Il nostro mondo non è niente e noi non siamo nessuno

«La violenza è semplice; le alternative alla violenza sono complesse.» Friedrich Hacker

di Rosario Dello Iacovo

Terzigliano, 1992

– Perché hai detto alla tipa che ero con un’altra tipa?
– Ma chi?
– Tu, Vladimir.
Bidò, ma quando?
– Prima in piazza… Lei così dice…
– E ti dice cazzate. Le ho detto che eri passato al volo, ma poi non sapevo dove fossi andato. Stop, fine della conversazione. Questo le ho detto.
– Mah…- Commenta dubbioso, mentre mi guarda dritto negli occhi, come se volesse estorcermi una confessione che non ho da fare.
– Mah, cosa? – Contrattacco, senza abbassare lo sguardo. – Guarda che mi stai veramente facendo incazzare. Mi state facendo incazzare tutti e due. Non so a che giochino state giocando, ma sia chiaro: io non ne voglio sapere un cazzo. Giocate tra voi e tenetemi fuori. Anzi, mo’ la chiamiamo a casa e ce lo facciamo ripetere parola per parola cosa le avrei detto. Cioè, fatevi visitare, perché non state bene. Sul serio, non state bene. E tu stai peggio di lei.
– Tu non chiami nessuno. E poi come hai il suo numero? – Chiede, con la tensione che continua a salire.
– Come ce l’ho il suo numero, testa di cazzo? Hai dimenticato che conosco Valentina da prima di te? Ce l’ho da dieci anni il suo fottuto numero. Facevamo le medie insieme, ricordi? Così come conosco te da venti, però a quanto pare non ti conosco bene, se alla prima puttanata metti in dubbio quello che ti sto dicendo.
– La solita troia, dà il numero a tutti e chi cazzo lo sa cos’altro… – Lo dice facendo una mezza rotazione della testa, col pugno destro che va a impattare il palmo dell’altro mano.
– Tu sei paranoico. Non ti ho mai visto così, ripigliati. Capisco l’amore e tutto, ma stai perdendo proprio la testa. Avevamo dieci anni quando mi ha dato il suo numero. E poi basta con questo troie, troie, troie. Non le puoi chiamare donne come fanno tutti quanti gli altri? Pure tipe va bene, a livello colloquiale è okay, ma sto cazzo di troie non si può sentire più. Impara ad avere rispetto, si chiamano donne. Una donna ci mette al mondo…
– Per quello la chiamiamo mamma e di mamma, si sa, ce n’è una sola. Le altre tutte troie fra’. – Mi interrompe aggressivo facendomi perdere il filo del discorso.

Respiro per calmarmi perché mi sta salendo la voglia di chiavargli una capata in bocca e lasciarlo lì per terra. Poi, mi controllo e riprendo:
– …Ma poi, tu stavi con un’altra e lei è la troia? E noi cosa siamo, Bidò? Cosa siamo, se per un’insignificante scopata corriamo il rischio di buttare nel cesso le persone davvero importanti della nostra vita? Noi siamo peggio delle troie, ammesso che ne esistano, noi non valiamo un cazzo. Ci facciamo tirare dentro le storie più assurde, facciamo comandare il cazzo. Anzi, non è nemmeno una questione di cazzo, perché quando l’hai fatto un milione di volte, non è che sia tutta ‘sta novità. Solo questione di su e giù, di meccanica senza passione. Noi scopiamo perché dobbiamo dimostrare, a noi stessi prima che al mondo, che siamo dei tipi dritti. Quelli che sono stati con tutte, che hanno avuto mille storie, gli irresistibili. Ma le pagheremo quelle storie, credimi, una a una, e ogni tanto le paghiamo già: quando una tipa ci restituisce la stessa moneta di Giuda; quando un’altra che non lo meritava vede frantumarsi l’idea che aveva di noi sotto il peso della nostra slealtà. O le pagheremo fra venti anni, quando la reputazione sminuirà agli occhi della gente ogni cambiamento. Anche agli occhi di chi ameremo. Lo renderà poco credibile, pure se sincero. Sarà una condanna a vita, Bidò, e saremo noi le puttane, anche senza colpe e senza farci pagare. Detto questo, secondo me Valentina ha avuto semplicemente intuito. Ha sgamato e se lo ha fatto, non è stato certo perché le ho detto qualcosa. Le donne hanno un intuito superiore al nostro. Se ne accorgono. Sarà stato il tono con cui le hai detto la bugia che ti doveva coprire il culo. Non so cosa è stato, ma ti ha sgamato. Certo, a volte sanno essere pure più paranoiche di noi, ed è tutto dire, ma forse perché sentono di non potersi fidare. E tu oggi glielo hai confermato, che la fiducia è meglio se la impacchetta e la mette via, invece che riporla in un coglione come te.

