La rincorsa è importante. Anzi, è indispensabile

«Succeda quel che succeda, i giorni brutti passano, esattamente come tutti gli altri.» William Shakespeare

di Rosario Dello Iacovo

– Zio, vieni con me. – Mi intima Yuri dall’alto della sua nuova cresta, che neanche Hamsik.

Me l’ha mollato un attimo fa suo padre, mio fratello, nel parcheggio della scuola calcio alla quale è iscritto. Deve andare dal commercialista, perciò oggi tocca a me fargli da balia. Sono contento. La sua compagnia apre squarci di quiete, in questi strani giorni che da un po’ mi trovo a vivere. Non mi capita spesso di trascorrere del tempo con Yuri. Bambino super impegnato fra scuola, compiti, scout, cuginetti, pallone, playstation, genitori e nonni. Io sono l’ultima opzione, ma abbiamo un buon rapporto. Lo zio scapestrato che i bambini adorano. Nemmeno tanto scapestrato ultimamente. E sono quasi tentato di dirglielo, perché in ogni caso non potrei finire ancora più in basso in classifica. Un campionato senza retrocessioni. Farebbe la gioia di De Laurentiis. Ma evito e mantengo il personaggio, dietro gli occhiali da sole e la polo chiusa fino all’ultimo bottone che lascia scoperti i tatuaggi.

– Quando l’hai fatta? – Gli chiedo, indicando la cespugliosa protuberanza che sporge al centro della testa, mentre lo affianco sulla strada degli spogliatoi.
– Ieri. – E non aggiunge altro.

Poi, una volta dentro, mi impartisce precise istruzioni:

– Questa è mia borsa.
– Bene. – Faccio io.
– Questa invece è la borsa termica. – Estraendola da una sorta di doppio fondo. – Tu la tieni e resti ai bordi del campo. Io, quando ho sete, vengo e tu mi passi il gatorade. Come fa il nonno. Capito?
– Sì, ricevuto. Forte e chiaro. – Cazzeggio. Inorgoglito dal mio nuovo ruolo di porta acqua, seppur vicario.
– Bene. – Fa lui.

Mi lascia lì e corre a tirare calci a qualcuno delle decine di palloni sparsi in giro. Ci sono un sacco di baby calciatori sul prato artificiale. A occhio, la forbice è compresa fra quelli di sette, otto anni, e i più grandi che ne avranno tredici. Occupano porzioni diverse del rettangolo da gioco e ogni gruppo ha il suo Mister. Facile accorgersene. Sento ripetere la parola una dozzina di volte appena mi avvicino, da orde di piccole e più piccole pesti che provano a richiamare l’attenzione dei frastornati allenatori su qualcosa. Una qualsiasi.

Yuri, intanto, fa coppia con un amico della sua stessa squadra e cominciano a tirare rigori, alternandosi in porta. Il primo tocca a lui. Mette il pallone sul dischetto e prende la rincorsa. Lo sanno anche i bambini che è utile talvolta fare un paio di passi indietro. Solo qualche adulto inaridito dalla vita non lo ritiene necessario. Invece lui, sull’impeto dello slancio, tira e… Goal! Dritto nel sette. È importante la rincorsa. Per tutti. Non solo per quelli che, come me, intrattengono un rapporto col passato sospeso fra la nostalgia e la memoria. Perché capita, prima o poi nella vita, di accorgersi solo dopo di quello che ci si è lasciati indietro.

Capita, ci potete scommettere l’ultimo euro che avete in tasca. Quando meno te l’aspetti, il passato arriva e ti scaraventa davanti pezzi di vita dimenticati.

State attenti a buttare via cose delle quali credevate di non avere più bisogno. Le rimpiangerete amaramente.

Ma Yuri cosa ne sa di passato? Sono certi adulti che dovrebbero tenerlo nel doveroso conto. Lui, coi suoi dieci anni ancora da compiere, trotta con lo sguardo rivolto al futuro nello sciame di muschilli che accorre al richiamo del suo Mister. Se lo può permettere.

Io sono dietro la porta e scatto foto con l’iPhone. Si avvicina un addetto e mi chiede se sono il padre di qualcuno. Yuri urla dal campo: – “È mio zio”. Portandosi le mani alla bocca a mo’ d’imbuto ed evitandomi il fastidio che la spiegazione avrebbe comportato.
– Comunque, non può stare qua. – Mi dice il tipo.

