minuti sul brecciolino che ricopre la superficie del terreno e si trova sotto il viadotto principale della tangenziale. Arrivati lì, il solito deserto. Non abbiamo mai visto nessuno. Mai. C’è un campo di calcio, con le porte senza rete. Una non ha neanche la traversa. Alle spalle corre un edificio a Elle, dal quale non sono mai arrivati segnali di vita. Lo dobbiamo esplorare, una di queste volte. Sul lato lungo la strada da dove veniamo noi. E dietro l’altra porta, quella con la traversa, una collina. Non l’abbiamo ancora esplorata, ma sappiamo che dietro ci sono le palazzine popolari delle Canapiere. Si chiamano così perché ci abitano le famiglie dei lavoratori del canapificio che si trova un po’ più su, sulla strada che conduce all’aeroporto. La vegetazione è secca, brulla, anche se l’estate sta appena per iniziare. Intorno a noi un silenzio irreale, profondo, nel quale si avvertono distintamente i nostri passi, intervallati dal respiro un po’ affannato.

– Vai in porta. – Dico a Bidone, una volta che abbiamo raggiunto il campo.
– Perché dovrei andarci io in porta, Vladimir bello? – Replica, senza mollare un attimo il pallone che tiene sotto il braccio da quando ci siamo allontanati dal muretto. Sembra che gliel’hanno incollato col mastice dei calzolai. Lo so cos’è, perché nelle fondamenta del nostro palazzo ci sono tre fabbriche di scarpe, e la puzza si sente sempre forte per le scale.
– Vabbè, inizia ad andare tu, facciamo cinque minuti a testa. Mica ho detto che devi stare sempre in porta. – Insisto io, per fargli vedere che non è il capo di nessuno e che io, Vladimir, un comunista di dieci anni, anzi, un giovane capo comunista, non ho certo paura di lui. Anche se si chiama Bidone ed è il terrore di Terzigliano. Il suo sguardo mi investe obliquo. Resta un attimo lì a pensarci. Poi, finalmente la colla cede e il Super Santos precipita al suolo, attratto dalla legge di gravità. Se gliene parlassi, mi direbbe: Ma allora stai diventando proprio ricchione, con tutti questi libri? Perciò, me ne guardo bene, mentre con un tiro maldestro prova a passarmelo, spedendolo invece lontano, verso il centrocampo. Io corro, lo recupero e con tocchi eleganti mi avvicino alla porta, iniziando a bombardarlo. Dopo un po’ ci alterniamo. Lui è un disastro e io, nelle rare occasioni in cui i suoi tiri centrano lo specchio, volo come Carmignani del Napoli. Ma è più scena che altro, non sono questo gran portiere.

Passata una mezz’oretta ci stufiamo. Allora, è lui a proporre:
– Andiamo sulla collina. Vediamo che c’è dall’altra parte.
– Ma lo sappiamo cosa c’è dall’altra parte. Dal balcone di Ciro si vede che dietro ci sono le Canapiere. Lo hai visto pure tu l’altra volta e mi sembravi convinto.
– Io? – Nega lui, spudorato e lercio già a dieci anni, inarcando il sopracciglio, come se fosse la prima volta nella sua vita che sente una cosa del genere. –
Sì, tu, strunz. – Ribatto io, che non amo essere contraddetto. Già a dieci anni.
– Come mi hai chiamato, neh strunzill?
– Strunz, – Gli dico calmo, guardandolo dritto nelle palle degli occhi. Aggiungendo in fretta: – ma stavo scherzando. – E rido di gusto. Mi metto a correre verso la collina, iniziando la scalata. – Chi arriva ultimo fet ’e mmerd. – Urlo a squarciagola.

Lui mi segue felice, provando a superarmi. Anche se mi avrebbe rotto volentieri un po’ il culo. Ma così, giusto per allenarsi, mica per vera cattiveria. La scalata dura una decina di minuti. Ci graffiamo le gambe scoperte, sui rovi e sulle erbacce. Ci vengono delle striature di un colore rossastro e un cazzo di prurito. Ma stiamo sempre ben attenti a dove mettiamo i piedi. Ci sono bisce e vipere da queste parti. Ed è vero, perché una volta uno che abita nel nostro palazzo stava morendo per un morso.

