Running hard around my life

di Rosario Dello Iacovo

‘On Salvatò, alùra? E che se fa? – Chiedo in un improbabile fritto misto di idiomi, accompagnando la frase con le mani chiuse a cuppetiello, agitandole dal basso verso l’alto.
Eh, picciò, mi stavo pigliando il caffè… – Risponde svogliato.
– E un grappino. – Aggiungo facendogli l’occhiolino.
– E beh, per forza. – Annuisce felice come una pasqua il buon vegliardo.

È il custode del parchetto sotto casa dove vado a correre in padanistan, e fosse una volta che lo apre puntuale, lo stronzone. Ha sessantasei anni, vive qua da quarantacinque e parla una lingua veramente strana. Originario di Partinico, non ha perso il sostrato originario siculo, ma sopra ci ha cosparso senza badare a spese un improbabile milanese, un po’ di dialetti del sud, e tanto linguaggio della televisione.

Don Salvatore è basso e chiatto, con i capelli bianchi che gli cingono la testa a mo’ di aureola. Non che sia un santo, capiamoci. Semplicemente, ce l’ha solo di lato e dietro. E in mezzo una bella piazzetta lucida dove un uccello a caso, fra quelli che ci cinguettano sulla testa, ci cacherebbe volentieri. Ne sono proprio sicuro.

– Che ore sono picciò? – Sbadigliandomi in faccia.
– Le otto e cinque ‘o zi, e ti ricordo che dovresti aprire alle otto. – Lo cazzéo mentre faccio stretching per i polpacci. Appoggiato con le mani al muretto, i piedi dritti e le gambe allungate all’indietro, spingo ritmicamente col bacino verso terra come se mi stessi scopando l’aria. Ma vi garantisco che non dà alcuna soddisfazione, nel caso vi fosse venuta voglia di provare. Solo un cazzo di dolore ai muscoli che, nonostante il superlavoro degli ultimi mesi, si ricordano perfettamente gli anni di fancazzismo armato ai quali li ho costretti.

– Miii e come sei diventato preciso. Uagliò a te la padania ti fa male. Cinque minuti sono, e che succede se corri cinque minuti dopo, ti mettono la multa? – E sghignazza come se avesse fatto chissà quale battuta, il vecchio stronzo. Alla fine apre, poi con un movimento circolare del braccio e la mano protesa mi fa: – È tutto tuo, divertiti. – E si incammina di nuovo verso il bar.

Chiamarlo parco, ma anche parchetto, forse è un tantino pretenzioso. È un quadrato del cazzo di trenta, forse quaranta metri per lato, circondato da alberi. Al centro c’è una specie di radura nella quale si ergono uno scivolo e un’altalena. Poi, altre piante. Ma non chiedetemi i nomi: sono troppo ignorante a livello di alberi. E pure di uccelli. A Terzigliano, dove sono nato e cresciuto, più che una rarità sono una fantasia. I più vicini distano un paio di chilometri e sono palme. Poi conosco quelli più comuni, che so, il pino, l’albero di natale. E poi? Basta così, non ne so un cazzo, credetemi.

Cioè, potrei dirvi che sono tigli, olmi, frassini. Se non fosse che l’ho letto su google e se mi chiedeste la differenza fra loro, mi esibirei nel numero leggendario che eseguivo fin dai tempi del liceo, perfezionandolo una volta giunto all’università. Iniziavo sempre prendendola alla lontana. Così distante che non si capiva mai quale fosse il collegamento fra la risposta e la domanda formulatami. Però la sfangavo sempre, avevo un certo talento dialettico ai tempi in cui ero Vladimir I, monarca di Terzigliano e ragazzo dall’avvenire lastricato d’oro e buone intenzioni. Allo stesso modo, non saprei distinguere una rondine da un passero. Solitario o meno che sia. Però conosco i gabbiani, e che cazzo: a Napoli si vedono sempre.