Mi scuso e mi sposto verso la panchina. In realtà è la prima volta che vengo al suo allenamento. Di solito lo accompagna mio padre, il nonno, che è il suo migliore amico. Non il mio. Anche su questo ci potete scommettere, se trovate qualcuno che vi presta un euro. L’ultimo lo avete perso qualche rigo fa. Ricordate? Sempre che abbiate puntato contro la mia infallibile previsione. Si capisce.

Inizia l’allenamento e si dividono in due gruppi. Però, sorpresa, il pallone se lo passano con le mani. Ai miei tempi non funzionava così, e la leva calcistica del Sessantotto è bell’e che andata. Figuratevi quella del fottuto Sessantasei. Ci rifletto un po’, e la cosa assume una certa logica. Il pallone si gioca con la testa. È una questione di squadra e geometrie. I piedi, per quanto utili, sono solo uno strumento. Infatti, poco dopo, ognuno di loro viene invitato dal mister ad abbrancarlo, ma poi lo deve girare al compagno vicino, calciandolo senza che tocchi terra. Infine, lo stesso esercizio lo ripetono senza l’ausilio delle mani.

Il resto dell’allenamento è più tradizionale. Coni stretti, da superare in dribbling con tocchi leggeri e controllati. Col Mister che urla: – “Su le braccia. Coordinati. Siete paralitici? No, che non lo siete. Muovete quelle braccia”. Manca che aggiunga “Palla di lardo” a qualcuno, e poi il sergente di ferro Hartman farebbe la sua apparizione in carne e ossa.
Colpi di testa: Yuri, nonostante la cresta, paga il dazio della non eccessiva statura. Salta però, e il cespuglio si stampa sul profilo del Vesuvio che assiste sullo sfondo, presumibilmente divertito, alla scena.

Il cielo è blu. Gruppi di nuvole si tengono a debita distanza dal disco giallo, interpretando senza strafare il loro ruolo di coreografiche comparse. Fa caldo e io incredibilmente non cerco rifugio sotto un’ombra qualunque. Me ne sto poggiato col culo al pilone di un riflettore, le mani in tasca, e osservo. Ogni genitore, nonno e io, unico zio presente, è convinto di avere un campione in erba lì sul campo. Per cui siamo tutti allenatori, senza invadere il territorio oltre il quale ci sono solo i Mister.

Uno, invece, si sente proprio Il Presidente, dietro l’abito scuro su misura e la cravatta di seta, da almeno centoventi euro, che sfoggia con un nodo troppo largo. Infagottato nella stoffa costosa, parla con il responsabile della scuola calcio. Non gli dà tregua. Una critica e un suggerimento. Un’obiezione e un consiglio. Un’invettiva e un’osservazione. Vorrebbe, in ordine sparso: raddoppiare gli spogliatoi, costruire le curve, cambiare colore alla bella tribuna che si trova dall’altro lato del campo, piazzare una copertura mobile. Poi la vorrebbe togliere, abbattere le curve e rifarle, ridipingere la tribuna, triplicare la superficie degli spogliatoi, e via di questo passo in pieno delirio di onnipotenza.

Avrà poco più di trent’anni. È arrivato poco fa in compagnia di una donna, più o meno della stessa età, e un bambino. Sono scesi da un Suv Mercedes nero, otto e qualcosa, dalle dimensioni davvero imponenti. L’aria annoiata, che lei palesa senza reticenza, mi fa presumere sia sua moglie. Il bambino è il figlio. Alto e sgraziato, Il Presidente si sente il padrone del mondo, mentre il pargolo si aggrega al gruppo. Lei invece è sul metro e settanta. Davvero molto bella. Forme pronunciate, senza essere eccessive. Capelli rossicci lunghi e occhi magnetici, che svela togliendosi gli occhiali scuri.

Lui però non lo reggo proprio, perciò mi sposto lungo il bordo del campo. Mi siedo per terra appoggiando la schiena alla rete e allungo le gambe sull’erba sintetica. Pochi minuti dopo lui sparisce, inseguendo il responsabile, per continuare a tormentarlo fin nell’ufficio. Lei si avvicina e si siede con disinvoltura vicino a me.

