Il Pocho, gli arresti degli ultras a Bari e il fuoco incrociato della stampa

di Rosario Dello Iacovo

“Lavezzi mercenario”. Ormai il coro è unanime. La stampa soffia sul fuoco. Aggiunge ogni giorno dettagli alla telenovela che lo vuole in partenza per Milano. Sponda nerazzurra. La notizia di oggi è che avrebbe anche già scelto il numero di maglia. Il ventuno. Pochi si attestano su posizioni di prudente attendismo. I tifosi amano i giudizi netti e rapidi. Quelli del Napoli più di tutti. E la pressione dell’ambiente va oltre la ragionevolezza. Lo stesso calciatore argentino lo sa bene. Più volte ha espresso la voglia di una vita normale. Entro certi limiti, s’intende. Supponiamo lo sappia anche lui. Perché la vita dei milionari del football, tutto è fuorché normale. Qui meno che altrove. Il Napoli non è solo una squadra di calcio. Ma un simbolo. Uno strumento di rivalsa. L’aspirazione di poter competere e battere le grandi del nord. Sovvertendo, almeno nel rettangolo di gioco, la gerarchia di un paese immutabile da centocinquant’anni. Giusto o meno che sia, così la città vive la relazione con la squadra.

Lavezzi mercenario, quindi. In un calcio che da tempo conta le bandiere superstiti sulle dita di una mano, i tifosi restano gli ultimi romantici. E nemmeno loro. O almeno non sempre, se le notizie che arrivano da Bari dovessero trovare conferma. Ma ci arriviamo tra un attimo. Restiamo al Pocho, cercando di ricostruire la vicenda. Ezequiel ha ventisette anni, e l’ultima possibilità di strappare un contratto pesante. La politica del Napoli in materia è nota: tetto agli ingaggi e cessione dei diritti d’immagine al club. Probabilmente una strada troppo stretta per provare a vincere qualcosa. Piaccia o meno, per quanto il calcio stia provando a calmierare i suoi costi, i cinque milioni all’anno offerti da Moratti, fra premi e ingaggio, sono più del doppio dei 2,2 che Lavezzi percepisce a Napoli. Questione di pura matematica. Inconciliabile con la passione del tifo. Nella maggior parte dei casi, almeno.

Restando alla matematica, il Napoli ha un tesoretto di ventiquattro milioni di utili di bilancio accumulato negli anni. Ventesimo in Europa, grazie alla Champions, nella classifica del “Football Money League 2012”, con ricavi per 114,9 milioni di euro, il club si trova a un bivio. La vicenda Lavezzi dirà qual è la strada che deciderà di intraprendere. La partenza del Pocho potrebbe essere compensata con una soluzione in house, Vargas o Insigne. In questo caso sarà il segnale di voler proseguire sulla strada intrapresa fino a oggi: massimo risultato col minimo investimento. Certo è che il Napoli non può continuare a buttare soldi dalla finestra coi Dumitru, i Donadel, i Chavez, i Fideleff. Le scommesse a perdere conducono a prevedibili sconfitte.

Se il progetto è quello di valorizzare giovani campioni c’è bisogno di scovarli o allevarli. L’Udinese spende 15 milioni all’anno del proprio bilancio per lo scouting. Il Napoli no. E ne spende appena trecentomila per il settore giovanile. Un decimo dei grandi club e un terzo del Lecce. Su questo De Laurentiis faccia chiarezza una volta per tutte. Al di là delle chiacchiere sulla scugnizzeria. O dia una svolta, puntando a giocatori più affermati che per forza di cose comporterebbero una virata della politica del sodalizio partenopeo. Lavezzi mercenario? Può darsi. Ma non diventi la foglia di fico dietro la quale nascondere una linea cinica finalizzata al solo profitto. Se Lavezzi è mercenario, il presidente non è certo filantropo.

La stampa locale punta poco i riflettori su questo aspetto della vicenda. Salvo pochissime eccezioni. La gestione della telenovela argentina conferma la sostanziale subalternità al club dei media napoletani. Il Pocho che va a Milano ad accordarsi in gran segreto il 15 aprile, che punta i piedi e si fa venire i mal di pancia, è l’agnello sacrificale perfetto da offrire in pasto dell’opinione pubblica. Che le notizie siano vere o meno, sarebbe dovere dei giornalisti porre la questione in una cornice più ampia. Che tenga conta degli aspetti sopra sottolineati. Altrimenti si rischia di perdere un giocatore costato appena cinque milioni, che comunque ha reso moltissimo nel rapporto fra costi e ricavi. Nel calcio moderno i giocatori vanno e vengono, la maglia resta.

Senza voler dare giudizi affrettati sulla vicenda dei tre capi baresi arrestati, una riflessione è comunque opportuna. Perché se anche le curve iniziano a preferire il colore dei soldi a quello della maglia, ogni discorso sulla moralità di Lavezzi e dei calciatori o presidenti diventa davvero privo di senso. Strette fra la tessera del tifoso, i Daspo e le mille limitazioni del Palazzo, le tifoserie organizzate vivono un momento di inedita difficoltà. Diecimila napoletani a Bologna, e fra loro nessuno dei gruppi che era a Gela, a Sassari o a Teramo, sono un segnale inequivocabile.

Il modello inglese, in salsa italiana, lascia spiragli solo alle curve che si adattano. O a quelle che fanno della passione oggetto di lucro. Possiamo serenamente affermare che quelle napoletane non sono fra queste. La condizione di auto esilio e rinuncia alle trasferte per non accettare i dictat del Sistema, sono la dimostrazione migliore di questa integrità. Perciò, se i fatti di Bari dovessero essere confermati, se fosse vero che tre capi ultras minacciano i proprio giocatori affinché perdano, le curve sane sono chiamate a emettere il più severo giudizio di condanna. Che non è quello dei tribunali o della giustizia sportiva, ma quello della maglia.

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