23 novembre 1980: quando la terra tremò a casa nostra

di Rosario Dello Iacovo

Stamattina ero al quarto piano di un palazzo di Milano quando la terra si è messa a tremare. Avendo vissuto a Napoli per buona parte della mia vita ho una certa dimestichezza con i terremoti.

Perciò, quando ho avuto la sensazione che l’edificio stesse oscillando, ho alzato lo sguardo al lampadario. Il movimento frenetico a pendolo ha dissipato ogni dubbio. Poi non c’è stato bisogno nemmeno di quello, perché la scossa è stata lunga, intensa, e si avvertiva chiaramente.

Ho avuto paura, ovvio, ma come faccio sempre in situazioni di pericolo mi sono imposto di mantenere la calma. Mi sono posizionato vicino al muro che mi sembrava più solido e ho aspettato che finisse. Dopo di che ho messo le scarpe e sono sceso in strada.

Intanto qualche amico e la mia famiglia mi contattavano da Napoli per sapere se fosse tutto a posto. Fa piacere in queste situazioni ricevere manifestazioni d’affetto dalle persone che ti vogliono bene. Perché negarlo?

Qui non è stato come in Emilia, dove si sono verificati crolli e decessi, ma comunque la sensazione è stata così intensa da rimandarmi a quel 23 novembre del 1980, quando la terra tremò a casa nostra. Io avevo quattordici anni.

Era domenica e ricordo che faceva straordinariamente caldo per essere novembre. Mi trovavo al cinema Gloria, che con le sue due sale anticipava di molto quello che sarebbe diventato, ampliato, uno standard della moderna concezione delle sale cinematografiche. In seguito sarebbe diventato prima un cinema porno, poi più nulla. Se passate lungo la strada che conduce a piazza Ottocalli lo vedrete ancora chiuso decenni dopo.

Il secondo tempo di “Paura nella città dei morti viventi” era appena iniziato, saranno state le sette e mezzo di sera, e avvertii un ticchettio sotto la mia sedia. Come se qualcuno che calzava uno stivale di cuoio facesse battere la punta veloce, ritmicamente, contro il legno. Mi girai per vedere chi fosse, ma con mia grande sorpresa il posto dietro di me era vuoto.

Dalla sala poi si alzò un urlo di terrore: ‘o terramot, ‘o terramot. E non ci furono più dubbi: la paura si trasferì dalla finzione della città dei morti viventi alla concretezza della nostra Napoli. Lì ebbi modo di applicare per la prima volta il mio metodo nelle situazioni pericolose.

Invece di dirigermi nel branco verso l’uscita più vicina, presi quella alla sua sinistra. Distavano solo pochi metri, ma incredibilmente fui l’unico a farlo, perché il 99% della gente si accalcò sulla prima, col risultato di un deflusso molto più lento, panico e qualche arto spezzato.

Appena fuori, fui accolto dalla visione apocalittica della pioggia di vetro che dai palazzi di fronte cadeva in strada. La marcia verso piazza Carlo III, distante qualche centinaio di metri, avvenne con la colonna sonora di centinaia di piedi che calpestavano i frammenti. Questo il ricordo più nitido di quella serata.

Il resto, settimane passate a dormire in macchina, in attesa di sapere se il palazzo dove viveva la mia famiglia fosse pericolante; soluzioni di fortuna per le più elementari esigenze quotidiane; ma anche un grande senso di calore e comunità, intorno a quei fuochi che ardevano alti nella notte e ricordavano a tutti il destino comune.

Certo, a Napoli fummo fortunati perché ci furono solo due crolli e un numero relativamente ridotto di morti, rispetto alla devastazione dell’Irpina e della Basilicata, agli oltre tremila rimasti sotto le macerie. In ogni caso, sarebbero bastati pochi secondi in più o un sisma appena più forte per radere al suolo interi quartieri della città.

Non a caso moltissimi edifici furono danneggiati e decine di migliaia di napoletani costretti a spostarsi negli anni a venire dai campi container o dalle scuole occupate alle “167” che sorsero nei comuni dell’hinterland. Quasi tutta la famiglia di mio padre, dall’originaria zona di piazza Ottocalli, si ritrovò nelle “palazzine dei terremotati” di Sant’Antimo.

