She’s always on my mind

di Rosario Dello Iacovo

Do you speak english? – Mi chiede l’attempato signore, col quale finora ci siamo scambiati solo qualche cenno d’intesa. Spaparanzati nella piscina delle Terme di Agnano, ce ne stiamo qua senza fare un cazzo. Come si conviene a due uomini perbene della nostra età. È un mercoledì mattina. In giro, nemmeno dieci persone. A mollo con noi solo una coppia di ciccioni. Un mister ciccione e una miss cicciona, ai quali qualcuno avrà detto che la sauna fa tanto dimagrire. Certo, i duecento grammi che recuperi appena esci dalle stufe e ti catapulti sul banchetto delle bibite.

Loro invece hanno puntato dritti al beveraggio. Incuranti delle prescrizioni, fra gli otto e i dodici minuti per una sauna efficace, sono usciti trenta secondi dopo. Cronometrati. Sudatissimi da fare schifo, si sono fiondati nell’area relax come due che hanno appena attraversato a tappe forzate il deserto più infuocato di tutti i tempi. Lì, hanno fatto piazza pulita della brocca da due litri di succo d’ananas (che brucia tanto i grassi… certo, certo…). Poi, solo lo sguardo severo di un inserviente gli ha impedito, ancora fumanti, di tuffarsi un attimo dopo, presumibilmente a cufaniello, senza passare dalla doccia. Io e l’anziano straniero li abbiamo guardati con una certa indulgenza, che si è trasformata in simpatia, una volta certi che avremmo evitato la spiacevole promiscuità con i loro liquidi corporei. Con quei grassi che trenta secondi a quaranta gradi avevano tanto sciolto.

Yes, Sir. I do. – Rispondo col miglior accento britannico del mio repertorio, mentre distolgo per un attimo lo sguardo dallo show dei due chiatti, che sguazzano felici sollevando onde al loro passaggio. Ho perso diciassette chili in meno di tre mesi. Perciò, come tutti gli ex, alcolisti, grassi, tossici, fidanzati, o altro che siano, il mio giudizio è spietato nei confronti di quelli che ancora si attardano tra vizi, brutte abitudini, amore e chili di troppo. Mi sento uno stronzo di merda e lo sono, non senza una certa sadica consapevolezza che finisce per compiacermi.

L’uomo al mio fianco è inglese. Sicuro. Anni di dimestichezza anglosassone raramente mi inducono all’errore. In questo caso, la pronuncia nasale mi dà qualche indicazione più precisa sulla sua provenienza. Facile che il vegliardo sdraiato col culo sui getti dell’idromassaggio, che vanno e vengono e deliziano i nostri deretani di amorevoli e leggere carezze, sia di Liverpool. Perciò, quasi a colpo sicuro:

Scouser, Sir?
Yes, I come from Lib’pool. – Calcando volutamente la cadenza. Poi ridacchia e mi chiede come me ne sono accorto.

Gli spiego che ci sono stato tre volte. La prima negli anni Ottanta a un concerto. La seconda per piacere. La terza per dovere, al seguito del Napoli sconfitto poi ad Anfield Road dai Reds in Europa League in un giorno di novembre del 2010. Col Pocho a portarci in vantaggio sotto il nostro settore e io sepolto ai suoi piedi da una valanga di corpi tatuati, teste rasate e polo Fred Perry.

Fuck them all. Well done boy. – Ride, dopo che ho esposto il motivo della terza visita. Dal Si fottano tutti, capisco che lui invece è un Blue. Everton dalla testa ai piedi, conferma. Il Ben fatto, per apprezzare la comune passione per il vecchio footy. Quale maschio sano non ama il buon calcio, del resto? Certo non noi. Quel Boy, poi, non ve lo dico proprio, scivola come unguento sulla mia pelle levigata dai settanta gradi della stufa più calda. Sui miei quarant’anni suonati. Confermando la teoria di Vladimir, un socio di Terzigliano, secondo la quale se vuoi sentirti giovane devi frequentare i vecchi. E così eccomi qua, io e il mio amico Scouse, a mollo nell’acqua termale che fa blu blu blu, impegnati in una conversazione che cambierà i destini del mondo.

L’accento di Liverpool è inconfondibile: una frigna nasale di difficile comprensione. Il posto dove in Inghilterra faccio più fatica ad afferrare quello che mi dicono, anche se capisco subito quando uno viene da lì. Scouse, mate, pronunciatelo col naso e tirete fuori un’ottima imitazione. Inghilterra, poi, è una parola grossa perché loro amano ripetere a ogni occasione che sono: “Scousers, not english!”. In effetti, Liverpool è una città a sé, un’isola rispetto al resto del paese. Più furbi, più stilosi, più cool, i liverpudlians si sentono di un altro pianeta. Una leggenda nella quale confluiscono il passato di Hub marittimo dell’Impero, lo stile nel vestire, i Beatles, The Mighty Everton, che poi tanto potente non è se non per i suoi stessi tifosi, l’attitudine da strada, il grande Liverpool delle Coppe dei Campioni, l’estetica della compattezza nella povertà, e l’umorismo abrasivo che non ha uguali.