– Che caldo oggi, eh? – Mi fa.
– Sì. – Dico io. – Sembra estate.
– Non ti ho mai visto. Sei il padre di qualcuno?
– No, sono lo zio di Yuri, quel ragazzino con la cresta più alta di Hamsik. È la prima volta che vengo.
Lei ridacchia. Yuri per fortuna è lontano, impegnato a fare i colpi di testa, che non gli vengono benissimo. Perciò è troppo preso per replicare il numero del megafono con le mani. Non arriva nessun: “È mio ziiiooo”, a imbarazzarmi.
– Come ti chiami?
– Vladimir.
– Io sono Elena, piacere. – Porgendomi la mano. – Yuri… Vladimir… Siete d’origine russa?
– Sì. Un bisnonno di Novosibirsk. – Mento.
– Mmm, interessante. È in cirillico il tatuaggio che hai sul braccio, vero? Cosa c’è scritto? – Chiede, sbattendo leggera le palpebre.
– Yuri. C’è scritto Юрий.

In quell’istante riappare Il Presidente. Mi inquadra da lontano con evidente ostilità. Si avvicina come il cane che piscia per marcare il territorio. Solo che a me di quel territorio non me ne frega un cazzo. Il mio pensiero è appuntato a un box di un call center, che dalla mia prospettiva appare appena più vicino delle torri del centro direzionale. Dalle pendici del Vesuvio si vedono benissimo, brillanti di luce riflessa sullo sfondo del cielo e del mare. Devo guardare in campo e concentrarmi sul frugoletto per permettere all’amarezza di defluire lentamente e mollare la presa. “Mollami, cazzo!”, le dico fra me e me, mentre ricambio lo “ciao” della tipa, che si tira su per andare incontro al Presidentissimo col Suv. “Alla prossima”, aggiunge una volta in piedi. Ma nemmeno ci faccio caso. Non me ne frega un cazzo.

Esco e vado a fumare una sigaretta all’esterno della rete metallica che circonda il perimetro della struttura. La mia naturale e inspiegabile attitudine ad attirare I Peggiori trova l’immediata conferma. Si avvicina un tipo calvo, panzuto e tatuato, che mi fa:
Obbè, ma tu vaje ‘o camp, eh? -. Per i non napoletani: “Il bello, ma tu vai allo stadio, vero?”.
– Sì ci andavo, ma da quando c’è la tessera ho levato mano.
A chi ‘o ddice, fratem. Hadda murì, chillu Maroni ‘e mmerd.
Troppo facile. L’avevo inquadrato subito, allo stesso modo col quale lui aveva annusato me. Ma è tranquillo: un bravo ragazzo di trentacinque anni. Si mangia con gli occhi suo figlio, che intanto sgambetta andando incontro al futuro. Sono belli i bambini, senza l’ingombrante fardello del passato a bloccarne la corsa.

Sono lì che lo penso, e una marea ululante fa il suo ingresso dal cancello. È una squadra di Ponticelli, apprendo dopo. Ma che non siano di Posillipo mi è chiaro subito. Molti degli accompagnatori sono in scooter. Le donne mediamente sovrappeso, coi capelli decolorati e i vestiti da poco. Gli uomini con i tatuaggi e i bermuda cinesi, le scarpette sportive e le teste dai tagli improbabili. I piccoli lupi, invece, tutti in maglietta rosso fuoco, tirano fuori bottiglie di plastica vuote e si accalcano alla fontana per riempirle d’acqua.

Mi fanno venire voglia di piangere, sul serio. Faccio fatica a trattenere le lacrime, mentre gli altri bambini osservano la scena distratti, bevendo gatorade e succhi di frutta.

Tifo immediatamente per loro, sono più giovani di mio nipote e non c’è nemmeno l’ombra di un conflitto d’interesse. Non giocheranno contro di lui, che si sta solo allenando. Mi ricordano la mia infanzia povera a Terzigliano. Le bottiglie d’acqua bevute e riempite con Vladimir e Bidone, arrampicandoci con scarpe di plastica da mille lire sui muretti della tangenziale. Che tipi. Chissà che fine hanno fatto. Bidone in galera e Vladimir suicida, mi dico in uno slancio d’ottimismo.

