Il derby di Partenope (Prologo)

di Rosario Dello Iacovo

La sveglia, dalle forme affilate e regolari, regalo insignificante di una fidanzata qualunque, mi guarda dal comodino con aria minacciosa. Vuole suonare, la troia. Sta per farlo. Lo sento. La consapevolezza che sta accadendo davvero mi fa precipitare addosso tutta la stanchezza di un sabato notte da cani. Una qualsiasi, scelta a caso nel mazzo di una vita balorda. La mia. Tic-tac-tic-tac-tic-tac, la zoccola, pregustando il momento nel quale il suo canto di morte mi dirà implacabile che non c’è più tempo. Se non fosse che è un modello a cristalli liquidi. Perciò, fa il suo sporco lavoro subdola e silenziosa, ma non per questo in maniera meno efficace. Sta per suonare, cazzo! Tiro su il piumone, come ad alzare una cortina di ferro fra me e l’orrore. Non ci sono Vopos, però, a difendere questa frontiera. Anzi, non c’è nessuna frontiera del cazzo. Nemmeno un utero materno nel quale tornare a rifugiarsi, rifutandosi di nascere. Solo un coglione che non si sa controllare, e che ora vorrebbe dormire dieci giorni di fila. Provo a stendere i piedi: mi fanno male, malissimo. Quasi crampi. La coca ce l’ho ancora tutta in circolo. Da un paio d’ore non faccio altro che sollevare gli alluci, scaricando meccanicamente la tensione che mi attraversa elettrica, a scosse, il sistema nervoso.

E dire che ero partito per non darci troppo dentro, ieri sera. Avevo iniziato bene al Muy Loco. Un locale del cazzo che siccome è la nostra tana, non gli basta essere loco, pazzo, e basta. Deve esserlo anche molto. E così: un paio di birre, due Aniversario e una teffata, giusto per accompagnare l’alcol, in modo che le accelerazioni della roba fossero bilanciate dalla quiete ovattata che in quelle situazioni garantisce l’ottimo Bacco. Poi, la situazione è degenerata. Ma proprio clamorosamente. Si presenta Martello, un vecchio socio di Terzigliano che lavora sulle piattaforme petrolifere giù in Sicilia. Con lui c’erano due colleghi peruviani ai quali ha fatto più di un favore, come mi ha accennato un paio di volte. Non ho mai indagato sulla loro natura. Non sono domande che si fanno. E che siamo, sbirri o confidenti di questura? Di certe storie, è sempre meglio saperne il meno possibile. Io per esempio non ne so proprio niente.

Mi vede seduto al tavolo con un paio di amici e si avvicina. Non ci beccavamo da tre mesi, ma da come mi abbraccia sembra siano passati trent’anni. Un trionfo di pacche sulla spalla, baci e abbracci. Strette gioiose, ma comunque virili. Di: “Come stai obbè?”; “Bene, fra’. E tu? Che si dice?”; e “Questi sono Paco e Miguel”; “Piacere, hermanitos ¿Cómo estás?”; “Lui è Polvere”; “Mucho gusto hombre”. Cose così, insomma. Educazione e rispetto. Poi, gli occhi che gli ridono sotto il cappellino della Stone Island mi avvertono che vuole dirmi qualcosa e fa fatica a trattenersi. Al mio sguardo interrogativo, risponde con aria da complotto: “Vieni nel cesso”. La cosa era una pietra da dieci grammi di rosè. “Purissima e rarissima Mariposa”, ha commentato sollevandola col riguardo dovuto. Come un piazzista che fa il suo numero al centro del paese, fra massaie, vecchi e bambini che lo guardano stupiti e attenti. Venghino Siori e Siore. Ma non stava vendendo niente. Conosco Martello da sempre ed è un ragazzo dalla generosità straordinaria. Non come questi merdilli dei nostri tempi che ti offrono mezza pippata per farti salire la rota e poi venderti il pezzo. Come se quella che abbiamo addosso non bastasse da sola. In ogni caso, lui non fa il pusher, e certo non lo stava facendo con me. Eravamo, come dire, nel territorio del dono disinteressato.