Inizio a camminare, secondo il metodo che in questi mesi ho testato su me stesso. Due minuti così e due minuti corro. Di fila, senza fermarmi per un’ora. Qualche fanatico del jogging, che si trovasse a passare da queste parti adesso, mi guarderebbe compassionevole irridendo la mia scarsa resistenza. Ma farebbe bene a farlo di nascosto, perché da quando mi alleno sono diventato una macchina da guerra. Datemi un bersaglio e gli romperò il culo.

Non lo sono però i tre ragazzi magrebini, Driss, Noureddine e Said, che passano all’esterno diretti verso la metro. Li conosco da qualche giorno e fra noi è nata una certa complicità a pelle. Napoli di qua e Napoli di là. E Napoli è come il Marocco. E c’ho il cugino a Napoli a piazza Garibaldi. Cose così, insomma, che li autorizzano a pigliarmi per il culo cantandomi Curre Curre Guagliò dei vecchi 99 Posse.

– Dove andate stronzi? – Gli urlo mentre completo i primi giri.
– A lavorare, mica siamo napoletani come te che non c’hai voglia di fare un cazzo. – Replica ridendo Said.
– Bastardi leghisti. – Ghigno, iniziando a correre. Lui mi manda a fare in culo con un gesto della mano. Io rispondo agitando la mia.

I primi minuti sono sempre i più duri. Pago dazio per le quaranta sigarette che fumo ogni santo giorno e i muscoli che devono essere alimentati con uno di quei vecchi motori diesel di una volta. Hanno bisogno di tempo per scaldarsi e dare il meglio di se stessi. Certo, se non fumassi sarebbe meglio. Ma non bevo, non fumo erbaccia e hashish, non inalo munnezza da mesi, qualche vizio me lo vorrete concedere, suppongo. O devo aprire il balcone e buttarmi di sotto?

E anche se non foste particolarmente indulgenti, onesto? Me ne passerebbe proprio per il cazzo. Sono stufo di gente che si mette lì e mi fa la morale. Come dice un Wu Ming in “54”, bisogna assicurarsi che il pulpito sia all’altezza della predica. Nel novantanove per cento dei casi, intorno a me vedo nani e ballerine. Senza togliere nulla agli uni, né tantomeno alle altre.

Napoli è una città particolare. C’è sempre chi ha qualcosa da dire. Ma pure anni dopo. È come quando tiri una pietra nello stagno: chi si trova vicino viene investito subito dalla piccola onda che si genera, chi è lontano ne avverte solo in seguito gli effetti. Così, c’è ancora qualche stronzo che si riempie la bocca con frasi tipo: “Vuole fare il comunista e c’ha la Bmw”. Se non fosse, che ce l’avevo nel 1995, una 318 IS coupé. E per fortuna, nel 2002, avevo già smesso di andare in giro e i bagordi me li facevo per cazzi miei chiuso in casa da solo.

Così molte malelingue ignorano che ho avuto anche una Bima, come chiamano la Bmw a Londra, 323 CI, sei cilindri, che per fare il giro del palazzo ci volevano dieci fottuti euro di benzina. Quando costava meno la metà di adesso, chiaramente. Ciò nonostante, qualche corvo dovette vederla, perché poi me la rubarono provocandomi una fitta al cuore che si rinnova ogni volta che ne vedo una.

Ma poi, credetemi, i ragazzi di origine popolare come me non mi hanno mai detto un cazzo. Sanno che venivamo dalle 600 dei nostri nonni e dalle 127 dei nostri padri. Gli invidiosi pettegoli erano sempre i supercomunisti dei quartieri alti. Quelli che se li vedeva un barbone, gli metteva cinquanta centesimi in mano mosso a pietà. Ma in realtà venivano da famiglie sfondate di soldi. Altro che la fottuta Bima, c’avevano proprio le case da un milione di euro, e il plurale non è casuale, perché non ne avevano mai una sola. Talvolta pure la servitù.