Dal canto loro, gli altri inglesi ricambiano i Liverpool con la stessa passione. Ladri, imbroglioni, dal coltello facile, sporchi, arroganti, presuntuosi. Sono solo alcuni dei termini più utilizzati quando un suddito di sua Maestà si trova a tesserne le lodi. Anche se oggi è una delle città del Regno Unito a più basso tasso di criminalità, soppiantata dalle Midlands e dai sobborghi di Londra. Oddio, questo l’ho letto in una statistica sul web, ma quando apro il Liverpool Echo, mi sembra sempre di leggere la versione inglese di Cronache di Napoli o Il Roma. L’esperienza diretta delle due ultime visite, nel 2009 e nel 2010, però sembra confermare. Non è mai successo un cazzo. Gli anni Ottanta non fanno testo, l’Inghilterra era un paese più violento e meno videosorvegliato di adesso. Potevi incappare in una rissa o un’aggressione a Liverpool come ovunque.

Chiedetelo a un gruppo di miei amici, barricati in un giorno qualunque di quel lontano inverno del 1984/85 (ebbene sì, noi tifosi del football pensiamo agli anni come campionati) all’interno di un negozio pachistano per difendersi da una folla inferocita. Alla quale, tra l’altro, non avevano fatto niente. Incontrando lo scorso anno uno dei superstiti di quella grande avventura, l’ho ritrovato ancora a chiedersene i motivi. Forse perché punk. Forse perché italiani. Anche se lui, scappando per le strade ostili di Woodgreen, London, Uk, continuava a urlare: “Neapolitan, not italian“. Ecco: “Scouse, not english“. Io poi a Liverpool sono rimasto al centro come un bravo turista. Le statische avranno anche ragione, ma in certi postacci ho sempre preferito non metterci piede.

Non come Vladimir e Bidone che durante quella trasferta hanno assaltato in buona compagnia di peggiori The Arkles, un pub che si trova al numero 77 di Anfield Road, storica roccaforte dei Liverpool. E dopo la partita, in quaranta, non hanno trovato di meglio da fare che spararsi risse a ciclo continuo intorno a Goodison Park, lo stadio dell’Everton che si trova dall’altro lato di Stanley Park, a poca distanza da quello dei Reds. Poi giù per Walton Lane, continuando a battagliare a ogni incrocio fino a Everton Valley, dove gli Old Bill si sono cacati il cazzo e li hanno infilati a forza di cariche a cavallo in una decina di taxi, con gli hoodies del Liverpool che, felici, alzavano il pollice per fargli i complimenti fra colleghi. La mattina dopo avreste dovuto vederli i due talenti di Terzigliano, mentre sventolavano la copia dell’Echo che li ritraeva in prima pagina lanciati alla carica con le cinture in mano. Sotto, un titolo enorme che parlava di Napoli fans e Drama. Quella che per il titolista era stata evidentemente una serata drammatica a loro faceva ridere pure il buco del culo. Dio, che feccia!

What’s your name, Sir?. – Chiedo, riprendendo la conversazione che procede lenta, adeguandosi ai ritmi rilassati delle terme.
My name’s Ryan. Ryan McDermott. Nice to meet you. And yours?
Rosario. Rosario Dello Iacovo. Nice to meet you, mister Ryan.
Ryan please, only Ryan. – Si schermisce. Poi aggiunge: – “What a strange name. – Il cognome se l’è perso direttamente per strada. – The same of the Rosary that you use to pray? Chiede con ghigno marpione, pensando che gli italiani sono tutti papisti. Gli inglesi lo pensano.
Not really, Sir. – Rispondo compito, ma deciso. Spiegandogli che è sì un nome cattolico e si riferisce proprio al Rosario delle preghiere, ma che sono ateo e I’m not interested in religion.
Well. Laconico e apparentemente soddisfatto. Tuttavia, il sorrisetto non sparisce dal volto magro che si porta bene la settantina d’anni che avrà. Per quanto sia Scouse e non inglese, anche lui pensa che sono un papista.

Non c’è niente da fare, a me piacciono gli Scousers, che poi sarebbe il loro soprannome. Deriva da Scouse, la galletta che mangiavano un tempo i marinai durante le lunghe navigazioni. I due termini sono in sostanza sinonimi, nell’uso comune. Amo Liverpool e il Liver bird, l’uccello che svetta in cima al Royal Liver Building. Le strade eleganti, e la vista dalla Cattedrale cattolica, appena sopra il ghetto nero di Toxteth. I Beatles e la sua storia che viene dal mare. Anche se poi in realtà è adagiata quasi alla foce del fiume Mersey, a una curva dall’Atlantico.

