Il lupo mangia l’agnello, non un altro lupo

«Quando uno brucia i propri ponti, fa un gran bel fuoco!», Dylan Thomas

di Rosario Dello Iacovo

Terzigliano, 2001

– Perché sei tornato? – Mi chiede Bidone, visibilmente commosso.
– Era da tempo che ci pensavo. Non ce l’ho fatta più. Ho passato gli ultimi due anni a svegliarmi e chiedermi: “Che cazzo ci faccio qua?”. Un dolore dentro che non riuscivo più ad eliminare, solo a comprimere. E ho compresso fino a quando non è rimasto nemmeno più un centimetro di spazio libero. Passata la boa dei trent’anni qualcosa si è incrinata dentro di me. Prima, certe cose come la vecchiaia, la morte, lo sbattimento quotidiano, la merda che ho ingoiato giorno dopo giorno, mi toccavano solo in superficie. Ne parlavo, me ne parlavano, ma non capivo davvero cosa volessero dire. Capisci che intendo? – Lui annuisce serio senza parlare. – Quando sei ragazzino ti svegli e vai fuori a caccia di emozioni e avventure. Una tipa che ti piace, un nuovo amico, una birra, una canna. So di essere banale, ma cazzo vorrei avere sempre vent’anni. Invece adesso non sono felice, niente mi dà entusiasmo. Notti intere a piangere come un bambino. A maledire le occasioni che ho sprecato. A ripensare a quello che avrei voluto essere e non sono diventato. All’assalto al cielo e alla mia voglia di passeggiare fra le nuvole. Guardare in faccia Dio e chiedergli finalmente il conto di tutti i suoi peccati. Invece mi sono ritrovato a sguazzare nella merda. I soldi che non ho mai avuto e che ho inseguito con ferocia, fino ad averne più di quanti me ne servissero. Gli alberghi di lusso, le buste di coca, le scopate veloci. Le orge che il pomeriggio dopo, al risveglio, nemmeno mi ricordavo. L’ho assaltato il cielo Bidone e l’ho preso pure. Ma a Dio non ho chiesto nessun conto. Anzi, gli davo una mano a compiere altri misfatti. Ero nella sua squadra, dalla loro parte, e facevo un lavoro preciso e pulito.

La mia voce è lo specchio dell’amarezza, vento del deserto che copre le rovine di sogni antichi. Tempeste di sabbia, rumore di fondo. Fucking noise.

– Vabbè, – Fa lui, cercando di sdrammatizzare – non avremo vent’anni, ma punto primo una birra, una canna e una troia le rimediamo pure mo’ senza problemi. Punto secondo hai detto delle cose veramente esagerate, come al solito. Sei un bastardo e sei mio fratello. Anche nella mia testa girano da tempo le stesse paranoie. Le tue parole sono le mie, anche se non avrei mai saputo dirle. Almeno non come le hai dette tu. Avevo bisogno di te, della tua chiarezza, della tua capacità di guardare nel buco del culo delle cose e rivoltarle, svelandone il senso. Quante volte in questi anni avrei voluto averti accanto… Bentornato a casa, Vladimir.

Mi guarda con la lacrimuccia che fa capolino nella coda degli occhi. Mi abbraccia avvolgendomi nei suoi cento e passa chili di trippa e muscoli. Poi, sbaciucchiandomi, mi dice serio: sei sempre mio fratello. È il suo tipico modus semplificandi, penso in un improbabile latinorum. Il mal di vivere tagliato con l’accetta e ridotto a fette d’anguria: una birra, una canna e una troia. Nove anni dopo le chiama ancora così, inguaribile. Sorrido senza che quest’euristica trilogia riesca in qualche modo a scaldarmi il cuore. Però non permetto alla tristezza di affiorare. Le infilo i piedi in un blocco di cemento e la scaravento nel più profondo degli abissi. Dove non avrà la forza sufficiente per continuare a farmi male.

– Bello sforzo, – Gli dico – un fratello è per sempre. Non lo puoi mica cambiare. Se avessi potuto farlo ti avrei sostituito da anni. E poi sei la solita bocca di cesso: possibile che una donna non puoi chiamarla in nessun altro modo che troia?
– Ce n’è una che chiamo Mamma, lo sai. Che colpa ne ho io se le altre sono tutte delle troie sfondate? Ah ah ah. – E ride. Penso che ogni tentativo di civilizzazione sia inutile, oggi come dieci anni fa. Perciò rinuncio a qualsiasi commento. Poi, continua imperterrito. – Se mi avessi cambiato, penso che non saresti stato qui a raccontarla, stronzetto. Ti ho spento un milione di volte le fiamme che stavano per mandarti a fuoco i peli del culo. Sono stato la tua assicurazione sulla vita a costo zero. Ma tanto lo sai, che te lo dico a fare? – Alza le penne, ed eccolo qua il Re pavone. Fa la ruota nella piazzetta di Terzigliano, che è il solito cesso, solo invecchiato di dieci anni. – Ma non è di questo che voglio parlare. Che hai fatto in tutto questo tempo? – Mi chiede, concludendo la frase.