Poi la partita inizia. Il loro seguito sgangherato, con le facce dolenti di periferia, prende posto sulla tribuna di fronte a me. Fanno un tifo d’inferno e vincono. Io sto con loro. Perché saper giocare a pallone non è un fatto di soldi. Ci vogliono il sudore e la rabbia. Le possibilità negate. I quartieri ghetto. La conoscenza del dolore quando riempi bottiglie d’acqua e scopri già da bambino che la vita non è uguale per tutti. Per un cazzo, uguale, la vita sa essere infame già a otto anni. Che è quanti ne hanno loro, mentre mettono il cuore dentro le scarpette da calcio economiche, e spediscono il fottuto pallone in fondo alla rete.

Poi, Yuri mi raggiunge, levandosi la maglietta. I due gatorade li ha già bevuti. Non mi sono nemmeno accorto che li avesse presi. Come porta acqua, seppur vicario, ho ancora tanto da imparare. Gli chiedo se deve fare la doccia. Mi risponde che la farà a casa. Entriamo in macchina, e posa il borsone con il logo della squadra sul sedile posteriore. Vedendomi un po’ assente, mi indica la strada.

– Zio, ma tu sai parlare sempre napoletano? – Mi chiede dopo un po’.
– E certo. Perché non dovrei saperlo parlare?
– Stai sempre a Milano. Magari mo’ parli milanese. Come si parla milanese? Quando riparti?

Gli passo una mano fra i capelli, notando lo sguardo di leggera apprensione, e gli scompiglio la cresta, già messa a dura prova da due ore d’allenamento.

– Non lo so, ma può darsi anche che non parto più. Anzi, non parto. Resto a Napoli.
– Sono contento. – Dice lui sorridendo. – Sarò anche l’ultimo in classifica, ma sono lo zio scapestrato a cui ci si deve per forza affezionare. Anche se non sono più così scapestrato e mi guardo bene dal dirglielo, per mantenere il personaggio dietro gli occhiali da sole e i tatuaggi.

Il resto del tragitto, sempre costeggiando la mole massiccia del Vesuvio, lo passiamo parlando del più e del meno. La scuola che finisce a giugno, ma lui si ritira a fine maggio. Delle medie che farà suo cugino Davide. E del fatto che alla sua scuola calcio vanno gli osservatori della Juve, dell’Udinese, del Parma, e mai quelli del Napoli. Ditelo a chi ancora crede alle favole di DeLa sulla scugnizzeria. Non ci credono più nemmeno i bambini.

– Comunque, io voglio giocare nel Napoli. – Categorico, una volta che lo lascio sull’uscio del giardino di casa sua.

Poi, abbassando la voce, come per non farsi sentire, anche se siamo solo io e lui:

– Zio, di chi è quel cappello di lana sul sedile dietro?
– È mio.
Se, se, ma se è di femmina. Vabbè, tanto io lo so di chi è.
– Quante cose sai. A volte vorrei saperle anch’io. – Gli dico abbracciandolo, mentre gli regalo il miglior sorriso che riesco a tirare fuori di questi tempi.

Lui mi bacia le guance, si gira e se ne va. Lasciandomi ai miei strani giorni.

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3 commenti su “La rincorsa è importante. Anzi, è indispensabile

  1. “il loro seguito sgangherato, con le facce dolenti di periferia” … vorrei sapere anch’io adesso cosa scriverti per “ridarti” tutto il senso che emana questo racconto.

  2. Tipica femmina fuori moda, disinteressata al calcio quale sono, mi appassiono parecchio alle tue storie di pallone, forse perché in questo come in altri racconti parli di calcio per dire molto, molto di più della gente e della vita che gira intorno ad un pallone.
    “Ci vogliono il sudore e la rabbia. Le possibilità negate. I quartieri ghetto.” Di questo mi intendo un po’, credo, perché insegno. Nelle mie classi, nella mia scuola in un quartiere-ghetto passano tanti ragazzi che rincorrendo il pallone cercano una via di salvezza. Per tanti una faticosa illusione che succhia via il tempo dell’adolescenza lasciandoli a mani vuote. Ma tra tanti qualcuno ce l’ha fatta e oggi tutti parlano di lui.

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