Oggi per fortuna, almeno qui in Lombardia, non è successo nulla di tutto questo. Anche se le immagini dei paesi emiliani tolgono il fiato. Un paese ad alto rischio sismico come l’Italia dovrebbe adottare una politica rigidissima sugli standard di sicurezza. Invece qui, una scossa che non arriva nemmeno al sesto grado di magnitudo provoca morti e milioni di euro di danni.

Ma eviterò polemiche scontate, non andando oltre questo accenno. Ora il pensiero e la solidarietà vanno alle persone colpite dalla tragedia, a chi ha perso la vita, a chi non ha più casa, a chi si ritroverà intorno ai fuochi che scaldano la notte, comprendendo che di fronte al dolore dobbiamo necessariamente essere tutti dalla stessa parte. Come stamattina in strada a Milano con persone di ogni nazionalità che si scambiavano informazioni senza badare all’accento e al colore della pelle.

Come i musulmani ritratti in preghiera per i morti di tutti. Un simbolo composto e silente della dignità umana.

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6 commenti su “23 novembre 1980: quando la terra tremò a casa nostra

  1. Ciao Rosario, sono di Napoli, ho la tua età (circa) anche io vedevo quel film… ricordo tutto ! quel rombo assordante provenire dal sottosuolo misto agli innumerevoli scricchiolii dei sedili (in legno) l’essere sballottati avanti e indietro, su e giù lentamente e nel frattempo il gigantesco tabellone oscillare ed incresparsi come un enorme bandiera…..la paura….la fuga, tornare subito a casa x vedere se il palazzo era ancora in piedi, le notti all’aperto, la solidarietà !! un in bocca al lupo a tutte le popolazioni colpite dal terremoto (noi del sud sappiamo cos’è il terremoto !!)

  2. Purtroppo la solidarietà scatta solo nei casi estremi e solo cosi ci ricordiamo di far parte tutti della stessa “razza”…

  3. io, invece , ero da mio padre con mio figlio di due anni e mio marito, eravamo andati a fargli visita..mio padre era a letto,mentre gli parlavo, vidi che il muro dietro di lui si spaccava a mo’ di elettrocardiogramma e sui vetri della finestra veniva giu’ una pioggia di calcinacci..non realizzai subito, quando accade che la terra trema, il terremoto è l’ ultima cosa che pensi, poi le urla, gli schiamazzi per le scale..mio padre era carabiniere, un uomo tutto di un pezzo, addestrato a mantenere il sangue freddo..allora si mise sotto lo stand della porta ,vietandoci di scendere le scale, era pericoloso, diceva..ma il terremoto incalzava..mio marito gli urlo’ contro e gli disse di spostarsi per dar modo a noi tutti di scappare, premetto che mio padre era affetto da artrosi e non era molto agile..ebbe’ non si è mai capito come fu proprio lui il primo ad arrivare nello spiazzale dello stadio , il posto piu’ vicino casa sua,e piu’ sicuro giacche’ non vi erano palazzi nei paraggi. Seguirono giorni e giorni di disagi..tutti a dormire in auto, non ricordo aiuti da protezione civile, nè ricordo che qualcuno abbia distribuito cibo o acqua..in quell’ accampamento eravamo tutti uniti come una grande famiglia e ci aiutavamo a vicenda, tutti a promettere di non lamentarsi piu’ della vita se mai avessero superato quell’ incubo e fossero tornati alla normalita’..ebbene, dopo un po’ si “normalizzo” tutto..(almeno per noi) e pure la gente, che pur ricordando, ricomincio’ a vivere, come prima e i buoni rimasero buoni e i cattivi sempre piu’ cattivi..eeeeh..camma fa..è la vita!!!!!!

  4. ciao io avevo cinque anni e vivevo a spacca napoli e ricordo quella sera come se fosse adesso ricordo un cielo scuro e i palazzi che sembravano che si davano la mano

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