Ma tutto questo non era immorale. Era invece intollerabile che il figlio e nipote di un operaio potesse andare in giro in macchine da cinquanta milioni prima e trentacinquemila euro dopo, anche se se le era comprate senza chiedere niente a nessuno, perché nessuno avrebbe potuto soddisfare i suoi capricci se non se stesso. Supercomunisti sì, ma a patto che fossero sempre un passo davanti a noi. La classe non è acqua, giusto? Manica di coglioni rottinculo, sudici sotto quei dreads del cazzo.

Sono gli stessi che all’epoca non facevano altro che spettegolare sul fatto che noi ci facessimo la coca. Certo, però loro avrebbero accoltellato il miglior amico per essere invitati. Questo, nei racconti accompagnati da mossette e moine patetiche che pretenderebbero di essere ammiccanti, se lo dimenticano sempre. E non tiravano mai fuori una lira, perché più sono ricchi e più sono degli avari di merda. Ma loro sono immuni, sono puri come acqua di fonte, mica vengono dai ghetti, non hanno avuto l’ardire – come noi – di alzare la testa ben più in alto di quanto abbiano fatto i nostri padri. Facendo un sacco di cazzate, sia chiaro. Ma eravamo gli unici giudici di noi stessi, i soli artefici del nostro destino. Qualunque fosse stato.

Correndo noto un po’ di cose. La superficie di ghiaia è abbastanza sporca. A terra ci sono pacchetti di sigarette vuoti e altre schifezze. Un camel lights da dieci, un marlboro medium, un merit (cazzo c’è ancora chi le fuma), un paio di pacchetti di Rizla, una pallina di plastica ricavata da una busta della spesa, svuotata della coca che conteneva. Insomma, potrebbero tenerlo un po’ meglio sto parchetto, visto che ci vengono un sacco di bambini. Oltre ai tossici che lasciano le loro tracce evidenti fra l’erba e le panchine.

Proprio su una di queste leggo alcune frasi. “Ti amo 27/09/2011”, beh anch’io, le date corrispondono. “Sono passati sette mesi e ti amo ancora”, e non so se interpretarlo come il segno di un amore incondizionato o una maledizione lanciata sulla povera mano che ha vergato il rudimentale graffito. “Sei una stronza, ti avevo chiesto solo la verità”, qui resto un attimo perplesso. Poi mi dico che non lo sottoscrivo, perché in questa nuova fase della mia vita lascio che siano gli altri, eventualmente, a sbagliare. Io di sbagli ne ho commessi così tanti che per pagarli tutti dovrei credere nella reincarnazione. E non sono il tipo.

Corsa e camminata durano un’ora precisa. Sono contento di riuscire a rispettare ogni volta la tabella di marcia che mi sono prefisso. Fa parte del mio percorso di autodisciplina, in cui mi immaginerei monaco guerriero, se non mi stessero profondamente sul cazzo tutti i discorsi sulla spiritualità, e l’equilibrio interiore, e la pace dei sensi, eccetera, eccetera, eccetera. Dopo faccio tre serie di venti addominali, incastrando i piedi sotto lo scivolo e alternandoli al crunch, che spacca veramente il culo. Poi tre serie di flessioni. Il tutto senza mai toccare terra, né con la schiena, né con il petto.

Infine mi rialzo. Mi levo l’erba di dosso paccariandomi la felpa Umbro col cappuccio e i pantaloncini lunghi Adidas. Passo davanti al bar, dove fuori se ne sta Paco, il dobermann di Daniela, legato e solo come un cane. Gioco un po’ con lui che mi ha preso in simpatia e mi ricordo Bones e Chica, cani della stessa razza, appartenuti a un mio fraterno amico e morti da anni. Infine entro, dico a Daniela di farmi un caffè doppio e mi siedo al tavolo dei vegliardi, dove troneggia Don Salvatore I da Partinico.

Poi vado a casa e faccio i bagagli. Oggi torno a Napoli. Nonostante tutti gli stronzi pettegoli e giudici autoproclamati, resta la mia città. Il luogo della mia anima.

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