– Cosa sono quelle, Bidò? – Gli chiedo, indicando un punto all’orizzonte, una volta raggiunta la sommità del nostro piccolo Everest. Vabbè, molto più piccolo. L’Everest è alto 8.848 metri. La montagna più alta del mondo. Il K2 è il secondo, con i suoi 8.611. Ma sono in Asia, in un posto che si chiama Himalaya. In Italia, invece, è il Monte Bianco, che pure se la cava con 4.810, il più alto d’Europa. Il Vesuvio si ferma poco sopra i 1.200, ma è un vulcano. Penso, soddisfatto di me stesso, che ho fatto proprio bene a rubare quell’atlante alla Standa. Le mazzate che ho preso almeno non sono state inutili.
– Sembrano le Canapiere, strunz.
– Ah, sembrano, chiavata? – Vabbuò, ma perché, veramente credevi che non lo sapevo? Non sei il solo che sa le cose, Vladimir, pure se ti abboffi di libri come un femminello.
– Patet è femmenell.
– Non mettere mio padre in mezzo, lo sai che sta in galera.
– Hai ragione, scusa. Mi dispiace, veramente. Vieni qua e diamoci la mano. Ma se non è patet, è mammet. – E rido. Lui si avvicina. Chiaramente invece di darmi la mano, mi passa il braccio dietro il collo. Poi fulmineo mi stringe la testa nella cosiddetta murzetta. – Lo sai che ti voglio bene, ma non mettere in mezzo mio padre. Ti faccio uscire la merda per bocca, la prossima volta che ti permetti.
– Ok, ok. – Faccio io, dal centro della morsa d’acciaio che mi stringe il giovane collo, reso prudentemente cauto dalla terribile minaccia.

Suo padre fa il contrabbandiere. Si chiama Franchino e ha trentadue anni. Veste sempre elegantissimo, con giacca e cravatta. Gli hanno fatto saltare due volte la macchina sotto casa. Una volta una Bmw e quella dopo una Mercedes. Uno a uno, palla al centro. Macchine così non ce l’ha nessuno a Terzigliano. Solo quelli che fanno lavori loschi come il padre di Bidone. Il mio ha la 127. Il nonno la Seicento. Però gli voglio bene a zio Franchino, mi ha visto crescere e quando mi vede scherza sempre.

Un paio di mesi fa sono passato a casa loro a chiamare Bidone. Erano a tavola. Sua moglie, la zia Carmela, stava cucinando le bistecche e mi ha chiesto se ne volevo una. Io avevo già mangiato, e ho detto no, anche se la bistecca mi piace e non è che la mangio così spesso. Lui, le ha detto: “Lo vuoi? Si dice ai malati”. Volendo intendere che una persona sana lo vuole sempre e, quindi, la domanda è inopportuna. Poi, rivolto a me, mi ha ordinato: “Siediti e mangia”, dandomi la sua, mentre la zia ne metteva un’altra sul fuoco. Mio padre non ha simpatia per lui. Mio padre vuole cambiare il mondo con le elezioni e la politica. Mio nonno con i mitra seppelliti dopo la Resistenza. Mio padre e mio nonno sono convinti, al di là della diversità del metodo, che così il mondo lo cambierebbero per tutti. Zio Franchino, invece, lo vuole cambiare solo per se stesso e la sua famiglia. Degli altri non gliene fotte proprio.

Intanto, Bidone ha mollato la presa, ma è ancora incazzato.

– Scusami veramente, fra’. Lo sai che voglio bene allo zio. Ho detto una stronzata. Perché non scendiamo e andiamo ad arrostire le patate vicino al nuovo raccordo? Così, mangiamo e dopo ce ne torniamo nel cortile. Non si può mai sapere, magari arrivano quelli delle Palazzine e noi non ci stiamo… – Lascio cadere volutamente la frase nel nulla, e lui abbocca, facendo sì con la testa. L’idea del suo regno violato è più forte di qualsiasi offesa. Ma io sono veramente dispiaciuto per averlo fatto arrabbiare. Il carcere deve essere proprio un brutto posto. Cioè, tu devi stare per forza là e non puoi vedere tua moglie, i tuoi figli, i tuoi amici. Pure mio padre c’è stato, ma solo due giorni dopo una manifestazione. E non ci aveva guadagnato nemmeno niente. I comunisti sono tipi un po’ strani. Mi sa che ci devo pensare bene, se crescendo mi conviene pure a me essere comunista.