Di rosè ne fanno poca, in Perù e in Bolivia. Pare che il colore dipenda dal gasolio con il quale viene estratta. Altri dicono che è per nasconderla meglio. Anche se mi pare proprio una cazzata. Ti fermano gli sbirri e gli dici: “Borotalco rosa.”? Certo, e loro: “Prego, vada pure”. Sicuro che poi ti lasciano andare a casa. Metteteci la speranza. Quando si parla di queste cose non si sa mai qual è la verità. Sono voci che si inseguono e si rincorrono, si accavallano, fanno piroette e spesso tornano al punto di partenza senza concludere un cazzo, sospese fra la realtà e l’alone della mitologia popolare. Quel che conta, è che le due, tre volte che l’ho provata era buonissima. Sempre che siate amanti del genere, s’intende. Poi Martello ha tirato fuori una piccola grattuggia e si è messo al lavoro con pazienza certosina sul coperchio dello sciacquone. A ogni movimento delle mani sapienti, il mucchietto cresceva e cresceva e cresceva. Come la mia voglia di affondarci dentro le narici e spararmi a calci in culo dritto verso il cielo. Non mi chiamerebbero Polvere, altrimenti, non credete? In quel momento, quello che volevo era una sana autoscalciata Millwall, oltre la legge di gravità e l’atmosfera. Per poi bruciare nel buio siderale, come una supernova che ha terminato la sua corsa, trasformandosi in un buco nero del cazzo. O giù, nel buco del culo dell’inferno. Se fra i due buchi preferite il secondo. Cacato dai demoni, dopo un lungo viaggio negli intestini infetti del mondo.

Fatta la prima, non avevo più scampo. Lo sapevo, ero perduto. Siamo tornati in sala e ci siamo fiondati al bancone, senza nemmeno dircelo. Piccioni viaggiatori che ritrovano la via di casa senza pensarci. Volano e basta; fra nuvole grasse e nere, perturbazioni, folate di vento e pioggia, nebbia e sole che arrostisce piume e pensieri. Qualunque cosa accada, volano quei figli di una troiarottainculo, e ritrovano la strada. Come noi quella del bancone, senza che ci serva un navigatore, la bussola o saperci orientare con le fottute stelle. Che poi dall’interno del locale non si vedrebbero nemmeno. Così, l’Aniversario sono diventati due, poi tre, poi quattro. Poi ho perso il conto. Non sono mai stato bravo in matematica. Nemmeno in condizioni normali, figuriamoci Out of space come ieri sera. La seconda ce la siamo fatta mezz’ora dopo. Le altre a intervalli sempre più brevi. Fino alle sei di mattina, quando il rimorso ha preso il sopravvento. Ho detto ciao a Martello, cingendolo in un ultimo abbraccio con il corpo che tremava per la troppa sostanza. Lui, mosso a pietà per un vecchio socio, ha tirato fuori dalla tasca quella restante, un tre, quattro grammi, avvolta nella busta di plastica, ha bruciacchiato l’estremità con l’accendino e me l’ha data, dopo averla sigillata. Al mio: “E tu?”, ha risposto: “No està problema, hermano.”, indicando con lo sguardo i suoi compadres.

Poi mi ha baciato sulla testa perduta in mille, e a quel punto, inutili paranoie, dandomi scettico la buonanotte. Perciò, Hasta luego ai peruviani, che non hanno smesso di sorridere un solo istante, con le serafiche facce andine, bruciate dal sole dell’alta montagna. Immuni, cazzo, da secoli di masticazione e decenni di pippate. Bye bye alle troie, ai “Dàiii, reeestaaa”, agli strusciamenti scomposti e bramosi di sesso alimentati dalla bamba. Un quarto d’ora dopo ero a casa. Mi sono messo a letto provando a dormire. Mi sarei accontentato anche di svenire. Ma col cazzo, avrei potuto. Né l’una, né l’altra. Ero fattissimo. Lo sono ancora, e fra pochi minuti la sveglia mi dirà che non c’è tempo. E non ce n’è davvero, perché oggi si gioca Real Napoli – Dinamo Partenope, decisiva per lo scudetto. Le loro brigate si stanno organizzando, e io sono inchiodato a letto come il fratello strunz ro cazz. Un parente di primissimo grado. Il gemello.