È contraddittoria, sospesa fra lo status di città raggiunto grazie ai traffici di schiavi e le lotte intransigenti della sua working class. Mi ricorda molto da vicino Napoli, nel rapporto irrisolto che intrattiene col resto del paese, l’indice di disoccupazione e povertà, quel comune convincimento dei suoi abitanti di essere i più furbi del mondo. In occasione del mio secondo soggiorno, salito su un cab nero alla stazione di Lime Street, il vecchio tassista mi ha chiesto di dove fossi. Dopo averglielo detto, non la finiva più con i Caputo, i suoi vicini di casa napoletani con i quali era cresciuto. Secondo lui sono tante le famiglie di origine napoletana a Liverpool. Io non ho elementi per dirlo, ma di sicuro la città ha sempre attratto emigranti, almeno dalla rivoluzione industriale alle crisi degli anni Cinquanta del XX secolo.

Per primi arrivarono gli irlandesi. Infatti, la città è l’unica in Inghilterra che ha la cattedrale cattolica più grande di quella anglicana. Tre quarti degli abitanti di Liverpool dichiara di avere origini irlandesi. E dopo gli anni di sviluppo impetuoso, grazie soprattutto ai fondi europei, quando la Tigre Celtica ha iniziato a perdere colpi i suoi ventenni hanno ricominciato a emigrare. Spesso vanno proprio a Liverpool, ma anche a Londra o altrove ad alimentare una diaspora molto simile a quella dei meridionali dalla sciagurata unità d’Italia in avanti. Prima non ci chiamavamo nemmeno meridionali, anzi noi di Napoli eravamo proprio del nord. Delle Due Sicilie, s’intende.

The Everton FC is a catholic club, isn’t it? – Gli chiedo già sapendo che non è così, ma per restituirgli il colpo sui papisti.
No. – Incassa sornione apparentemente senza battere ciglio, al riparo del buon aplomb inglese.

Mi spiega che è una questione legata all’origini, perché il Liverpool era dei ricchi massoni e molti operai irlandesi tifavano Everton. Anche la sua famiglia è arrivata dall’Irlanda alla fine dell’Ottocento. Poi negli anni Cinquanta , ai tempi di Peter Farrell e Tommy Eglington, il supporto irlandese è diventato massiccio, ma la questione religiosa non ha mai preso piede come a Glasgow. Oggi entrambe le squadre hanno un seguito indifferenziato, sicuramente più numeroso di quello che hanno le parrocchie dei due culti messi insieme.

Io mi metto a ridere sulla battuta finale. Conoscevo già la storia, perché me l’aveva raccontata pari pari il padre Scouse di Daniel, un mio amico di Sheffield presso il quale sono stato ospite per un mesetto, durante un Sunday Roast con figli, zii, zie, nipoti, nonni, fratelli, sorelle. Con me che cercavo di districarmi fra gli incomprensibili accenti Scouse e Yorkshire. Sudore freddo che nemmeno vi immaginate. Altro che l’inglese della Regina. Non avete proprio idea.

What about a drink? – Mi chiede a un tratto il mio nuovo amico inglese.
Why not?

Così usciamo dalla piscina e ci dirigiamo al banchetto. Poi, constatato che ci sono solo bevande analcoliche, Ryan sorseggiando del the mi dice:

I’d rather be drinking a pint of bitter. – Preferirebbe una pinta, l’old boy.
Not me, Ryan. I’m trying to break my relationship with alcohol. – Spiegandogli che sono a dieta, diciassette chili, et cetera et cetera. Anche se la bitter, la vera birra inglese, poco gasata, che viene spillata a mano senza l’ausilio di aggeggi elettrici, in questo momento è un bel ricordo.
Oh, poor boy, so young. How old are you?. – Dolendosi per la giovane età nella quale ho deciso di smettere.
Forty five.
Well, I’ll drink one for you in Sorrento, to celebrate as well as I can my seventy five years. Tomorrow is my birthday.
Happy birthday Ryan, then, and have a nice time there. – Gli auguro buon settantacinquesimo compleanno. Che possa essere il migliore della sua vita.

Invece mi dice che preferirebbe passarlo con la sua Margareth. Io lo guardo senza capire. Lui mi spiega che se n’è andata un anno fa, dopo avergli fatto promettere che avrebbe ricordato la sua morte con un viaggio a Sorrento, come avevano fatto insieme per le nozze d’oro nel 2007. Un groppo improvviso mi stringe la gola. Lui se ne accorge e con un movimento della mano, come a scacciare i cattivi pensieri, mi fa:

Don’t be sad, boy. She’s always with me. Always on my mind.

Poi serra la cintura dell’accappatoio e mi saluta, avviandosi verso gli spogliatoi.

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21 commenti su “She’s always on my mind

  1. sei un grande !!
    bellissimi racconti, non me ne perdo uno..
    In genere non commento, ma questa volta è doveroso

    …e poi, in effetti, come faresti a sapere che hai lettori silenti ? 😉

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