Frega un cazzo, socio

di Rosario Dello Iacovo

Butto l’occhio alla partita e vedo che la Repubblica Ceca ha accorciato le distanze. Io qua tifo Russia, non se ne parla proprio. Ma più in generale ai mondiali e agli europei tifo Inghilterra. E che ti sento subito dopo se non due inglesi che commentano il goal? Hanno l’accento del nord. Me ne accorgo sempre, ma a meno che non siano di Liverpool o di Sheffield è difficile che sappia individuare la città con precisione. English, mates, innit? Gli chiedo. Mancs è la risposta. Gli dico che ci sono stato un paio di volte. Loro mi chiedono se mi piace. Io faccio sì sì con la capoccia, mentre ordino una coca zero. Che fine dimmerda. Poi gli sparo un sorrisone dichiarando il mio amore per Liverpool. E naturalmente mi fanno la faccia schifata, mandando a fare in culo me e loro. Ma è tutto un gioco di ruoli.

Che so, parli con un fiorentino e gli dici che preferisci Pisa. Con un catanese e fai Bella Palermo. Con un laziale e mentre stai per dire che preferisci la Roma la voce ti si strozza in gola perché una puttanata così non ce la fai proprio a dirla. Sempre romani sono, e che cazzo. Poi quando di mezzo c’è il footbal, il fitba, come lo chiamano i jocks, gli scozzesi, o il fottuto pallone, queste manfrine campaniliste assumono sempre quello zic in più che fa pariare. Non so a voi, ma a me fa pariare.

Cazzo ci fate a Napoli, soci? Gli chiedo nel mio inglese partenopeo della regina di sto cazzo beato. Holiday, rispondono Carl e Steve. Sorrento and Napoli. Questo mi piace degli inglesi, che fanno sempre le stesse cose, regalandoti quelle certezze delle quali pur hai bisogno nella vita. Piacere Rosario, Ross, Roy, call me as you want, mates. Consapevole che a mettergli troppe R gli mando in culo la pronuncia. Nice to meet you. Ci diciamo mentre facciamo le presentazioni ufficiali come i bravi ometti che siamo. Hanno più o meno la mia età e sono vestiti bene. Polo Lacoste Carl, camicia Armani Steve. Entrambi bermuda e sneakers bianche. Insomma, c’hanno tutto quell’armamentarietto da vecchio ragazzo del football e questo, chiaramente, depone a loro favore.

Quando gioca l’Inghilterra? Frega un cazzo dell’Inghilterra, socio. Mi dicono loro. Sta cosa stupirebbe più di un italiano, perché l’italiota campa di luoghi comuni e quindi secondo lui gli inglesi sono tutti union jack sulle spalle, pinta in mano e pedalare. Che poi la vecchia union non se la incula più nessuno. Croce di San Giorgio, amico, anche se poi a finale è bandiera di Genova che gli inglesi si comprarono per acquisire i privilegi della repubblica marinara.

A me mi piace l’Inghilterra. Dico ai due Mancs qua, che la birra in mano ce l’hanno. Anzi, sul tavolo. Due Nastro, che non so perché a loro gli piace sempre tanto. A me la birra mi fa cacare. Io ai tempi in cui bevevo andavo di scotch liscio. Preciso. Ma mo’ mi bevo la coca zero come un coglione qualunque che sta per scendere sotto i settanta chili di peso addentrandosi nella terra di nessuno dei sessanta. Che succede quando pesi, che so, sessantotto chili? Lo sa il cazzo. A me è successo così tanto tempo fa che non ho nemmeno un paio di jeans che se lo ricordano. Figuratevi io. A pro di che, poi? Tanto mi arrivano sempre gli stessi messaggi. Lugubri come un canto di morte che appena esce quella lenzetella di sole ti avvertono inesorabili che era proprio l’ultima che ti potessi godere. E che ti credevi cos’era? Se non fosse che a me la pioggia mi piace pure, è il sole che mi fa cacare. Ma non è questo il punto. E che cazzo!

Naaah, fa Carl, l’Inghilterra è roba da southerners finocchi, wankers di sta minchia. Cioè, spiega, al nord la nazionale è meno seguita. Col cazzo, rispondo io, e gli Oldham? E i City? La seguono, altro che se non la seguono. Anche se lo so che comunque il sentimento patriottico è più un fatto di cockneys e contadini del Kent e del Surray. Wankers, segaioli, appunto, ribadisce Carl che se la ride. E l’Italia? Mi fa Steve. Frega un cazzo dell’Italia, socio. Mo’ tocca a loro fare la faccia dei bambini stupiti. Gli mostro il tatuaggio sul braccio con le Due Sicilie e gli spiego tutta la tarantella della colonizzazione, dell’unità di sto cazzo, dei centocinquantanni, che intanto sono diventati centocinquantuno e quest’anno che è passato a me mi è andato in culo dritto come il palo di un mandingo.

Mi fa cacare l’Italia, bambini. Ah, siete come l’Irlanda allora, fa uno scafato e storico Steve che annuisce all’unisono con il socio perché i Mancs come gli Scousers sono tutti mezzi irlandesi. Sanno di cosa sto parlando. A finale, non avendo una nazionale mi scelgo quella che mi piace di più. E sarà pure da sudisti Uk e wankers, ma a me l’Inghilterra mi piace. Ten german bombers, e il socialismo di guerra, e la classe operaia. Ste cose da vecchio nostalgico, per capirci. Anche se per le Due Sicilie fu proprio il palo inglese a prendersi cura amorevolmente cura delle sue regali chiappe borboniche, che pensavano di vivere ancora nel passato. Seh, credeteci.

