Dialoghi surreali e casse-cestelli al centro della pianura padana

di Rosario Dello Iacovo

– È una cassa-cestelli questa. Mi dice con lo sguardo vitreo e indispettito la tipa dall’altra parte del registratore di cassa. Ha i capelli neri in disordine, tenuti su dalle forcine, e una divisa che non le dona. La fa sembrare più grassa, e credetemi: non ne avrebbe proprio bisogno.
– In che senso, mi scusi? – Faccio stupito, come uno che candidamente non ha capito un cazzo.
– Che è una cassa per i cestelli. – Replica piccata.
– Mi perdoni, ma temo di non capirla. – Mentre penso a qualcosa che c’entri con i soci del supermercato. Che so, un accesso riservato per i soli possessori di una qualche carta del cazzo.
– Lei ha un carrello. – Indicandolo col movimento soddisfatto della testa come se avesse trovato il colpevole alla terza pagina di un giallo.
– Ah ecco, intendeva questo. Ma ci sono solo sette, otto, pezzi. Guardi, è quasi vuoto. – Dico conciliante.
– Non è una questione di pezzi, ma di carrello. Quindi, visto che questa è una cassa-cestelli, non posso passarle la spesa.
– Cioè, lei mi vuole dire che se io ora prendessi quello che c’è nel carrello e lo mettessi in uno di questi cestelli impilati davanti alla cassa sarebbe regolare?
– Lo sarebbe se fosse arrivato qui con un cestello.
– Con gli stessi pezzi dentro?
– Lei è di Napoli, vero? – Mi chiede spazientita.
– Sì, di Terzigliano. È un problema?
– Lo sapevo.
– Cosa? Mi perdoni.
– Solo voi napoletani fate così.
– Così come?
– Non rispettate le regole.
– Beh, dall’accento, così a occhio e croce, direi che lei è pugliese. Giusto?
– Sì, di Manfredonia. E che vorrebbe dire? Ce l’ha coi pugliesi? È razzista?

Le sue parole avviano un diffuso mormorio nella fila che intanto si è formata alle mie spalle. Ci sono due sciure, una famiglia padana, e tre pachistani: due adulti e un ragazzino. Mi accorgo che quest’ultimo è il terzo pachistano solo perché è in compagnia degli altri due. Ma è vestito come un chicano di East Los Angeles, con una camicia a quadri abbottonata fino in gola, i jeans baggy sospesi fra il culo e le ginocchia, e un baffetto che gli conferisce una certa aria malandrina. Il cappello di paglia, poi, con la tesa arrotondata dietro e dritta davanti, gli copre gli occhi che neanche la bandana di Mick Muir sul primo disco dei Suicidal Tendencies. Ed era il fottuto 1983.

– Non sono razzista. – Dico guardandoli panoramicamente negli occhi. Ma la testa rasata di fresco, taglio uno della macchinetta, of course, la fred perry e i tatuaggi scatenano un’ondata di scetticismo. – Anzi, – rivolto ora alla cassiera – è lei che mi sta accusando di essere napoletano.
– Non è colpa mia, lei lo è.
– Cioè, io sarei napoletano, ovvero uno che non vuole rispettare le regole, perché i miei sette, otto, pezzi sono contenuti in un carrello invece che in un fottuto cestello?
– Sì. Lei lo è. – Decisa senza cedere un passo. – Guardi, nessuno in questa fila ha un carrello. – E tutti fanno sì sì con la testa, annuendo solenni con aria grave. “È un razzista”, si alza dal gruppo dei pachistani. Mi giro ma non faccio in tempo a capire chi lo ha detto. Vorrei ci fosse Bidone a guardarmi il culo.
– Ok, diciamo che sono napoletano. In cosa sarei diverso da lei e dai signori qui dietro, peso e baffetto esclusi, naturalmente?
– Mi sta dicendo che sono grassa?
– Lo ha detto lei. – Alzando le mani in segno di innocenza.
– No, no. – Urla – Lei mi ha detto che sono grassa.
– Le ho detto che abbiamo un peso diverso e che non ho il baffetto come il ragazzo qua dietro. Suvvia è un fatto oggettivo. Mi guardi.
– Razzista. – Sibila la piccola folla che ormai mi ha scelto come agnello sacrificale.
– Quanto pesa? – Le chiedo sorridente.
– Non sono fatti suoi.
– Un’ottantina? Una novantina? Un cento, tondo tondo?
– Le ho detto che non sono fatti suoi.
– Io settanta e cinquecento. – Spietato e tronfio come uno che ha perso diciotto chili in tre mesi.
– Sì, però lei è basso, dovrebbe pesare di meno.
– È basso, è basso. – Dalle mie spalle.
– Basso, che parola grossa. Diciamo che non sono alto, ma basso mi sembra eccessivo. Sia obiettiva, sono un metro e settantadue. Porto la 44.
– Lei è basso e maleducato. – Ribadisce lei sempre più stizzita.
– Anche razzista. – Fa la solita voce misteriosa che ormai non provo neanche più a identificare.
– Anche napoletano. – Aggiunge il capofamiglia padano che finora si era limitato a scuotere la testa.
– Che succede, ci sono problemi? – Interviene la guardia giurata della sicurezza.
– Ma no. La cassiera dice che non può passarmi la spesa perché ho un carrello e non un cestello. E questa è una cassa-cestelli.
– Quanti pezzi ha preso?
– Questi. – Indicandoglieli con la mano.
– Ma sono quattro cose, – fa lui rivolto alla tipa – battile e finiamola qui.
– Mi ha detto che sono pugliese.
– E allora, non sei di Manfredonia?
– Sì, ma lui l’ha detto con razzismo.
– L’ha detto con razzismo? – Mi chiede la guardia.
– Macché è la sua collega che mi ha accusato di essere napoletano.
– Embè e lei di dov’è?
– Di Napoli.
– E allora, scusate, di cosa stiamo parlando?
– Ah, non l’ho capito ancora. – Faccio io, intravedendo in quel barlume di ragionevolezza in divisa la fine della paradossale vicenda che sta accadendo qui e ora, nel bel mezzo della pianura padana.
– Stiamo parlando di una spesa contenuta in un carrello che pretende di passare in una cassa-cestelli. – Ribadisce lei incrociando le braccia. Ottusa come un carabiniere al quale provi a spiegare una barzelletta sui carabinieri.

