Respirare sotto lo stesso cielo

di Rosario Dello Iacovo

Camminavo da solo lungo il corso del Naviglio pavese. Verso sud. Là, dove la città si concedeva una tregua. E la periferia la nostalgia della campagna.

Amavo Milano. Quel suo distendersi al centro della pianura padana con lo sguardo sospeso fra le Alpi e gli Appennini. Per me era sempre stata la città della Resistenza.

Ecco, laggiù vidi Giulio Paggio e la Volante Rossa. Arrivavano da Lambrate, Conte Rosso, marciando in file regolari. Infagottati nei giubbotti da aviatore col collo di pelliccia bianco. I jeans rivoltati. Skinheads nel 1945. Figli del popolo per sempre. Bellissimi al volgere dei vent’anni.

Poi vidi Fausto e Iaio. Mi sorrisero agitando la mano da un ponte sospeso sull’acqua bassa, che scorreva lenta e mi indicava la strada per Pavia. “Attento ai fascisti”, sembrarono raccomandarmi in coro con Giulio Paggio. A distanza di trent’anni gli uni dall’altro.

Poi un gruppo di tute bianche, quando non eravamo ancora divisi, mi chiese a gran voce di unirmi al servizio d’ordine. Era il 10 settembre del 1994 e andammo insieme all’assalto del cielo. A riprenderci quello che avrebbero voluto toglierci per sempre.

Giulio e i suoi ragazzi ci guardarono dal passato, salutandoci coi sorrisi a pugno chiuso. Io non avevo nemmeno trent’anni, e ci credevo ancora.

Poi alzai lo sguardo. Per quanti sforzi facessi, capii che avrei dovuto respirare sotto un altro cielo.

Perciò non mi fermai. Col passo lieve procedetti dritto verso la linea degli Appennini. Guardai a sud e compresi che avrei dovuto affidare la mia vita nelle mani di Partenope. La greca, la filosofa, la guerriera. La misericordiosa.

Senza porre condizioni.

Fu lieve il passo, ritmico e accompagnato solo dal fruscio del vento che leggero mi accarezzava il viso. Il sole che declinava lentamente dietro la pianura sembrò approvare la mia scelta. Salutai i compagni stringendoli in un abbraccio. Loro capirono, e annuirono con lo sguardo grave e solidale che si riserva a un fratello.

Perciò non sentii l’esigenza di voltarmi: dovevo andare avanti.

Affrettai la marcia. Gettando da qualche parte il temperino spuntato decisi di tornare a combattere. L’avrei fatto a mani nude, con la forza che mi diede all’improvviso la consapevolezza di essere nel giusto. Avrei combattuto fino all’ultimo respiro, e quella sarebbe stata la mia vittoria: non avere rimpianti.

«Non smetteremo di esplorare
E alla fine di tutto il nostro andare
Ritorneremo al punto di partenza
Per conoscerlo per la prima volta»

Thomas Sterns Eliot

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