Mi fissa con lo sguardo furioso. Basso, con le rughe sull’occipite che solo una faccia veramente incazzata o il tempo sanno produrre. Avverto la sensazione di pericolo. Perciò mi preparo a parare gli eventuali colpi. Invece si contiene e parla. Anzi, esplode:

– Mo’ pure femminista sei diventato? Diventa pure ricchione e stiamo a posto. Ti ricordi quando da bambino ti dicevo che troppi libri ti avrebbero fatto diventare femminello? Ecco, infatti sei il solito chiattillo universitario, tutto libri e bocca. Uno di quelli che le storie della vita se le fanno raccontare, dai libri e dai film, ma non hai le palle per viverle davvero. E il punto non è che lei è una troia, ma che tu non le dovevi dire che stavo con un’altra.

È il sinistro a partire, senza che io gli ordini di farlo. Il destro lo imita e doppia il colpo al suo naso che inizia a sanguinare copiosamente. Resta un attimo incredulo, quasi paralizzato da quello che sta accadendo. Poi la macchina da guerra si mette in moto e inizia il lavoro per il quale è programmata.

Prima mi spazza la gamba d’appoggio, facendomi finire a terra. Poi inizia a scalciarmi con metodo. Ne arrivano quattro o cinque, ma evita la faccia. Io però non mollo e gli tiro un calcio di destro nelle palle, che lo fa arretrare levandomelo di dosso. Lo prendo in pieno, infatti si piega in due e io ne approfitto per rialzarmi e colpire di nuovo. Largo e basso due volte col sinistro al fianco, e poi un destro sparato al volto. In parte para, ma comunque se li becca tutti. Me l’ha insegnata lui la sequenza, che serve a far aprire la guardia all’avversario. Solo che stavolta l’avversario è lui, perciò diventa una furia. Si rimette in piedi e mi investe coi suoi cento chili, scaraventandomi contro il muro. Poi combinazioni secche e precise che mi segnano la faccia più volte. Io chiudo la guardia e ogni tanto ne piazzo uno buono, e gli faccio male. Ai punti avrei perso, ma me la cavo inaspettatamente bene, considerato che sono dieci centimetri più basso e più leggero. E poi lui è Bidone, il terrore di Terzigliano.

Dura un paio di minuti, poi pesti e sanguinanti, ci guardiamo negli occhi e ci abbracciamo. Come abbiamo potuto farlo? Come siamo arrivati a questo? Sembriamo chiederci mentre piangiamo, lasciando la domanda sospesa nell’aria. Quella stessa che tentiamo di catturare con evidente fatica, respirando a pieni polmoni.

Poi ci stacchiamo ed è lui a parlare per primo:

– Mi dispiace fra’. Che cazzo ho fatto? Scusami, scusami, mi dispiace. Fammi vedere. Ti sei fatto male?
– No, tutto a posto. – Rispondo mentendo, mentre alzo il palmo per dirgli che non c’è bisogno che si avvicini. Mi fanno male le costole e sento l’occhio destro gonfiarsi. Il naso sanguina. Ma sono stato io a partire per primo, anche se la sua sparata non è stata meno violenta della mia reazione. In ogni caso ce le siamo date davvero, per la prima volta nella nostra vita. Nonostante l’abbraccio sento una grande amarezza. Non so se potrò continuare a volergli bene come prima. O forse sì, il bene dura per sempre, ma in questo momento sento che le nostre strade stanno per separarsi. Non lo do a vedere quando gli chiedo:

– E tu, ti sei fatto male?
– Un po’ sì, mi fa male il naso soprattutto. – E e se lo soffia con le dita, lasciando partire una scia di sangue che attraversa l’aria e va a sferzare l’asfalto. – Hai avuto un buon maestro. – Aggiunge provando a sorridere. Ma lo sa anche lui che oggi sono esplosi rancori antichi. Quell’ostilità inconfessabile che ci portiamo dentro da quando eravamo bambini.

