Lost in Padania

di Rosario Dello Iacovo

– Perché hai solo mezza Italia tatuata sul braccio? Avevi finito l’inchiostro? – Me lo chiede ridendo, coprendosi la bocca con la mano. Poi la sposta e svela un paio di voragini birbanti nella dentatura da bambino.
Seduto su una panchina del varesotto, in una calda giornata di maggio che anticipa l’estate, sono assorto a leggere un libro.
– Marco, quante volte ti ho detto di non dare fastidio alle persone? – Lo rimprovera il nonno.
– Ma no, lo lasci stare. Non mi sta mica dando fastidio.
– Hai visto nonno? Il signore dice che non gli sto dando fastidio.
– Lo scusi, è una peste.
– Si figuri. Sono simpatici i bambini. Spontanei. Quanti anni ha? – Gli chiedo.
– Otto. – A rispondere è Marco, anticipando il nonno col tono entusiasta.

Chiaramente ancora non sa che il futuro è un gran cazzo su per il culo. Enorme. Anche se una volta un mio professore all’università, di sinistra e gay dichiarato, mi contestò l’affermazione affermando solenne di fronte all’assemblea di aver sognato la sodomia da quando aveva tredici anni e praticata dai sedici in avanti. “Con grande soddisfazione e senza ripensamenti”, sentì il bisogno di aggiungere, scatenando una vibrante ovazione nell’aula magna di Lettere che lui salutò chinando la testa pelata in un mezzo inchino.

Marco invece ha i capelli rossi arruffati e le lentiggini. Il viso affilato e vispo che spunta da una tuta della As Qualcosate. Una squadra qualunque della pianura padana, come rivela chiaramente il suffisso celtico in ate. Il resto ce l’ha il nonno. Carico come una bestia da soma bergamasca, anche se siamo nel varesotto, regge borsa, grembiule, cartella, e non si lamenta. Stoico, nell’amore paterno di seconda generazione, nonostante i settant’anni che gli pesano sul vecchio groppone.

– Allora, signore? – Insiste Marco, sfregandoci il dito sopra per vedere se si cancella.
– È una lunga storia, ma non è una storia per bambini. – Gli sorrido io, cercando di svicolare. Come lo spieghi a un bambino perché hai solo mezza Italia sul braccio?
– Perché no? – Fa lui sorpreso – Il nonno mi racconta sempre un sacco di storie.
– Perché questa è una storia brutta, si racconta solo ai bambini cattivi e tu invece mi sembri buono e simpatico. – Sempre sorridente e easy come devi essere con un mocciosetto.
– Piacerebbe anche a me sentire questa storia. Mi ha incuriosito. – S’intromette il nonno, una volta che ha messo a fuoco la scritta Briganti con la A sostituita dal profilo delle Due Sicilie. Che Dio le abbia in gloria. Direi se credessi all’esistenza di un Dio.

La cosa non lo convince. Me ne accorgo dallo sguardo che improvvisamente diventa dubbioso e dalla pressione della mano che ora stringe con più forza quella di Marco.

– Beh, come avrà capito dall’accento, sono del Sud. I briganti sono stati i nostri partigiani.
– Dice?
– Sì. – Dico.
– Secondo me i briganti erano gli avi dei vostri camorristi. Dei mafiosi che d’accordo coi Borboni…
– Borbone. – Preciso. – È un cognome, quindi indeclinabile.
– Non facciamo questioni di lana caprina. Dicevo, dei mafiosi che in combutta con quei farabutti di Borbone lì non volevano l’unità d’Italia.
– Li chiami fessi.
– Cioè, anche lei è contrario all’unità d’Italia?
– In un certo senso…
– Quindi è monarchico, è borbonico?
– Perché lei che è favore dell’unità d’Italia fatta dai Savoia, è monarchico e sabaudo?
– No, non lo sono. Io sono lombardo, figuriamoci. I Savoia erano piemontesi, mezzi francesi. Non corre buon sangue sul confine del Ticino. Io poi sono di sinistra. Però l’unità d’Italia è stata una gran bella cosa. Se lo lasci dire. È nel risorgimento che ci sono le idee della sinistra italiana, lo spirito di fratellanza e uguaglianza.
– Dal punto di vista del nord è stata sicuramente conveniente. Sulla seconda affermazione le faccio una domanda: crede che questo sia un paese di liberi e uguali?
– No, non lo credo, mi sembra scontato, ma le parlerò con franchezza: penso che senza l’Italia voi sareste ancora al medioevo.
– Le risponderò con altrettanta franchezza: Io penso che con l’Italia noi siamo tornati al medioevo. Per non uscirne più.
– Che assurdità. Davanti a un bambino, poi.
– Il bambino c’era anche prima, a dirla tutta. – Replico col sorrisetto impostato che mi viene storicamente bene e fa incazzare l’interlocutore. Sempre.
– A me piace l’Italia. La tifo. Ho anche la bandiera a casa. – S’intromette Marco.
– Anch’io ce l’ho, Marco. – Mento spudorato.

Preferirei avere quella della Juve, piuttosto. E questo la dice veramente tutta. Qualche tempo fa a piazza Dante a Napoli c’era una manifestazione per il centocinquantesimo anniversario dell’unità e tutti questi sinistromoderati che sventolavano il tricolore. Sarà pure diventato un simbolo antileghista e di sinistra, ma io me lo ricordo sempre sui bomber dei fasci. E i miei sette lettori sanno che sono un inguaribile nostalgico.

