Alex vive a sud di nessun nord

«Sento il dolore che mi si arrampica addosso. È come una seconda pelle. Vorrei potermela sfilare come fanno i serpenti.» Charles Bukowski, “A Sud di nessun Nord”

di Rosario Dello Iacovo

– Ciao, posso chiederti una cosa?
– Certo, mi dica. – Mi fa con l’aria impacciata, mettendo per un attimo da parte lo spazzolone col quale sta lavando di buona lena l’androne del palazzo.

Avrà tredici, quattordici, anni al massimo. Accento del nord e carnagione chiara, sembra uscito dal villaggio di Asterix, con quei capelli rossi ispidi e le lentiggini che gli punteggiano l’espressione timida. La maglia rossonera di Pato completa il quadro, sopra i jeans scoloriti e un paio di vecchie scarpette di una marca sconosciuta.

– Niente, volevo chiederti se ti occupavi anche di appartamenti o solo di condomini. Abito qui da poco e non sono molto bravo a pulire. Mi viene meglio sporcare. – Gli dico col risolino imbarazzato, come mi capita sempre quando devo ammettere una mia inadeguatezza. Una qualunque.

Lui sghignazza, complice, come a non farmi pesare la cosa. Poi col palmo della mano aperto mi fa segno di aspettare, intanto che si dirige all’interno e urla: – Maaammaaa – rivolgendo la testa verso la tromba delle scale.
– Che c’è Alex? – Risponde un urlo dall’alto.
– Puoi venire un attimo che un signore vuole parlarti?
– Arrivo.

Lo scambio di battute, che avviene fra un piano e l’altro, fa piazza pulita in un colpo solo dei luoghi comuni sulla compostezza padana. La povertà è uguale dappertutto. E pure i poveri.

– Un attimo, – mi dice, una volta tornato sui suoi passi – così chiede direttamente a lei.
– Grazie, caro. Come ti chiami?
– Alex.
– Quanti anni hai?
– Ne compio quindici oggi.
– Beh, allora tanti auguri Alex. – Gli faccio fingendomi allegro. In realtà la tristezza, che negli ultimi tempi mi porto sempre in tasca, ne approfitta immediatamente per tirare fuori la testa e presentarmi il vecchio conto. Ma stavolta non è un pretesto, ha ragione: bel modo di merda di festeggiare il proprio compleanno.

– Grazie. – Risponde lui, e intanto ha già ripreso a tirare a lucido il pavimento.
– Non vai a scuola Alex?
– Ho finito l’anno scorso la terza media. Poi a mamma serviva una mano e ho cominciato a lavorare con lei. Tanto oggi pure se studi, alla fine sei sempre disoccupato. – Chiosa con una saggezza da luogo comune alla quale chissà se crede davvero.

– Già. – Dico io mentendo, perché penso che un ragazzino dovrebbe avere sempre la possibilità di essere altro. Di diventare quello che desiderava appena qualche anno prima.

La cosa mi fa venire in mente certi discorsi su Due Sicilie, indipendenza e cazzi vari. Cioè, che il nord sia più ricco del sud è fuori discussione, ma quanti figli di papà a casa nostra fanno la vita di Alex? Nessuno. Nemmeno quelli della stessa estrazione sociale che fanno gli alternativi e i comunisti a cazzo, e si riempiono la bocca di presuntuose stronzate. Come se custodissero la verità e la purezza intrinseca di ogni singola cosa. Dovrebbero chiuderlo quel cesso, invece. Levarsi il cappello di fronte alla vita degli Alex. E pure di fronte a quelli che ancora bambini fanno le scarpe che poi loro si mettono ai piedi, sotto i pantaloni sudici per trascinare in giro le loro esistenze inutili. Dovrebbero genuflettersi e chiedere scusa ai ragazzi dei call center, che nel tempo libero corrono a casa a studiare solo perché vogliono un’opportunità per essere altro. E la inseguono con la tenacia feroce di chi sa di avere solo se stesso e la propria determinazione.

Mentre ci penso, la madre arriva ansimante dalle scale, scendendo gradino dopo gradino a passo veloce.

– Piacere Paola. – Porgendomi la mano.
– Piacere Rosario. – Ricambio con una certa difficoltà la stretta vigorosa.

Sbrigati i convenevoli, sono io a parlare per primo.

– Le volevo chiedere…
– Mi dia del tu, non c’è problema.- Mi interrompe.
– Per me va benissimo, ma a patto che lo faccia anche tu. – Poi continuo, mentre lei assente col movimento del capo – Ti volevo chiedere se pulivate anche le case.
– Certo, non ci sono problemi. Qui finiremo fra un’oretta, poi abbiamo il palazzo di fronte e dopo posso mandarti Alex. Diciamo verso le 15, ti va bene?
– Sì, va benissimo.
– Ti dispiace se diamo un’occhiata in casa per vedere cosa c’è da fare?
– Assolutamente no. Anzi, è perfetto. – Le dico mentre premo il tasto per chiamare l’ascensore.