– Quando me ne sono andato nove anni fa, mi sono diretto a Milano. Lì ho ho provato a trovare lavoro nel campo dello spettacolo. Ricordi che organizzavo concerti punk da ragazzino, no?
– E chi se lo dimentica… Un bordello esagerato e un sacco di lerci animali… – E ride di nuovo.
– Ecco, ti ricordi. Mi sono presentato all’indirizzo di un grosso management e con la faccia tosta gli ho chiesto se avevano lavoro. Mi hanno preso. Nel colloquio li ho stracciati. Avresti dovuto vedermi. All’inizio facevo il band assistant. Era il gradino più basso della gerarchia di quelli che accompagnano i gruppi in giro. Poi, sono diventato tour manager, che sarebbe quello che rappresenta l’agenzia con l’organizzazione locale. Controlla che ci siano i facchini per scaricare e caricare l’impianto, che ci sia il catering, l’albergo, prende i soldi fa i pagamenti. Insomma un mucchio di cose.
– In altre parole, eri nel ventre della vacca, immagino che avrai fatto un sacco di bei soldi.
– Beh, non mi lamentavo. Soprattutto quando poi sono diventato direttore di produzione. Una figura che esiste soltanto nei grossi tour ed è praticamente il responsabile di tutto. Duecentocinquanta giorni di lavoro all’anno a cinque caravaggi delle vecchie lire. E poi arrotondavo con un paio di sistemi infallibili. Facevo la cresta sulle spese della benzina, sui conti di alberghi e ristoranti, mettendomi d’accordo coi gestori quando era possibile. Applicavo la mia personal tax su ogni lira che mi passava tra le mani. Poi gli artisti, si sa, sono sensibili e gli piace la droga. Ah quanto gli piace. Gli dà le visioni, dicono. Li mette in sintonia col mondo. E se ti piace la droga hai bisogno di qualcuno che te la procuri, giusto? Io sapevo trovarmi sempre al posto giusto nel momento giusto, puntuale come Paolo Rossi ai mondiali dell’Ottantadue. Pronto a mettere la palla nel sacco. Avevo una rete di fornitori in giro per il paese. Abbastanza ramificata da non costringermi mai a spostamenti superiori ai cento chilometri. Oppure bastava una telefonata e qualche Re Magio arrivava al mio presepe, con il suo carico di coca, ero, hashish, incenso e mirra. O qualsiasi altra cosa l’artista del cazzo volesse… Poi, dopo qualche anno, avevo messo a punto una truffa veramente a prova di bomba.

La cosa si fa interessante. Parlare di illegalità e soldi facili gli manda su le antenne, che restano belle dritte, mentre mi ascolta con la massima attenzione.

– Funzionava così. Compravo una scheda del telefonino rigorosamente anonima, allora si poteva fare. Ai primi tempi dei gsm. E comunque avevo i miei canali per comprarne cinquanta per volta. Lo sa il cazzo a chi fossero intestate. A me no di certo. Mettevo su un indirizzo email da un internet point. Da lì facevo partire una circolare con i migliori gruppi e artisti del momento, a prezzi veramente stracciati. Il cellulare squillava di continuo, le condizioni erano favorevoli. All’inizio facevo il difficile, chiedevo garanzie, volevo sapere quali altri concerti avessero organizzato prima. In realtà volevo solo essere sicuro di non beccare gente troppo interna al giro, erano gli occasionali e i novellini le mie prede. Il lupo mangia l’agnello, non un altro lupo. Poi lentamente mi facevo convincere, a patto però che inviassero immediatamente a mezzo vaglia telematico il cinquanta per cento della cifra in anticipo. Mi presentavo all’ufficio postale con una carta d’identità falsa, incassavo il bottino e facevo sparire cellulare, scheda, email e documento. L’ho fatto un casino di volte e preferivo lavorare da solo. Zero testimoni è la garanzia migliore per un segreto.

– Che figlio di puttana. Non ti hanno mai beccato? Hai capito il piccolo Lord di Terzigliano? E dire che poi ero io quello che ti portava sulla cattiva strada.
– No, dopo un po’ smettevo, per ricominciare solo qualche tempo dopo. Si cambia Bidò. Ti ricordi la nostra scazzottata qualche giorno prima che me ne andassi?
– Sì, una storia di merda. Non avremmo dovuto farlo. Non sai quante volte ci ho ripensato in questi anni sentendomi veramente una bestia.
– Non importa, è successo, e non possiamo tornare indietro per cancellarlo. Quello che conta è che lì si è rotto qualcosa dentro di me. Ho avvertito l’esigenza di respirare sotto un altro cielo, che non fosse quello dove siamo cresciuti. Poi la storia di mio padre… Sono scappato. Sarei morto se fossi restato.
– Lui mi abbraccia di nuovo e mi toglie il fiato.
– Non è che mi sei diventato femminello, in questi anni, anche se non avrai aggiunto nessun libro agli zero che avevi letto quando me ne sono andato?
– Ah ah ah, che stronzo. No, fra’, sempre cacciatore numero uno. Anche se poi mi sono sposato. Adesso ho un bambino. Diciamo che ho messo la testa a posto. Ho dei progetti dei quali ti voglio parlare. Ma non è il momento. Dove stai?
– In albergo. Ti ricordi la fabbrica dove lavorava mio padre, di fronte all’aeroporto?
– Sì, lo so, adesso c’è un albergo. Come mai sei andato proprio là?
– Così. È vicino a Terzigliano. E poi volevo vedere che effetto mi facesse.
– E che effetto ti ha fatto?
– Amarezza e dolore. Ancora lì. Nove anni dopo.

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2 commenti su “Il lupo mangia l’agnello, non un altro lupo

  1. E’ un peccato che questi racconti rimangano confinati al blog!

    Grazie per la citazione di Dylan Thomas, è assolutamente perfetta. Vedrò di riutilizzarla 🙂

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