La guardo senza fretta. Le sorrido. Lascio lì il carrello pieno. Pure l’euro che avevo usato per sbloccarlo. Hasta luego amigo dico al giovane chicano alle mie spalle. Poi mi giro e me ne vado.

Poco dopo entro dal kebabbaro turco all’angolo. Mando a fare in culo pure la dieta e ne prendo uno maxi dopo mesi. Poi provo a far capire a Babacar, il mio nuovo amico senegalese, perché non tiferò Italia agli Europei.

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di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti

30 commenti su “Dialoghi surreali e casse-cestelli al centro della pianura padana

  1. Sono di Pozzuoli, ma vivo in provincia di Treviso e giuro, anche se in un contesto diverso, mi è successo qualcosa di paradossale simile alla situazione qui su riportata!

  2. Moltissimi, con stupore ed incredulità, col passare degli anni ed il sommarsi delle esperienze hanno preso atto dell’assunto – quasi un concetto primitivo – secondo il quale ” napoletano è diverso, napoletano è un problema”. A me la faccenda la riassunse con breve efficacia mia madre quando avevo appena otto anni. Mi spiego il problema e me lo risolse, in due battute.
    Lei, figlia di una bresciana e di un napoletano, in visita dai parenti ” di su”, sbocciata nei suoi 18 anni, si sentì dire .” Ma come sei carina. Non sembri proprio una napoletana”
    Risposta: ” Davvero? Beh, questo mi dispiace”. Correva l’anno 1940.

  3. Mi hai fatto consolare… ma davvero sei di terzigno? e sei anche napoletano??? e dire che dall’accento io avevo sempre creduto alla storia che venissi da trento(e da belluno per parte materna)! Oh, occhio a pugliesi: sono come le banane a palermo!

    p.s. ma tu davvero ti sei trasferito in padania????????????????????????????????????

  4. Forse è questione di dna, ma è il rispetto delle regole che delimita la civiltà:
    Altrimenti, quale sarebbe il numero di prodotti di un carrello che darebbe il diritto di passare alla cassa cestelli? Cinque? Sette? Otto? Dieci? Cinque se è roba grossa sette se è roba media e dieci se è roba piccola? E se sono misti?
    Non sarebbe invece meglio smettere di fare i napoletani?
    Quanto invece alla scrittura è eccellente.

      • Esatto, Non sussiste più, perché alla opinione arbitraria in questo caso subentra una regola ferma, chiara, accessibile per tutti: Io mi assumo la scomodità di usare il cestello per fare meno coda alla cassa, senza essere superato dai “furbi” che danno interpretazioni creative alle regole.

      • l’unica regola certa è data dal numero dei pezzi. non a caso la stragrande maggioranza dei supermercati la usa proprio perché oggettiva. nel caso specifico c’erano più cose nei cestelli degli altri che nel mio carrello. di conseguenza è questa regola che mi sembra del tutto arbitraria, non essendo legata a uno standard matematico. rispetto al fare i napoletani faccio finta di non aver letto. io credo che esistano persone, il resto lo lascio ai luoghi comuni.

  5. spettacolo, il “razzismo” verso i napoletani da parte di un pugliese è davvero squallido !!! per fortuna che non siamo tutti così nelle puglie …

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