– Ti posso chiedere una cosa? – Dico mentre stiamo tornando.
– Dici. – Con l’aria del cane bastonato, ma pronto a scatenare inferno e terrore.
– Perché tuo padre sta in galera? Cioè, che ha fatto?
– Per colpa di un giudice di merda e degli sbirri. Non ha fatto niente, è innocente. Infatti mo’ esce.

Capisco che non è il caso di insistere. E lungo la strada ci mettiamo a cercare pezzi di legno e cartone per accendere il fuoco. Poi ci sistemiamo in mezzo a una piccola radura. Davanti a noi ci sono delle piante, oltre le quali un piccolo muretto si affaccia su un dislivello di circa tre metri. Accendiamo il fuoco e arrostiamo le patate, dopo averle infilzate con dei ramoscelli. Vengono una schifezza e ci scottiamo le dita. Non vi dico quando proviamo a sbucciarle. Comunque alla fine ci riusciamo. Ci mettiamo l’olio e il sale. Brindiamo con pura acqua dei rubinetti di Terzigliano. Ed è bello stare qua, a mangiare una cosa che abbiamo cucinato da soli, in mezzo a questa specie di campagna, anche se sulla nostra testa c’è un ponte di cemento e di metallo.

A un certo punto, sentiamo un fruscio che viene dal basso, oltre le piante. Poi, delle voci. Ci stendiamo per terra e prendiamo le fionde. Strisciamo fino al limite del dislivello e vediamo due tipi sulla ventina con i capelli lunghi e la barba, che stanno recuperando una busta di plastica della spesa da un buco bello grosso, dopo aver spostato una pietra. Sono magri, vestiti strani, con un sacco di colori addosso. – Che stanno facendo? – Chiedo a bassissima voce a Bidone. – Non lo so, ma mi sembrano due drogati… Io non so cosa sono i drogati. Cioè, lo so molto vagamente. Ogni tanto vediamo qualche vecchio barcollare ubriaco in giro per il quartiere. Anche qualche nostro parente, ogni tanto a tavola, beve fino a ridursi così. Ma di drogati non ne conosco. “Cosa fanno precisamente i drogati?”, mi chiedo. Non so la risposta, però quei tipi sono brutti e strani, e tirano fuori dalla busta delle piantine verdi. Le annusano e parlottano tra loro, sorridendo soddisfatti. – Vieni con me e metti una pietra nella fionda. – Mi dice Bidone. Poi, si alza in piedi di scatto, e io lo imito. Puntiamo le fionde su di loro e lui gli urla:

– Che cazzo state facendo?

Loro saltano dallo spavento. Poi, vedendo che siamo due bambini, si rilassano un attimo e rispondono:

– Niente uagliù. Ci avete fatto mettere una paura. Stiamo riempendo questa busta di erba medica che serve a fare le tisane.
– Il cazzo, l’erba medica e le tisane. – Gli risponde secco Bidone, che improvvisamente sembra molto più grande dei suoi dieci anni. – Quella è droga. Che vi credete ca so strunz?
– Ma quale droga? – Dicono loro dal basso. – Tu ti vedi troppi film. E abbassate ste fionde che se parte una pietra ci fate male.

Io invece resto lì e continuo a puntarla in faccia a uno dei due. Bidone tiene di mira l’altro. In verità tutti ‘sti film che parlano di ‘sta droga, non me li ricordo. Poi mi viene in mente Totò Diabolicus, un film pieno di omicidi e drogati. “Cazzo, sono assassini. La maggiorana”, dico fra me e me, sobbalzando. E a questo punto mi caco proprio sotto. Cosa ci faccio qua? Cosa ci fanno due bambini di dieci anni a rischiare la vita per mano di due drogati schifosi? La paura mi fa tirare ancora un po’ la molla della fionda, ma mi controllo perché se si spezza, mi faccio male, faccio una figura di merda, e resto indifeso dagli esseri malvagi che mi guardano con lo sguardo assassino, tre metri sotto di me.

– Appena ti dico corri, corri e non ti fermare fino al muretto. – Mi dice Bidone senza muovere le labbra, che devo guardarlo per essere sicuro che abbia parlato davvero. Annuisce, con un impercettibile movimento della testa. Poi, rivolto ai due in basso: – Me la fate vedere quella busta? Voglio solo odorare l’erba e ve la do indietro.
– E che la devi odorare a fare? Ja, abbassate quella cose e ognuno per la sua strada. – Dice uno dei due girandosi.