Paola avrà la mia età, ma ha l’aria sciupata di chi ha passato una vita su e giù a pulire la merda degli altri. Qualche capello bianco spunta dalla tinta nera a buon mercato. Soprattutto alla radice. Ha rughe profonde, mani callose, lo sguardo duro che racconta di un uomo che se n’è andato. Chissà, forse è successo quando gli ha detto che aspettava Alex. Oppure sarà stata lei a lasciarlo, stanca della sua frustrazione violenta? O magari è morto, lasciandole il peso di tirare avanti e crescere un bambino con le lentiggini e i capelli rossi, che a quindici anni è costretto a lavare le scale. Qualsiasi sia, un motivo c’è. Ne sono certo, e la sua espressione d’acciaio me lo conferma a ogni sguardo.

Quando l’ascensore si ferma al piano riesco finalmente a chiudere il rubinetto dei pensieri. Ormai è una guerra che perdo ogni giorno, nonostante tutti gli sforzi per combatterla. Le faccio strada e mi dirigo verso la porta, aprendola. Entrati in casa dà un’occhiata sommaria: – Ci vorranno un paio d’ore – sentenzia con occhio esperto pochi istanti dopo. Io le dico che va bene. Mi chiede sette euro all’ora. Annuisco, qui a Milano chiedono quasi tutti dieci, e comunque glieli avrei dati senza problemi.

Poi mi congedo, per andare a fare la spesa, ma prima chiedo a Paola:

– Sei proprio di Milano?
– Di Busto Arsizio, da generazioni.

Mi piacerebbe che ci fosse un sostenitore qualunque di certe posizioni sudiste, che ogni tanto vedo strombazzare sui forum una litania a base di noi e loro. Dovrei sentirmi noi con un napoletano che gira in Porsche e considerare loro Alex e Paola? Si fotta chi lo pensa. Io credo che ci siano cose più importanti dell’accento col quale pronunciamo le parole. Erano noi i celerini a Genova? E se erano noi perché tiravano ad ammazzarmi anche se parlavano col mio stesso accento? Le questioni sono sempre complesse, al dato territoriale va incrociato quello sociale. Di classe, avrei detto quando ero ancora comunista. Quando credevo ancora in qualcosa. Tuttavia una cosa la so pure adesso che non sono più niente: il nazionalismo ottuso, senza giustizia, resta comunque una montagna di merda. Qualsiasi sia la bandiera che pretende di sventolare.

Un minuto prima delle tre di pomeriggio, con la puntualità di cui ero certo, Alex si presenta alla porta.

– Ciao Alex.
– Ciao.
– Senti, mi spiace ma ho un impegno improvviso, non posso restare a casa.
– E come facciamo? – Mi chiede smarrito, e la sua insicurezza mi stringe il cuore.

Ma io so cosa è giusto fare, ci ho pensato tutto il tempo.

– Prendi questa busta e fai come se avessi lavorato. È colpa mia, ma l’ho saputo solo pochi minuti fa, non avrei nemmeno fatto in tempo ad avvisarti.
– Ma… posso venire domani… – Azzarda lui.
– No, domani parto, torno a Napoli. Magari la prossima volta.
– Grazie, ma mi sento in imbarazzo. – E arrossisce visibilmente.
– Non preoccuparti. Non c’è nessun problema. Ah, ancora buon compleanno. E salutami Pato e la mamma. – Gli dico sorridendo.

Alex ricambia il sorriso, ma c’è un velo che forse è tristezza nei suoi occhi. Non riesco a guardarli, perciò chiudo la porta e rientro in casa. Ho cinquanta euro in meno, ma nessuno è nato per essere servo. Nemmeno mia nonna che ha aspettato di morire lustrando le case degli altri. Alex vivrà un pomeriggio normale, come un ragazzino della sua età, e oggi la mia merda me la pulisco da solo. Come dovremmo fare tutti. Come dovrebbe essere sempre.

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7 commenti su “Alex vive a sud di nessun nord

  1. Alex è un ragazzo che fa una vita di certo non adatta alla sua età, e che meriterebbe sicuramente ben altro. Come lui, purtroppo, ce ne sono molti altri in tanti, troppi angoli della terra. Non vedo questo cosa c’entri con quelli che qui vengono chiamati “sudisti”, che non mi pare siano affetti dal morbo del “vittimismo”- del quale invece molti li accusano – e che non mi sembra si considerino gli unici maltrattati della terra. Al contrario. Il “noi e loro” qui citato, che spesso al nord si declina nel senso di:” noi lavoriamo, noi siamo migliori, noi siamo duri e puri”, per quelli qui definiti “sudisti” si declina nel: “non è vero, anche noi lavoriamo, non siamo nè migliori nè peggiori di voi, le magagne ci sono ovunque, e siamo stufi di essere considerati l’origine e la possibile fine di tutti i mali”. Grazie per avercelo confermato.

  2. Molto bello, il gesto finale è lo stesso che avrei fatto anche io.
    Penso però che la distinzione “noi” – “loro” esista. E spesso è portata avanti più da “loro” che da “noi”.
    Come dici tu, la distinzione non dovrebbe essere di accento ma di classe, anzi la distinzione non dovrebbe proprio esistere, dovremmo essere tutti allo stesso piano e sopratutto dovremmo avere tutti le stesse possibilità!!

  3. grande Rosario……una lettura che mi ha dato emozioni e mi ha veramente fatto capire cosa provavi in quei momenti….grande gesto….normale per noi ma non per altri…..purtroppo e’ il sistema che ci incatena…..una mamma single soprattutto

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