Calcioscommesse: quello scandalo che non scandalizza più nessuno

di Rosario Dello Iacovo

Gli arresti erano da tempo nell’aria. Diciannove fra calciatori ed esponenti della criminalità organizzata internazionale. Mauri, Milanetto, Bertani, i nomi più celebri. Altrettanto eclatante la notizia dell’avviso di garanzia per l’allenatore della Juventus campione d’Italia, Antonio Conte, indagato per associazione a delinquere finalizzata alla truffa.

Avrei compiuto quattordici anni sei mesi dopo quel 23 aprile del 1980, quando il ciclone delle scommesse travolse per la prima volta il mondo del pallone. Aspettavo 90° minuto per guardare le immagini dello 0-0 fra Udinese e Napoli. Quello che vidi furono invece le volanti e le macchine della Finanza sulla pista d’atletica dell’Olimpico.

Finirono in manette o indagati, fra gli altri, alcuni fra i più famosi calciatori del tempo: Giordano, Wilson, Manfredonia, Albertosi, Casarsa, Della Martira, Paolo Rossi, Beppe Savoldi. L’Inter vinse lo scudetto, il Milan fu retrocesso in serie B per lo scandalo e furono comminate pesanti squalifiche. Fino a sei anni.

Il Napoli finì undicesimo, dopo il sesto posto della stagione precedente e il gran rifiuto di Paolo Rossi, il bomber di Argentina ’78, a vestire la casacca azzurra. Due i nostri giocatori indagati: Oscar Damiani, condannato a quattro mesi di squalifica, e Agostinelli che invece fu assolto.

Il club partenopeo dovette accontentarsi del consueto primato della maggiore affluenza allo stadio. Ben 55.535 in media, davanti all’Inter campione d’Italia che si fermò a 49.656. L’anno dopo sarebbe arrivato Krol, il primo posto con Juve e Roma a 35 punti a cinque giornate dalla fine, e la rovinosa sconfitta interna contro il Perugia già retrocesso, davanti a oltre 89000 spettatori paganti.

Allora esisteva solo la schedina. Il tredici, con la Lotteria Italia, il sogno nel cassetto degli italiani. Scommettere sulle singole o su un blocco minore di partite era invece illegale. Erano i tempi del clandestino, e a Napoli si poteva giocare ovunque.

Noi andavamo al corso Garibaldi, in una sala biliardo o in un’agenzia ippica, dove tenevano banco Filotto e Panarone, i due allibratori che bancavano le puntate. Si trattava di soprannomi, quelli veri non li ho mai saputi. Nel primo caso il riferimento rimandava al suo colpo migliore al biliardo. Nel secondo al grasso culo, un grosso paniere, che l’allibratore si portava dietro.

Filotto e Panarone, pur nella comunanza dei loro interessi, erano i capofila di due scuole di pensiero. Tanto nelle scommesse pallonare che in quelle sui cavalli, nelle quali indulgevamo in un’adolescenza iniziata troppo presto e un po’ turbolenta. E dire che allora non sapevo neanche chi fosse Charles Bukowski.

Che si scommettesse, quindi, lo sapevano tutti. Quello che non sapevamo, e che non osavamo nemmeno immaginare, era che le partite si potessero truccare. Il clandestino ci sembrava solo un totocalcio ridotto, più facile da giocare, anche se le piccole vincite non avrebbero cambiato la vita di nessuno. Io, by the way, non vincevo mai.

Da allora gli scandali periodici travolgono il mondo del pallone solo nei titoli dei giornali. La corruzione è diventata ormai strutturale e non scandalizza più nessuno. Anche se le scommesse nel frattempo sono diventate legali e quotidiane, in linea con il calendario spezzatino spalmato a livello internazionale dalla globalizzazione e la pay tv.

In quel 1980, nel quale mi apprestavo a compiere quattordici anni, i sogni di vera ricchezza passavano per la cruna sottile di un tredici milionario. Oggi la funzione si è trasferita al Superenalotto. Dello sgomento di una nazione, attonita di fronte ai campioni in manette il 23 marzo del 1980, invece non c’è traccia. La corruzione è diventata anche nel pallone l’orizzonte quotidiano di una normalità malsana.

Oggi Mauri, Milanetto e Bertani. Domani chissà. Fino al prossimo scandalo che non scandalizzerà più nemmeno i bambini.

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