Bidone mi farà il culo a fettine sottili sottili. Già me lo vedo, cattivo con le carocchie e le scozzette che aggiungeranno fiele alla mia confusione. Ma ha ragione: sono un uomo di merda. E dopo, sale e limone a rendere più atroci i tormenti delle ferite. Dita a premerci sopra. Sangue, pus e orgoglio giù per il tubo del cesso. Spugna con l’aceto, croce in spalla e ali di folla ad additarmi al pubblico ludibrio. Eccolo, è lui: l’uomo di merda! Eppure ce l’aveva detto: “Non vi sfasciate stasera. Domani è il grande giorno e dobbiamo essere al top. Chi sgarra paga.”. Questa la sintesi del suo aulico discorso alla riunione dei fedelissimi. E non che abbia usato molte più parole. Non è un tipo loquace in certe circostanze. E noi tutti lì a fare sìsì con la testa come i cani appiccicati dietro il lunotto delle macchine. Che banda di coglioni. Noi e loro.

Vladimir, poi, non ci voglio nemmeno pensare. Con la sua aria da piccolo Lord di Terzigliano, mi guarderà letteralmente disgustato. Come quando sollevi la suola dei Dr. Martens e la scopri farcita di merda calda e fumante appena cacata. Solo un attimo, naturalmente, prima di distogliere lo sguardo e incrociarlo con quello di Bidone, in un unanime e severo giudizio di inappellabile condanna. Facile che proverà pure a farmi fuori dalla brigata, lo stronzo. Un tempo Vladimir era uno dei peggiori: macchinoni, centinaia di storie, bamba a fottere e whisky mandati giù in un colpo solo, sulla passarella sotto la quale si estende schiumeggiante l’oceano del coma etilico. “Scotch, non bourbon.”, avrebbe precisato con una spocchia degna del Real. Quanto lo odio, con quell’aria da SoTuttoIoVoiNonSapeteUnCazzo che si porta cucita addosso, mentre cammina impettito con l’aria da duro che poi non è. Bidone invece fa paura, è micidiale e violento. Solo che sono praticamente fratelli. Il braccio e la mente. Ed essendoci di mezzo Bidone, non c’è bisogno di specificare chi sia il braccio violento e implacabile della nostra legge.

Ora invece Vladimir va in giro con una city car tedesca mezza scassata. Dice che non gliene fotte proprio della macchina, basta che cammina. Anzi, di solito gira proprio a piedi. Beve acqua e tisane. Si allena. Fà le saune, addirittura, l’insopportabile, boriosissimo, presuntuoso, testa di cazzo. Si è messo addirittura a scrivere, anche se pare che lo abbia sempre fatto. Lui così dice, ma io non ho mai letto niente. Secondo me si atteggia e basta. Ha avuto una specie di crisi mistica. Per modo di dire, visto che è comunista e i preti li impalerebbe, se potesse. Vabbè, quello un po’ tutti noi che siamo della Dinamo, glorioso club di origini socialiste dei quartieri operai di Napoli Capitale. Mica come quei rotti in culo del Real, sempre pronti a baciare anello e cazzo al Papa e al Re, con la P e la R rigorosamente maiuscole. Come se fossero i figli prediletti di quel tizio con la barba lunga e bianca, che loro chiamano Dio. Adesso si staranno radunando per darci il benvenuto nel loro maniero di Capodimonte, col Parco e la Reggia che li fanno sentire gli Eletti. “La prima squadra della Capitale e del paese, oltre che la più titolata”. Ripetono come pappagalli e vecchi dischi rotti che nessuno ha più voglia di ascoltare, ogni cazzo di volta gli si presenta l’occasione. Anche quando, e capita spesso, nessuno gliel’ha chiesto. Il pensiero mi dovrebbe tirare fuori un minimo d’orgoglio, invece aggiunge altra nausea al serpente rancido che mi sguazza in corpo. Mi sento la merda che sono, sprofondato in questo letto come un rottame di ventisette anni. Un uomo di merda.

