Edward Bunker: Redenzione di una canaglia

di Rosario Dello Iacovo

«Il miglior racconto sul crimine, scritto in prima persona, che abbia mai letto», così Quentin Tarantino ha definito “Come una bestia feroce” di Edward Bunker. Un’affermazione così convinta, che poi il regista pulp per eccellenza gli ha chiesto di interpretare Mr. Blue nelle Iene.

Sono certamente d’accordo col giudizio. Sia per lo straordinario livello del romanzo, e più in generale di tutta la sua produzione letteraria; che per la scelta di scrivere in prima persona. Anch’io la preferisco, pur non possedendo – nel migliore dei casi – che una microscopica briciola del suo talento. Naturalmente, e a scanso di ogni equivoco.

L’affermazione di Tarantino non sorprende: Bunker è considerato l’autore che più di ogni altro ha saputo raccontare il mondo del carcere e quello del crimine. Io, pur non negandola, la trovo però molto limitativa.

Innanzitutto, circoscrivere la sua vicenda al romanzo di genere mi sembra un’ingenerosa forzatura. Poi, non scorgere nei suoi romanzi la vibrazione potente che solo l’altissima letteratura sa produrre, mi sembra il frutto di un pregiudizio. O dell’incompetenza di qualche critico.

L’opera di Bunker è prima di ogni altra cosa un ineguagliabile affresco sulla condizione umana. Ci sono le paure, le passioni, la voglia di riscatto, ma anche l’ineluttabilità delle scelte sofferte, l’infamia e il tradimento, il rifiuto di essere accolto dal mondo degli onesti, al centro del suo universo.

Diciotto anni complessivi di carcere. L’affidamento ai servizi sociali della California già a cinque. Appena diciassettenne a San Quentin, il più giovane detenuto di sempre nel penitenziario più duro d’America. Cinque romanzi e cento racconti inviati agli editori dal carcere, pagando l’affrancatura con le donazioni di sangue, senza ricevere in cambio nient’altro che l’incitamento a continuare.

La storia di Edward Bunker testimonia che la redenzione è possibile. Ma una redenzione che non nega le scelte fatte, contestualizzandole nell’intreccio di eventi e condizioni che le hanno determinate. Una redenzione senza pentimento. Quanti di voi avranno già storto il naso a questo punto, leggendo il suo curriculum giudiziario? Quanti fra voi diranno che il talento, seppur geniale, non compensa sul piatto della bilancia i crimini commessi? Tanti, ne sono certo.

Io invece ci credo alla possibilità del riscatto. E anche al destino. Quando avevo otto anni rubai un atlante alla Standa. Chi di voi non ha rubato qualcosa da bambino? Io sì, in varie occasioni. A dieci anni con un mio coetaneo ci impossessammo di una strana busta contenente delle misteriose piantine verdi. Una rapina a tutti gli effetti, anche se all’epoca non sapevamo cosa fossero quelle piantine, né ci fosse chiara l’idea stessa del furto violento. A dodici, un lido nel basso Lazio ricevette una visita nottetempo dopo che qualcuno durante il giorno aveva sottratto le chiavi.

Nel mondo di Bunker, cresciuto da solo senza madre né padre, non ci sarebbero stati gli schiaffi paterni come punizione, ma i servizi sociali, il riformatorio, il carcere di massima sicurezza, i rilasci con la condizionale senza opportunità reali di cambiare vita. Quella stessa che tanti fra i miei amici d’infanzia hanno sperimentato. In qualche caso fino al tragico epilogo della morte.

Per questo io cerco sempre di valutare le persone collocando le loro azioni nel contesto in cui hanno vissuto. Non mi piacciono i giudizi facili, ancora meno i pregiudizi. Non mi piace interpretare la personalità di chi mi sta di fronte ricorrendo al metro senz’anima della reputazione. Perché spesso è alimentata da persone che non sarebbero nemmeno degne di pulire le scarpe a quelli che con le loro malelingue contribuiscono a infamare.

Come Bunker, penso che tempi duri producano uomini duri. Che il posto in cui cresci, le possibilità economiche e la condizione familiare, esercitino un’influenza più grande dei principi. È questo il motivo per il quale, a fronte di un’infanzia e un’adolescenza sostanzialmente simili, fra i miei amici di allora c’è chi è diventato commercialista e chi è morto sparato, chi fa l’avvocato e chi il camorrista.

Chi ce l’ha fatta, almeno a non finire in galera, aveva sempre una famiglia solida dietro. Genitori onesti, capaci di frapporsi come una diga che non cede fra le nostre piccole vite e il posto in cui siamo cresciuti. Gli altri invece avevano sempre delle storie terribili alle spalle: padri in galera, talvolta anche le madri, oppure ammazzati o latitanti.

C’era un ragazzo che a 14 anni veniva a scuola, alle medie, con un’Honda VT 500 Custom. Suo padre fu freddato qualche anno dopo in un agguato. A lui toccò la stessa sorte nel 1983. Aveva diciassette anni. Brillò nel cielo una sola notte, prima di spegnersi per sempre.

Per questo non amo dare giudizi affrettati sulle persone. Senza sapere perché hanno fatto una determinata scelta piuttosto che un’altra. E, soprattutto, credo nella possibilità del cambiamento. Lo ribadisco: a volte basta una scintilla, un’opportunità, una persona che ti fa rendere conto in un colpo solo che la vita può essere vissuta diversamente.

Nel caso di Edward Bunker, fu la pubblicazione da parte della Norton Press nel 1972 di “No beast so fierce”, edito poi in italiano col titolo “Come una bestia feroce”. Bastò un’occasione a un uomo che pur non aveva, per cause di forza maggiore, una grande istruzione. Che imparò a scrivere leggendo i grandi classici e con un corso di scrittura per corrispondenza, mentre era in galera.

Perciò, mi resterà sempre l’enorme rammarico di aver saputo solo il giorno dopo della sua venuta a Roma nel 2002, per un incontro col pubblico italiano. Se me l’avesse permesso, l’avrei abbracciato col doveroso rispetto di un figlio, di un fratello minore. Ma all’epoca avevo la testa altrove. Sperimentavo la mia personale educazione di una canaglia, con la quale dieci anni dopo qualcuno pretende ancora di giudicarmi.

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