Con il sole negli occhi

di Rosario Dello Iacovo

Gli spari risuonarono secchi. Una decina. Seguiti dal rumore di passi lanciati in corsa nella notte. Poi il rombo di moto che si allontanavano dalla città antica. Infine più nulla. Solo un corpo privo di vita. E una macchia di sangue che si allargava silenziosa e inesorabile sulle lastre laviche della pavimentazione stradale. Inondandole di rosso.

Il cadavere era quello di Luigi Cantelmo, trentaduenne reggente degli Izzo a Pretella. Alle spalle una carriera criminale senza macchia. Sotto tutela dei servizi sociali poco più che bambino. Poi il riformatorio. E il carcere di Poggio Imperiale a diciotto anni come un attestato da appendere al muro. Mai una parola di troppo, mai uno sgarro. Era un uomo di rispetto Luigi. E il suo un omicidio eccellente.

Davanti invece gli restò soltanto un funerale. Trascinato dai cavalli, avrebbe attraversato il quartiere nella deferenza delle saracinesche abbassate in segno di lutto. E un buco sotto terra. Dove sarebbe stato pasto per i vermi fino all’esaurimento della carne. Nel lento sbriciolarsi delle ossa e del timore che aveva saputo incutere in vita.

– Hanno sparato a Luigino. L’hanno ucciso – Urlò con quanto fiato aveva in corpo una voce femminile qualche istante dopo, mentre l’alba dipingeva di luce aspra e dolente il profilo dei palazzi. Un vento feroce spazzò il cielo, infilandosi nei vicoli stretti per trarne più vigore. Trasformò i rivoli di sangue in piccoli fiumi che scorsero veloci nello spazio compreso fra i lastroni.

Poi il caos. Striduli versi, lacrime, rabbia. Le donne provarono a tenere indietro i bambini. I figli sfuggirono alla presa con irruenza giovanile, per restare a guardare affascinati lo spettacolo della morte. Gli uomini promisero solenne vendetta. Una rappresentazione del dolore fin troppo plateale e didascalica per la mesta regolarità con la quale andava in scena nel quartiere di Pretella.

Cuore del centro storico, eppure non espropriato della sua popolazione originaria, come era avvenuto in quasi tutte le altre città del paese. Anzi, Pretella se ne stava arroccata a difendere il passato e il presente di una reputazione criminale. Di una condizione marginale che aveva attraversato la frontiera della modernità, passando dal contrabbando di sigarette allo spaccio di droga. Eroina e cocaina, più di ogni altra cosa. Con le basi di Pretella di sopra e quella di sotto, un tempo complementari, e ora avamposti di una guerra fratricida. Era esplosa ovunque, spaccando a metà come una mela la geografia cittadina dei clan. In mezzo, un fiume di denaro che gli inquirenti avevano rinunciato persino a quantificare.

Antò, hanno sparato a Luigino. – La voce di Massimo al telefono risuonò così funerea e agitata che il contenuto delle parole fu addirittura superfluo. Avrebbe potuto dire qualsiasi cosa.
– Come sta?
– È morto.
– Quando è successo?
– Un’ora fa. Vestiti che ti passo a prendere. Ce ne dobbiamo andare, non siamo più al sicuro. Fai la valigia e vieni vestito.

Con l’ultima affermazione non ci fu bisogno di aggiungere altro, sui cellulari serbi che usavano solo in occasioni d’emergenza. Né sulle modalità, a quel punto ininfluenti, né tantomeno sui mandanti, chiari come il cielo di una soleggiata mattina d’inverno. Erano in guerra.

Antonio restò col cellulare sospeso a mezz’aria, incredulo di fronte alla notizia che aveva appena appreso. Ma in quel momento a gettarlo nell’angoscia fu più il ricordo dell’amico che la preoccupazione per la propria sorte. Una reazione incosciente, se ne rese conto, perché la morte di Luigino era il segnale chiaro che si era alzato il tiro. Lui poteva essere il prossimo, e le prime ore dopo l’agguato erano le più propizie per battere il ferro ancora caldo.