La trasformazione di Vladimir pare sia avvenuta quando si è mollato con una ragazza molto più giovane di lui. Una di quelle cose che ti fanno riflettere sulle cazzate che hai fatto nella vita. Alimentano il desiderio di essere un uomo migliore, all’altezza del (s)oggetto del tuo desiderio che, naturalmente, hai idealizzato oltre i suoi pur ragguardevoli meriti. Lo chiamano amore, una trappola nella quale, prima o poi, tutti infilano il piede e poi ululano dolore nelle notti di luna piena. Pure io. Lui ha sempre avuto ragazze più giovani. Tante, di ogni tipo, condizione e provenienza geografica, a essere proprio onesti. In uno sforzo raro di obiettività a denti stretti. Di quelli che ti costringono tuo malgrado ad ammettere la verità, nonostante l’odio viscerale per quello stronzo. Ma per questa ha proprio perso la testa. Bella è bella, a me piace e ce lo farei un pensierino. Se non fosse che, dopo, lui mi romperebbe il culo. O forse no. Sarebbe in contraddizione col suo nuovo corso. Con la svolta salutista ed esistenziale della sua vita. Quello in cui le decisioni degli altri vanno accettate: perché gli altri sono persone libere e possono pertanto liberamente scegliere di sottrarsi, di smettere di giocare, di alzarsi dal tavolo col malloppo in tasca, lasciandoti a piangere sulle occasioni sprecate e i debiti contratti. Su quella mano che, cocciuto, per forza sei andato a vedere, pensando di avere la situazione sotto controllo. Scontrandoti invece con la potenza di fuoco di un poker d’assi, un full di Re, una scala reale del cazzo. Uno dietro l’altro a raffica, con te che sei lì a guardarti il tuo misero tris di nove che credevi vincente.

Accetterebbe il fatto come una decisione del fato avverso. Sarebbero i suoi personali e laicissimi Dèi che lo stanno mettendo alla prova. Sicuro. S’isserebbe sulla prua di una nave lanciata oltre la terra di nessuno delle colonne di Ercole, sfidando il mare in tempesta e il vento che gli taglia il viso. Senza paura, urlando ai perigliosi flutti il dolore della condizione umana e dell’amore perduto. Poi tornerebbe e, in qualche modo, temprato dalla vita e con quella faccia di cazzo resa appena meno pallida dal sole che si riflette sull’Oceano, mi romperebbe il culo. Troverebbe il modo di farmela pagare. Anche dieci anni dopo. Senza nemmeno addentrarmi nei particolari di quello che invece mi farebbe Bidone. Ma prima, molto prima. Altro che dieci anni dopo. Verrebbe a prendermi la sera stessa sotto casa. Orrore, che non ci voglio nemmeno pensare. Nella vita però non si può mai dire, e aspetto l’occasione, pronto a calare le mie carte. Qualcuno le dovrà giocare. Lui, comunque, non ha mai smesso di girarle intorno a debita distanza. Una partita a scacchi con mosse studiate una a una, nel dettaglio, con l’occhio attento a ogni possibile evoluzione della partita. Ma anche pronto a improvvisare secondo l’istinto del momento. Questa partita, però, non la vincerà. Anzi, secondo me ha già perso. Non si può sconfiggere il tempo. Nessuno può farlo. Nemmeno se ha letto cinquemila libri e scrive nella sua testa, prima di tradurli in lettere sul monitor del Mac, i fottuti racconti. Pensandoci mentre corre a Mergellina e si ferma, solo un istante, alla Rotonda Diaz per riprendere fiato. Lo sa il cazzo, perché si ferma sempre nello stesso punto.

E se non lo sa il cazzo, chi cazzo può saperlo? In ogni caso, lui, il figlio di troia, l’arrogante numero uno di Terzigliano e di tutta Napoli Capitale d’Italia, ne sa una più del Diavolo. Anzi, Vladimir Esposito, nonostante l’apparenza dimessa del nuovo corso, è il Diavolo. Gioca sempre e solo per vincere. Se ne fotte anche solo di considerare la possibilità della sconfitta. Se ne fotte di quanti goal segni l’avversario, purché lui ne metta dentro uno in più. Calcio totale. Due neanche tanto bloccati dietro, e gli altri otto votati all’attacco, a mordere zolle d’erba, terreno e polpacci avversari. Con tenacia, con la rabbia di una bestia così feroce che non si è mai vista nemmeno nei romanzi di Edward Bunker. Nemmeno in quelli del fottuto Shakespeare, che poi romanzi non ne scriveva. Muta di cani affamati a caccia di una lepre di pezza. Col portiere volante che per non essere da meno fa il libero. Come l’Olanda degli anni Settanta. Come Zeman, il Boemo, l’allenatore della nostra Dinamo. L’uomo più odiato dal Real e dal Palazzo, che poi sono la stessa cosa. Il nostro Profeta, che Spartaco Esposito lo abbia in gloria. Invece, il suo pronipote Vladimir, no! Si fotta e bruci tra le fiamme dell’ultimo girone dell’Inferno. Nella serie C dei diavoli, senza che arrivi nessun Bidone a salvargli il culo.

