Saturday Bloody Saturday: viaggio intorno al mio mondo in undici settimane

di Rosario Dello Iacovo

Vladimir Esposito, Somewhere in time

I giorni non sono mai uguali per tutti. Ovvio. Qualcuno nasce e un altro muore. Uno sbanca il superenalotto e un altro perde il posto di lavoro. Qualcuno si innamora e a un altro non resta che mettere insieme i cocci di una vita. Provare almeno a capire cosa gli è successo.

Sabato 25 febbraio fu certamente per qualcuno un giorno di felicità straordinaria. Per me, il mio personale Bloody Saturday. Uno di quelli in cui ti guardi allo specchio e hai paura di morire.

Quel giorno che cambiò la mia vita io ne ebbi.

La bilancia segnava ottantanove chili, un disastro. Non che fossi stato negli anni precedenti un tipo particolarmente in forma, ma mi ero davvero lasciato andare.

Le colpe erano tutte mie. Il solito malsano modo di reagire a una situazione pur ingestibile, alla quale però avevo continuato ad aggrapparmi con tutte le mie forze. È lecito del resto provare a stare a galla, non credete? Non vi sarete mai ritrovati di notte in mezzo al mare dopo un naufragio. Ma suppongo che, avvinghiati a quel pezzo di scialuppa superstite, l’ultima cosa che vi fosse passata per la testa sarebbe stata quella di mollarlo e lasciarvi andare a fondo. Anche se foste stati consapevoli del freddo sempre più insopportabile; dell’oscurità che intorno a voi rimandava solo ombre e leggende di mostri marini; anche se il terrore vi avesse invaso fino alla punta dei capelli: voi quel relitto non lo avreste mollato. E così feci io in quei mesi finali. Consapevole che stavo comunque per affogare.

Se uscivo, le rare volte che lo facevo, bevevo fino a farmi male. E talvolta non solo quello. Per comprare le sigarette a cento metri da casa ci andavo in scooter o in macchina. La sola idea di camminare mi atterriva, e appena ero costretto da una qualche ragione a farlo, terribili dolori ai polpacci, che diventavano subito rigidi come pietre. Bastavano un paio di rampe di scale per procurarmi un fiatone che nemmeno mio nonno quando fumava quattro pacchetti al giorno. Ed erano fottute nazionali senza filtro. Il colpo di grazia me lo diede la Wii: salito sulla Balance Board, il programma per testare l’età mi attribuì settantadue anni. E io, Vladimir Esposito da Terzigliano, ex ragazzo prodigio dalle occasioni sprecate, avevo da poco superato i quaranta.

Non avevo più tempo per commettere errori.

Dovevo fare qualcosa, o lasciarmi andare definitivamente al gelido abbraccio della morte.

Gli orientali dicono che in ogni cosa c’è il bene e il male. La loro versione più misticheggiante del nostro: “Non tutti i mali vengono per nuocere”. Non ero mai stato uno spiritualista, anzi, aveva sempre irriso quei discorsi sull’equilibrio e sull’autocontrollo. Ma a partire da quel maledetto sabato sera a qualcosa dovetti aggrapparmi. Scelsi di vivere. Fu il punto di partenza. Forse era quello il bene da cercare nel male che mi si era riversato addosso.

Iniziai smettendo di bere, e non solo quello. Anche se quello era più un retaggio del passato, un’abitudine nefasta che si manifestava già da tempo con frequenza sporadica e minore. In ogni caso, mi apparvero improvvisamente intollerabili i discorsi basati sugli ogni tanto. Li trovai vili e senza senso. Non era quello che avrei voluto da bambino, quando sognavo di fare l’astronomo, ma neanche il desiderio di un uomo che voleva semplicemente vivere. Nient’altro che ascoltare il cinguettio degli uccelli nelle mattine d’estate, come un segnale del mondo che si risveglia, senza trasformarlo in intollerante paranoia, insonne e disturbata.

Mi misi a dieta. Non fu difficile, visto che avevo perso completamente l’appetito. Per uno come me, amante della buona e in taluni casi anche della cattiva cucina, la cosa fu oltremodo sorprendente. Il mio stomaco sembrò all’improvviso non avvertire più il bisogno di ingerire quello stesso cibo, che fino a pochi giorni prima aveva assunto in maniera smodata. Dormire era impossibile, sotto il peso dei cattivi pensieri e dell’astinenza forzata dai miei vizi. Perciò iniziai a camminare. Il corpo in realtà non se n’è accorse, preso dallo stato di apatia che il cervello gli comunicava. Ne approfittai. “Nel male c’è anche il bene”, continuai a ripetermelo finché non ci credetti davvero.

A qualcosa dovetti aggrapparmi per non andare a fondo.