Ma conosceva bene Luigino. E un insolito sentimento di pietà, che si riservava solo agli amici, a quelli dalla propria parte della barricata, si fece strada con insistenza nel suo petto. Un’amarezza che voleva per forza sciogliersi in lacrime. Gravide di sofferenza mista a collera, non tardarono a bagnargli il viso, nonostante i suoi tentativi di reprimerle. Non gli piaceva piangere, nemmeno quando si ritrovava a contemplare in assoluta solitudine lo spettacolo delle proprie debolezze. Non se lo poteva permettere.

La famiglia di Luigino era originaria di Pretella, ma si era trasferita a Terzigliano dopo il terremoto dell’Ottanta, in attesa che il Comune ristrutturasse la vecchia casa. Ma questo avvenne molto tempo dopo. Così tanto, che molti decisero di restare. Non Luigino, smanioso di riprendere il controllo di quel territorio che la sua famiglia governava da sempre. Non si trattò questa volta di un potere autonomo. La geografia dei poteri criminali si era sposata insieme ai terremotati dal centro verso le periferie. E se riprese a comandare a Pretella, non molto tempo dopo il suo ritorno, fu per conto degli Izzo, la più potente famiglia criminale dell’area metropolitana.

Il ruolo che gli era stato affidato non aveva però le caratteristiche della condizione gregaria. Luigino era nato per fare il capo, ne aveva tutte le caratteristiche. Un Cantelmo in ogni sfumatura del suo comportamento. Perciò Pretella era rimasta un feudo dove il feudatario contava più di un imperatore lontano, che anzi evitava accuratamente di intromettersi in quelle che erano considerate questioni interne di un utile alleato.

Antonio, Massimo e Luigino erano cresciuti insieme, e insieme avevano commesso i primi reati. Cose da poco, autoradio, ruote di scorta, benzina dalle macchine in sosta notturna. Ma certo inusuali per ragazzini di otto, nove, anni: quanti ne avevano quando tutto era iniziato. Poi l’ascesa, sempre dalla stessa parte. Le moto, le macchine sportive, i soldi, la coca, i festini e le puttane. Fino alla strada senza ritorno dell’omicidio.

Si ricordò la prima volta. Ignazio era un mezzo tossico e gli Izzo gli avevano affidato una base di poca importanza alle Arancioni, le palazzine popolari all’incrocio fra il corso di Terzigliano e la via che portava al centro. Verso Pretella e la città antica. Fu grazie al rispetto per suo padre, guardaspalle di Angelo Izzo, che per salvargli la vita in agguato perse la sua.

Ma Ignazio non sapeva, o fingeva di ignorare che quel credito non sarebbe stato infinito. I conti non tornavano, i soldi non erano mai quelli che avrebbero dovuto essere. Gestiva gli affari come se fossero cosa sua, Ignazio. E a Terzigliano, invece, era tutto degli Izzo, anche l’aria mefitica che veniva dalle discariche abusive ai limiti del quartiere. Dove un tempo c’era stata la campagna.

Fu a loro tre che venne affidato l’incarico, dopo una serie fin troppo lunga di avvertimenti dei quali potette beneficiare per l’antico credito e le parentele di sua madre. Cugina di secondo grado di Immacolata Izzo. Lo portarono in campagna, nell’alto casertano, dopo aver ottenuto il permesso dai clan locali, senza l’assenso dei quali da quelle parti non si sarebbe potuta muovere foglia. Figuriamoci ammazzare un infame, come Ignazio era diventato.

A lui raccontarono che dovevano vedere delle terre, dove la famiglia avrebbe voluto impiantare dei caseifici. Sembrò crederci, erano cresciuti insieme, di loro si fidava, per quanto fosse consapevole che aveva più di uno scheletro nell’armadio. Poi, arrivati sul posto, capì. Si buttò in ginocchio ma non per implorare. Chiese il permesso di farsi l’ultima pippata. Lo ottenne. Dopo fu Antonio a sparare per primo, seguito dai colpi altrettanto silenziati degli altri due. Il cadavere sparì in un trogolo, dove i maiali lasciati a digiuno da giorni non lasciarono neanche le ossa. Solo una macchia di sangue da lavare via.

Il suono del citofono interruppe il flusso dei ricordi.

– Scendi, fai presto. Faccio un giro del palazzo. Tu resta nell’androne, appena ripasso esci e corri subito in macchina. – La voce di Massimo lo riportò alla dura realtà della guerra che stavano per combattere.