Poi il cellulare squilla prima della sveglia, che a questo punto disattivo, prima di guardare il display e rispondere.

– Ohi Polvere, che cazzo stai facendo? – Il Fungo, leggiadro, mi dà il buongiorno.
– Sono morto, fra’, non ho dormito nemmeno un secondo.
– E ci credo, testa di cazzo. Ne parla tutta Terzigliano di ieri notte. – Mi dice, dissolvendo le flebilissime speranze di essere passato inosservato. Certo. Pippato, ubriaco, al centro della pista, in compagnia del vecchio Martello che ti strusci con tre tipe, mentre due peruviani ti guardano dal tavolo e sorridono, è esattamente il metodo migliore per passare inosservato. Mimetico, proprio. Mi odio, cazzo. Sono un uomo di merda, e Bidone me la farà pagare. Anche Vladimir, senza che abbia nemmeno bisogno di sapere i pensieri lerci, laidi, luridi, che faccio sulla sua amata, per la quale lui scrive invece composizioni da Dolce Stilnovo.
– Beh, un momento di defaillance. – Provo a minimizzare, schiarendo la voce che mi esce a fatica, tremula e incerta come quella di un ricchione.
– Momento il cazzo, obbè. Vedi che devi fare. Alza il culo e vieni all’appuntamento che questa è la volta buona che sei fuori da tutto. C’è il Real oggi, capisci? Il fottuto derby Real – Dinamo. Imperdibile anche se fosse un’amichevole, e che invece oggi, dopo sette anni, ci potrebbe incoronare di nuovo campioni d’Italia. Noi lo siamo già, fuori dal campo, ma sarebbe ora di tornare a esserlo anche dentro. Siamo la brigata numero uno del paese. Te escluso, naturalmente, che sei una merda. Fatti una doccia e scendi, che Bidone è già caricato a mille e Vladimir sta spiegando le tattiche di avvicinamento a Capodimonte. – E chiude la comunicazione, lasciandomi come il gemello di cui sopra a guardare il display del mio telefono, ormai muto.

Confortato dal calore delle parole e dal tono solidale della sua amicizia, schizzo dal letto e mi butto sotto la doccia. Prima gelida. Niente, sembra che sotto il getto ci sia un altro. Cioè, sembra che sto guardando un film con uno che si fà la doccia. Singolare. Il mio corpo non avverte la temperatura. Allora la metto bollente e osservo quasi divertito la mia pelle arrossarsi, senza che il fottuto calore raggiunga il mio sistema nervoso. Va avanti così per dieci minuti, fra gelo e ustioni. Alla fine i miei sforzi sono premiati, sembra quasi che uno spiraglio di vita si affacci alla porta e mi faccia ciao con la manina. Allora ne approfitto ed esco, metto una cialda nella macchinetta del caffè. Ripeto dieci volte l’operazione, rovesciando di volta in volta il contenuto in un tazzone della Dinamo che ho da quand’ero bambino. Aggiungo limone e non zucchero. Ingurgito il disgustoso beverone, mi infilo le dita in gola, corro al cesso e vomito copiosamente. Mi ributto sotto la doccia per altri cinque minuti e mi lavo i denti, sciacquandomi la bocca con mezzo litro di colluttorio. Poi scelgo fra i vestiti migliori. C’è il Real, cazzo, non posso sembrare un barbone. Perciò: Lacoste nera, Levi’s, giubbotto Stony, occhiali da sole a goccia Ray-Ban e mi catapulto verso la porta. Senza dimenticare le Adidas Stan Smith bianche. Non come quel coglione di Vladimir che si mette i Martens del buon dottore, credendo che siamo ancora negli anni Ottanta. Poi mi blocco di colpo. “La roba, cazzo, la roba”, dandomi uno schiaffo in fronte con la mano aperta che mi fa quasi male. Cioè, se non il mio sistema nervoso non fosse praticamente incapace di di trasmettere il dolore al cervello, mi farebbe male. Cerco in camera da letto i pantaloni che avevo ieri, frugo nella tasca e: Bingo! Mi faccio una pippata piccola, ma alta così, la nascondo nell’orlo della manica del giubbino, tasca segreta, seicento euro spesi bene. Il vecchio Island. Infine esco, nello splendore del primo mattino. Fresco come una rosa. Una rosa di plastica.

To be continued

Se vi siete incuriositi, date un’occhiata -> qui

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