Comunque, a scanso di equivoci, la notte prima qualcuno aveva vergato la scritta W IL BRIGANTAGGIO, distribuendo le lettere lungo il colonnato che delimita la stessa piazza.

– Certo – Fa il nonno mantenendo invece la calma, mentre accarezza l’irsuta criniera leonina del giovane Marco -. L’Italia è la nostra nazione, da qui alla Sicilia, tutti dobbiamo tifarla. – E mi rivolge uno sguardo compiaciuto e assassino. Poi, continua: – Non sapevo che anche giù da voi ci fossero i leghisti.
– Non sono leghista, per l’amor del cielo, anch’io sono di sinistra.
– Se lo lasci dire: lei ha davvero le idee confuse.
– O forse ho letto cose che non hanno insegnato a scuola né a lei né a me.
– I vangeli apocrifi? – Ridacchia.
– No, Terroni di Pino Aprile.
– Ah beh, alura se l’ha detto il Pino Aprile siamo a posto… Comunque io non l’avrei usata quella parola lì, non son mica un leghista. Però se lei dice che terroni va bene, va bene così. – Tutto d’un fiato e senza un raddoppiamento fonosintattico che è un tratto tipico dell’italiano regionale del nord. Noi invece abbiamo l’opposta tendenza al raddoppiamento delle consonanti.
– Non mi crea particolare imbarazzo. È come quando i neri americani si chiamano tra loro niggers.
– Capisco.

Parli di neri e compare Sandiogou. Scopro che si chiama così un attimo dopo che ha provato a vendermi una cosa qualsiasi fra quelle che ha in mano. Perciò gli dico: – Non perdere tempo Sandiogou, non ho soldi.
Uagliò stamm ‘nguajat allor.. – E ride.

– Vede? – Dico rivolto al nonno – Se anche un ragazzo che viene dal… – “Senegal” – c’informa puntuale Sandiogou. – Ecco, se anche un ragazzo senegalese si accorge dopo due parole che sono napoletano vuol dire che c’è un’identità visibile, evidente. Non trova?
– Ma lei non farà mica il rito del Po a Posillipo con l’acqua di mare? Guardi che l’è salata. – Ridacchia lui, facendo ridere Marco e pure me.

Mi piace il vecchio compagno padano, lo ammetto. Innanzitutto perché ha mantenuto un’identità di sinistra, senza passare da pcista a carroccista, come in tanti hanno fatto negli anni lungo il corso del grande fiume. E poi apprezzo il tono tagliente, educato dalle infinite discussioni nelle case del popolo e le sezioni. Dialettico e affilato senza perdere la calma.

Certo, sembra di parlare con mio padre, quello che “Ok, il Sud va bene e tutto quello che vuoi, ma non mi toccare la Brigata Garibaldi”. Non è colpa loro. Non li biasimo per questo. La destra ha la sua mistica del risorgimento: il passato, l’impero, la patria. La sinistra quella degli ideali di uguaglianza, del sentimento antimonarchico e dell’idea di fratellanza.

In mezzo c’è il Sud. Migliaia di morti che nessuno si è preso la briga di contare ufficialmente, e una trentina di milioni di emigranti che diventano sempre di più anno dopo anno. Quelle ex Due Sicilie che ai destri meridionali fa paura nominare perché in conflitto con la patria “Schiava di Roma”; e ai loro omologhi sinistri perché rievoca per istinto i Borbone, tanto cattivi, e il nazionalismo. Come se poi sulla loro carta d’identità non ci fosse comunque segnata una nazionalità. Nel primo caso non è la loro. Nel secondo confligge con un’idea troppo vaga di internazionalismo.

– Lo comprate il braccialetto della fortuna? – Sandiogou tira fuori l’asso dalla manica e rientra a gamba tesa nella conversazione.
– No grazie. – Il nonno.
Sandiogù famme sta tranquillo. – Io.
– Bello il braccialetto della fortuna, me lo compri nonno? – Marco.

Sandiogou s’illumina di un sorriso soddisfatto mentre il buon nonnino tira fuori i danè e sborsa. Indifeso contro la tirannia desiderante del nipotino.

Poi Marco si stufa della nostra conversazione. Prende la borsa che il vecchio compagno ha poggiato per terra e apre la cerniera. Tira fuori il pallone e mi ordina: “giochiamo!”. E io rincorro l’ala sinistra dell’As Qualcosate su un prato verde nel cuore della pianura padana.

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5 commenti su “Lost in Padania

  1. Perché la verità è che c’è qualcosa che rimane quando riduci tutto ad una “altezza zero”. Qualcosa che rende inutile tutte le discussioni svelando d’improvviso un velo pesante, con un movimento leggero: Il buonsenso.

    Perché il buonsenso lo puoi condividere con tutti, anche con chi non la pensa come te e quando lo incontri ci entri in risonanza, ti scopri gl’occhi, e distruggi tutte le sovrastrutture di difesa che ti sei costruito, tornando capace di giocare a pallone, senza accorgertene, in un campo “nemico”. Giocando a pallone, non a calcio.

  2. In quest’articolo tre cose: la concezione media dell’Italia (bandiera, nazionale, tifo) e l’evidente limite della destra e della sinistra italiane, la prima ancora innamorata della favola del mito romano, la seconda capace di avere come ideale solo una rivoluzione borghese (e in quanto tale, per me, antipopolare) la cui attuazione è in pieno contrasto con gli ideali della stessa.

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