Eseguì le istruzioni alla lettera, tenendosi schiacciato nell’angolo del portone finché non vide la Punto nera frenare di botto lì davanti. Si stupì che Massimo non fosse venuto con l’R8, ma poi si disse che era meglio così: avrebbero dato meno nell’occhio, là dove erano diretti. Perciò corse e in un attimo fu dentro. Preoccupato dalla piega che stavano prendendo gli eventi, ma anche eccitato dall’adrenalina che ora gli pompava il sangue più veloce. Coi polmoni a respirare avidamente l’aria.

– Dove andiamo? – Chiese.
– Dopo Avellino. In montagna. Abbiamo un rifugio sicuro. – Fu la risposta secca, quasi sgarbata. Ma la attribuì al nervosismo del momento, e il tono gli sembrò quello giusto nella situazione in cui si trovavano. Senza bisogno di parole inutili. Erano così lui e Massimo, uomini concreti, che alle chiacchiere avevano sempre preferito i fatti. Non come quei ragazzini dell’ultima generazione che erano tutta apparenza. Volevano fare i boss, contestavano l’autorità degli anziani, di quelli che avevano costruito un impero criminale. Pietra su pietra, chilo dopo chilo, ammazzando solo quando era necessario.

– Siamo stati noi uccidere Luigino, eh? – Chiese all’amico alla guida, che indossava occhiali scuri e un vestito grigio antracite, con la camicia di seta bianca.
– Per forza. Questi muccosi degli Izzo stanno scatenando il panico. Da quando hanno arrestato Don Angelo, Michelino sta facendo solo guai.
– Eh, lo so, lo so. – Annuì grave Antonio. – Si è messo in testa di levare di mezzo i vecchi accordi. Di mettere tutti i capozona a stipendio fisso. Dice che così funziona la criminalità moderna, che lui è un imprenditore.
– Sì, per questo ha iniziato da Luigino, che era un vero boss più che un capozona. Pretella la comandava lui, anche se è sempre stato fedele alla famiglia.
– E tu che ne pensi? Luigino era amico nostro, non se lo meritava. È stata un’infamità. – Disse Antonio sorprendendosi di usare per la prima volta nella sua vita un tono così netto nei confronti di un Izzo.
– Io non ne penso niente, Antò. Quello che mi dicono di fare io faccio. E finché Don Angelo non mi dice il contrario sto con Michelino.
– Ci vorrei parlare con Don Angelo. Vorrei proprio vedere con quale faccia mi direbbe che abbiamo fatto bene…
– Con Don Angelo? E che ci parleresti a fare? Perché secondo te Michelino gli ha chiesto qualcosa? Quello fa come gli dice la testa. Il padre adesso può solo cercare di mettere pace, ma se vuoi proprio sapere come la penso: è troppo tardi. Il fratello di Luigino ha giurato vendetta, non vuole sapere niente. E intorno a lui si riuniranno gli scontenti. Siamo in guerra Antò, prepariamoci a combattere.
– Non mi sono mai tirato indietro, lo sai, ma stavolta non mi sento di stare dalla parte giusta. Dalla parte di un muccusiello di ventisei anni che si è messo in testa di cambiare regole che valgono da sempre. A quello l’hanno rovinato la coca e le ucraine. Ha perso la testa, anche se si chiama Michele Izzo.
– Non sono questioni che ci riguardano. – Replicò piccato Massimo, che dopo aver guardato nello specchietto, mise la freccia ed entrò nella stazione di servizio. – Antò fai il pieno che io faccio una pisciata al volo. – Gli disse mentre usciva dalla macchina.
– Ok, fai presto.

Il viaggio durò più o meno un’altra ora. Usciti dal casello si arrampicarono sui Monti Picentini. Infine, dopo aver percorso un lungo sentiero non asfaltato, giunsero a un casolare perso nel nulla. Da lassù si godeva una vista straordinaria. L’aria profumava di fresco, di pulito. Il mare sembrava brillare di luce propria in lontananza. Abbagliante. Antonio avrebbe voluto restare lì per sempre.

Nemmeno si accorse della nove per ventuno puntata alla testa. Altrimenti avrebbe capito che nel bagno di quell’autogrill era arrivata telefonicamente la sua condanna a morte.

Poi Massimo sparò tre volte. E Antonio se ne andò col sole negli occhi. Fu l’ultima cosa che vide.

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Co'Sang – Amic Nemic di Stirpenova

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