Intanto la Russia segna e poi segna ancora, mentre noi discutiamo come tre gentlemen degli hooligans dell’Europa dell’est. Oggi i Lodz si sono fatti un pub di inglesi. Gli dico. Frega un cazzo. Dice Steve. Aspetta. Dice Carl. E spiega che la firm inglese se l’è sempre cavata bene all’est. E questo lo so pure io, dai tempi di Icky in Ungheria, fino alle sculacciate ai russi a Mosca qualche anno fa. Ma comunque dietro l’ex cortina di ferro sono cazzi da cacare per tutti. Pure i rumeni sono da prendere con le pinze. Chiedetelo a quattro amici miei che fuori lo stadio della Steaua ci stavano lasciando le penne, arrivando poi in curva carichi di dolcezze e attenzioni.

Era andata così. Li avevo avvisati già dalla sera prima che tirava una brutta aria, ma che vi credete che gli stronzi si siano degnati di cacarmi? Io ero con due soci in un pub, sbevazzavamo cercando di mantenerci mimetici. Ma sta cosa di mantenersi mimetici a Bucarest non è che ti viene così bene. Soprattutto se io, marcio di whisky da fare schifo, inizio come mi accadeva sempre a parlare solo inglese. Così passa uno, con tutto il corredino da uligano e butta l’occhio. Poi passano in due. Poi si aggiunge un terzo stronzo. Fin quando sono almeno dieci i coglioni là fuori e noi iniziamo a essere un pelino preoccupati. O meglio, i miei amici lo sono, perché io reso del tutto incosciente dai fumi del buon Bacco, mi sfilo la cinta, esco sulla soglia e mi esibisco nel vecchio numero del Let’s do then, you cunts. Così arriva la polis rumena che tutta a Ceausescu, poco democraticamente, ma in maniera efficace e tempestiva, ci blinda il culetto e ci riporta in albergo.

Non è andata così di lusso agli stronzi dei miei amici. Il giorno dopo, quello della partita, eravamo fuori un altro bar dopo esserci fatti una mangiata di carne come si deve al Caru cu Bere. Un posto veramente coi controcazzi che sta proprio di fronte alla chiesa di Stavropoleos, e quando entri ti aspetti solo che Dracula tiri fuori i dentini da una qualsiasi della arcate gotiche della struttura. Ma i dentini li tirano fuori gli ultras dello Steaua poco dopo in centro, con la polis di qua che inforca manganello e telecamera e si mette in mezzo. Noi rifacciamo i mimetici, colori non ne abbiamo mai portati e sgusciamo in una stradina. Quando però arriviamo a un incrocio, di stronzi rumeni coi caschi e con le mazze ce ne sono un centinaio. Il dietro front è così rapido e silenzioso che non sentiamo nemmeno il rumore dei nostri passi.

Perciò, capito l’andazzo, torniamo in albergo e ci organizziamo con altri napoletani che sono lì. Ci muoviamo presto incolonnati in cinque taxi verso lo stadio che è in culo ai lupi e ci mettiamo un sacco di tempo per arrivare. Prima però mando l’ennesimo sms agli stronzi dei miei amici. Zero. Muti. Non abbiamo problemi perché spiego al tipo che se non ci lascia fuori al settore ospiti non gli diamo un Lei. Lui dice ok, tanto più che tifa Dinamo e lo schifa lo Steaua.

Solo che per arrivare al settore ospiti non è che giri intorno allo stadio. In pratica c’è solo una strada davanti e alla fottuta fine c’è il varco per il settore ospiti dove ci aspetta la polis rumena con certi blindati che sembrano i T-34 russi del 1944. Come se fossimo dei nazi del cazzo! Noi sfiliamo tranquilli, ricevendo solo insulti e qualche bottiglia che si schianta al suolo spargendo intorno una nuvola di vetro. Chissà i nostri amici che fine hanno fatto, mi chiedo una volta che sono fuori il settore e mi metto a parlare con uno dei capi dei bulgari del Loko che tifano Napoli e sono amici miei.

Poi, li circondano, li impacchettano e senza troppi complimenti li rimandano a Plovdiv. Poco dopo arrivano i baldi amici temerari e muti dei quali non ho avuto notizia fino a quel momento. Il dolcissimo G. sembra una piantagione di bozzi ed escoriazioni, così poetica e struggente che gli faccio un servizio fotografico mentre me la rido alla grande. Anche gli altri sono malconci, solo A. è fresco come una rosa di plastica, ma comunque sta cacato sotto.

In pratica il loro taxi è stato assaltato sullo stradone lì davanti. Il tassista invece di ingranare la marcia, è scappato e li ha lasciati in balia di trenta Steaua che li bersagliano con tutto quello che si trovano a portata di mano e provano a tirare fuori il dolcissimo G. che se ne prende per una decina di trasferte in una volta sola. Solo la prontezza di riflessi di A. gli salva il culo. Perché si butta al posto di guida, mette in moto e sgomma, coi rumeni avvinghiati al buon G. che all’inizio non mollano la presa, ma poi sono costretti a recedere dai loro merdosi intenti. Tecnicamente un furto di taxi a Bucarest. In pratica un salvataggio alla Mission Impossible. Poi, dentro, già che ci siamo i rumeni ci tirano di tutto, noi rispondiamo, entra la Polis e ci rompe il culo.

È pesa all’est, dico a Carl e Steve, che intanto sbevazzano un’altra Nastro e mi dicono che a loro l’Italia sta simpatica. Frega il cazzo dell’Italia, soci. E pure di quegli stronzi degli Ultras Italia con i nomi delle città al centro dell’odiato tricolore. Ribadisco ordinando un’altra coca zero. Stasera sto proprio scialando, e bevo per dimenticare.

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