Da allora camminai ogni giorno per chilometri. Anche dieci. Camminavo, camminavo. Poi respiravo e riprendevo a camminare, cercando di tenere lo sguardo fisso davanti a me. Quando mi giravo e pensavo a noi, accadeva, il dolore mi piegava in due. Ma non per questo mollai. Tenni duro. Ogni volta che un piede superava l’altro e completava il passo fui un po’ più fiero di me. Ciò nonostante non riuscii a essere felice. La felicità sarebbe venuta dopo, mi dissi un giorno che il sole dipinse nel cielo un tramonto che grondava sangue e sudore maleodorante.

Dopo un po’ partii per Londra. Dove mi ero ritrovato diciottenne a scoprire che ci sono molte più cose al mondo di quelle che la vita ti costringe a vedere a Terzigliano. Era da tempo che avrei voluto tornare, ma per dieci mesi non ero potuto andare da nessuna parte. Furono giorni comunque belli, i migliori che avessi avuto, caratterizzati però da battaglie e da rinunce. Tuttavia fu la prima volta che riuscii a sentirmi davvero felice. Nel senso pieno e rotondo che non avevo mai provato. Di fronte a quel sorriso, ogni sacrificio fu lieve come la brezza di primavera, così leggero che non assunse neanche una volta i tratti della vera privazione. Credetemi, in nessuna occasione.

Rimasi in riva al Tamigi per circa un mese. Mi fece bene. Lunghe arrampicate su per le colline di Hampstead Heath e Primrose Hill. Qui, riuscii addirittura a provare indifferenza di fronte alla ricchezza sputata in faccia alle miserie del mondo, ad Hackney e Tottenham, appena poco distanti. Mentre lo sguardo si perdeva lontano, oltre la torre delle comunicazioni di Crystal Palace, distante miglia verso sud.

Tornato a casa continuai a camminare. Tutti i giorni. Per chilometri. Fino a sfiancarmi e permettere al sonno di cogliermi finalmente di sorpresa fra le pieghe della stanchezza vigile, che non aveva alcuna intenzione di allentare la morsa. Poi aggiunsi una sessione quotidiana di allenamento veloce e intenso. Ripresi a boxare e i miei pugni affondarono nel sacco con durezza, mentre giravo intorno, danzavo sulle punte, con la leggiadria che temevo perduta per sempre. Invece fu di nuovo come una volta. Molti anni prima.

Il dolore alle nocche mi comunicò che ero vivo. Il cervello tornò a registrare quello che accadeva al corpo. Avrei venduto cara la pelle. Continuai a colpire con la rabbia di una bestia feroce, che però pugno dopo pugno si affievoliva. Diventò disciplina e consapevolezza, con gli addominali che accumulavano la tensione e la scaricavano nei colpi secchi e veloci. Sferzanti come uno schiaffo a manrovescio. Come il più sottile degli insulti.

Anche lo stomaco cominciò finalmente a dare di nuovo segnali di vita. Lo nutrii con moderazione, attento, con la premura necessaria. Furono settimane di verdure e frutta, di tisane. Ricominciai a sentirne l’odore, il sapore, che ogni tanto si confondeva con quelle lacrime che pur continuavano a farmi compagnia nelle notti di solitudine più aspra. Le saune mi aiutarono a espellere il veleno. Rivoli di sudore caldo mi bagnarono il corpo. Poi docce gelate. E ancora sudore, sudore, sudore. Rabbia, che lentamente si trasformò in lucida capacità di giudizio. Il desiderio di vendetta a ogni costo cedette il passo alla volontà di comprensione.

Undici settimane dopo mi guardai allo specchio, affaticato da una lunga corsa notturna in riva al mare. Rividi i miei occhi. Li salutai con il sorriso amaro di un amico che non si vede da tempo. Come chi sa di non avere altro. Chi nasce tondo, non muore quadro, dice la gente, senza il legittimo dubbio che forse anche tondi non si nasce, ma si diventa. Io lo ero diventato.

Così mi presi per mano e salii sulla bilancia. Pesavo settantadue chili. Respiravo. Ero vivo. Mi strinsi in un abbraccio che non voleva dire nulla per nessuno, ma che per me fu tutto. Poi spensi il computer e me ne andai a dormire.

Andò così il viaggio intorno al mio mondo in undici settimane. Il migliore che avessi mai fatto. E lo feci tutto da solo.

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Un commento su “Saturday Bloody Saturday: viaggio intorno al mio mondo in undici settimane

  1. Un abbraccio te lo sei dato da solo e un altro te lo do io in questa meravigliosa corsa verso l’essere. Londra e’ bravissima a restituire sogni&ispirazioni, a placare le angosce.
    Grande metamorfosi, Rosario-Vladimir. L’hai detta giusta, non si nasce ne’ tondi ne’ quadrati, si nasce e si rinasce mille e una volta nello stesso corpo, perche’ la signora anima ne sa sempre piu’ di noi.
    ” e cosi’ muoio adesso ma rinasco piu’ in la’ ” cantando col nostro amico Raiz … 😉

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