Forse è il naturale epilogo di due vite che lentamente si sono separate, senza essere uguali nemmeno ai blocchi di partenza. Senza che ce ne accorgessimo. O chissà, l’abbiamo sempre saputo. C’erano stati altri litigi fra noi. Qualche cazzotto era volato, ma mai come oggi. Oggi eravamo pronti a uccidere e a morire.

Amore e odio. Soprattutto da parte sua. Amore perché in qualche modo ce l’ho fatta, so esprimermi correttamente, ho studiato. Mi viene in mente il suo sguardo fiero quando faccio gli esami all’università, o prendo la parola alle assemblee. Sono bravo a parlare. Ho qualcosa da dire. Gode quando zittisco con la forza delle mie argomentazioni gli esponenti di quel mondo al quale non apparteniamo, e che prova sempre a tenerci indietro. Professori o studenti che siano. Mi ama quando viene da me e mi trova a leggere sul divano. Lui, che non ha mai letto un libro in vita sua.

Per gli stessi motivi però talvolta mi odia. Ai suoi occhi sono quello che lui non sarà mai. Nato a venti metri dalla porta di casa sua, ma sotto sotto con l’ambizione di essere come uno di quei borghesi che contesto. Lo sa però che non è vero. Li odio più di lui. Per me la cultura è stata sempre uno strumento. Da usare, come si usano il martello e il chiodo per appendere un quadro. E poi dove crede che andrò in questo paese dove il tuo destino è già segnato quando nasci? Non saranno i libri e la favella sciolta a togliermi di dosso la puzza del ghetto dal quale veniamo e il suo carico di dolore. Cosa crede che diventerò, io?

Ma lui non lo capisce. Almeno non sempre e non fino in fondo. Puntuali, arrivano le scomuniche. Una volta mi doveva sparare; un’altra mi doveva, testualmente, riempire di coltellate; un’altra ancora, non avrei mai più dovuto mettere piede fuori di casa. Ma sono sempre state minacce di cartone. Non perché non ne sia capace, ma perché sa che dovrebbe andare fino in fondo. Io non ho mai piegato la testa davanti a nessuno. E lui mi vuole troppo bene per farlo. Sinceramente, senza secondi fini, come io ne voglio a lui. Spesso ho ragione, ma talvolta anche torto. E sono pochi quelli che gli hanno fatto qualcosa e possono ancora permettersi di andarlo a raccontare a cuor leggero. Nessuno che io ricordi.

Perciò, ad attriti e tensioni non segue nient’altro che un po’ di malumore e musi lunghi. E ci ritroviamo sparati nella notte, da qualche parte persi, a ubriacarci di vita. Abbiamo sete, siamo giovani e i nostri anni migliori non ci hanno dato un cazzo. Grigiore di periferia, quattro soldi in tasca ogni tanto, e un mucchio di stupidi sogni che il tempo provvederà a spazzare via. Ci sentiamo i padroni del mondo, ma il nostro mondo non è niente e noi non siamo nessuno.

Stavolta però, sento che non è così. Si è rotto qualcosa, oltre al mio naso che pende a sinistra e sanguina come il suo. Oggi Terzigliano mi appare per quello che è. Un blocco di rancido cemento, che già si sgretola appena pochi anni dopo la sua costruzione. Dove si cresce diventando bestie, rispettando la sola legge della violenza. Quella degli sbirri o la nostra. Senza accorgerci che sono due facce della stessa medaglia. Dello stesso misero presente al quale non seguirà un futuro migliore.

Respiro a fatica mentre zoppico verso casa. Avverto tutte le conseguenze dei colpi. Poi inizia a piovere. Mi guardo indietro ed è lì che decido di andarmene per sempre.

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Un commento su “Il nostro mondo non è niente e noi non siamo nessuno

  1. eh si, “quel cazzo di sesto senso” – come direbbe Vladimir – ce lo abbiamo tutto!

    Gran retrogusto di catarsi.

    PS
    Londra ricambia e sorride 😀

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