Il pallino di ferro che Bidone ha messo nella fionda lo colpisce giusto dietro la testa. Vedo il sangue scorrere e mi devo fare forza per non svenire, finendogli fra le braccia. Poi, con un movimento fulmineo, ricarica l’arma e gliela punta di nuovo addosso.

– Ma si strunz uagliò? – Gli dice il tipo guardandosi la mano insanguinata, dopo averla portata alla nuca. – Ma che ci volete uccidere?
– No. – Fa calmissimo Bidone. Un’altra persona. Non l’ho mai visto così.
– Voglio solo odorare quello che c’è dentro la busta e poi ve la ributto.
– Parola? – Dice l’altro, visibilmente impaurito.
– Parola. Il tipo si avvicina al muretto, chiude la busta, annodandola, e gliela lancia.
– Non fate scherzi. – Dice, un attimo prima che le sue mani mollino la presa.
– Ora Vladimir. – Urla Bidone, un attimo dopo averla afferrata.

Non ho bisogno di farmelo ripetere. Mi giro e corro con tutta la velocità di cui sono capace. “Mo’ devi sparare”, sento nitidamente. Abbasso la testa, terrorizzato, ma non arriva nessun colpo. Solo il rumore dei due tipi che provano a salire il terrapieno. In due minuti arriviamo al muro. L’esitazione con la quale l’ho scavalcato all’andata è solo un ricordo, agevolato dai mattoni che abbiamo sistemato prima. Ci arrampichiamo come due lucertole sotto il sole di giugno. Da lontano, le gru, le trivelle, gli operai con i caschetti gialli, il mare che si vede da Terzigliano, Capri, la costiera sorrentina, i neri, gli elefanti, i leoni, le commesse della Standa, le giraffe dei libri di mia nonna, la cometa di Halley, sembrano guardarci tutti col fiato sospeso, mentre arriviamo in cima, passiamo uno alla volta il quarto di ruota dentata che ci separa dal cortile di casa nostra, e quasi ci tuffiamo dall’altra parte.

– Cazzo, Bidò, la droga. – Gli dico con il fiatone che quasi mi impedisce di parlare.
– Sta qua, Vladimir, tranquillo. – E solleva la maglia, mostrandomi con un largo sorriso la busta infilata nei pantaloncini. – Questa mo’ la porto a Maresciallo che ce la vende, facciamo fifty fifty e passiamo una bella estate alla faccia dei drogati. Sarà almeno mezzo chilo.

È il 1976, la scuola è finita. A settembre inizio le medie e oggi sono diventato grande. Non sarò mai più un bambino, penso, mentre mi metterei a piangere. Poi, asciugatemi le lacrime, chiederei a mia madre di ballare il twist. Almeno l’ultima volta, per dire addio ai miei anni migliori.

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14 commenti su “Per dire addio ai miei anni migliori

  1. Credo di avere la tua stessa età e ricordo di aver abitato a Terzigliano fino all’estate del ’72, accanto ai binari del trenino che correvano quasi paralleli al corso. Mi ci hai riportato con un balzo da togliere il fiato dentro questo racconto bellissimo. Anch’io avevo un padre operaio, un cortile da difendere dai capuzzielli, una caccia grossa da tentare tra gli sterpi con gli eroi capeggiati dal mio fidanzato di sette anni, ma poi visto che ero femmina si pretendeva che le cucinassi io, le lucertole, dentro la mia adorata batteria di pentoline quasi vere. La droga erano ombre furtive e bisbiglianti che si acquattavano nel buio sotto il balcone di sera e mia madre abbassava la tapparella perché non la vedessi. Solo sei anni a Terzigliano, per ritrovarli qui quarant’anni dopo. Grazie.

  2. Ogni volta riesci sempre a tenermi con il fiato sospeso.
    Potrebbe sembrare una frase fatta, ma davvero non ci sono parole.
    Non posso dire davvero più nulla perchè sarebbe riduttivo!
    Rosario, numero uno.

  3. Non si può leggere, fa male all’anima.Anzi , ti diro di piu’ piango come una fontana , mi hai fatto pensare a mio padre che è morto sul lavoro quando avevo 20 e mi diceva le stesse cose sul fascismo e le lotte.Certo Il luogo è una metafora di tutti i quartieri periferici di Napoli.Un magnifico racconto, a mio avviso

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