Se l’Italia affonda, la colpa è del sud che sottrae risorse al nord: parola di Paolo Macry

di Rosario Dello Iacovo

Paolo Macry, ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Napoli Federico II, è un luminare. Uno di quelli ai quali fa ricorso il Corriere quando deve parlare di sud. Io invece non sono nessuno. Fatta questa doverosa premessa, che pone le giuste distanze fra uno studioso accreditato a livello internazionale e uno che scrive per passione come me, tuttavia qualche considerazione su alcune sue recenti esternazioni la voglio fare.

Ho letto con molta attenzione il suo articolo, apparso sul Corriere del Mezzogiorno, sulla chiusura della villa comunale in seguito ai lavori per la Linea 6 della metropolitana di Napoli. Macry la definisce una iattura per chi vive da quelle parti, che vedrà a rischio le sue passeggiate col cane e il panino all’ombra dei platani. Poi, si chiede: «Potrebbe mai capire, un settentrionale capitato a Napoli, come sia possibile che in una città con i conti pubblici in dissesto e le sovrimposte alle stelle si spendano decine di milioni per i nuovi cantieri di una linea metropolitana notoriamente inutile? Domanda impertinente, che difficilmente avrà risposte adeguate.»

Conseguentemente a questa domanda emerge quella che per Macry è la vera questione di fondo. Ovvero, in tempo di crisi, il sacco che il sud effettua da anni ai danni del nord toglie competitività alle aziende settentrionali e al sistema Italia. Il docente della Federico II accoglie in pieno la tesi che il sociologo torinese Luca Ricolfi ha espresso nel 2010 con “Il sacco del nord. Saggio sulla giustizia territoriale”. In sostanza: il tenore di vita medio dei cittadini sarebbe più alto al Sud che al Nord; quest’ultimo non riuscirebbe più a crescere per una tassazione eccessiva che sottrarrebbe risorse per gli investimenti; il Sud non avrebbe invece interesse a svilupparsi perché vivrebbe già al di sopra delle sue possibilità.

Non voglio entrare nello specifico della questione, ma certo devono essere proprio folli gli oltre due milioni di meridionali, molti dei quali laureati, che nell’ultimo decennio sono emigrati a titolo definitivo. Vivevano in un paradiso parassitario e sono andati a lavorare proprio là dove più iniqua e insopportabile è la pressione fiscale che poi si riverserebbe, per paradosso, proprio nelle regioni dalle quali loro sono partiti. Una vicenda davvero inspiegabile.

Io non abito dalle parti della villa comunale, non credo che la Linea 6 sia inutile, non credo che i problemi del sistema Italia dipendano da un sud parassita, e nemmeno mi pongo il problema di giustificare la realizzazione della metro a Napoli agli occhi dell’ipotetico settentrionale casualmente capitato nella mia città. Un milanese valuta l’opportunità delle linee M4 ed M5 della sua metropolitana sulla base delle personali esigenze di mobilità. Non certo nell’ottica di giustificarle all’ipotetico meridionale che si trovi nel capoluogo lombardo.

Sono cresciuto in una periferia degli anni Sessanta, oltre la quale Napoli si è poi estesa per almeno dieci chilometri, trasformando il mio quartiere originario in una sorta di terra di mezzo. Né centro, né vera periferia. Forse per questo, tagliato fuori dalle principali direttrici del trasporto pubblico. C’è stato solo il 14 per anni a collegarci con la città. Oggi solo il C68. Entrambi insufficienti e poco utilizzati, oltre che inaffidabili sul piano della puntualità. Il risultato è stato ed è tuttora quello di una scelta quasi esclusiva a favore del trasporto privato, con evidenti problemi di congestione, smog e inquinamento acustico delle vie che dalla stazione centrale e da piazza Cavour conducono verso e oltre piazza Carlo III.

Quando nel 1984 diciottenne mi trasferii a Londra per qualche anno, la prima cosa che mi colpì fu la facilità dei collegamenti. Potevi vivere ovunque, ma avevi sempre la possibilità di arrivare dove desiderassi. Certo, la metro londinese non era nata per spirito filantropico nei confronti delle classi popolari. Anzi, fu uno degli strumenti attraverso i quali queste furono spostate nelle periferie, pur preservandone la mobilità verso i luoghi di lavoro. Ma allo stesso tempo, la possibilità di vivere la città oltre gli asfittici confini di quartiere fu certamente una conquista che contribuì, soprattutto nel secondo dopoguerra, alla nascita di uno stile urbano che fu un potente acceleratore della modernità.

Per quale ragione dall’ipotetica fermata di Aeroporto-Capodichino, che mentre Macry si preoccupa delle passeggiate nella villa comunale, io non so ancora se e quando si farà, non dovrei avere lo stesso diritto infilandomi in un treno di Metronapoli per sbarcare davanti allo stesso mare di chi risiede a Chiaia? Certo, la Linea 6 copre un percorso già parzialmente servito dal vecchio passante ferroviario che oggi è la Linea 2, ma lo fa seguendo la linea di costa e collegandosi al nodo centrale di piazza Municipio. Non mi sembra un dettaglio da poco. E lo dico, fuori da ogni polemica, in assoluta franchezza.

Più in generale, è noto che il divario infrastrutturale fra nord e sud del paese sia ampissimo e tutto a vantaggio del primo. Basta una comune cartina per rendersi conto di quanto autostrade e linee ferroviarie siano via via più fitte quando lo sguardo si muove dal basso verso l’alto della mappa. Bene, a fronte di un’innegabile disparità esistente, il Cipe ha destinato nel 2010 poco più del 99% dei ventuno miliardi disponibili al centro-nord (ma soprattutto al nord) e meno dell’1% al sud. Inoltre, la sola regione meridionale che beneficerà in qualche modo di queste risorse è la Puglia, con appena duecento milioni da dividere fra la piastra logistica di Taranto e l’adeguamento dell’area ferroviaria metropolitana di Bari.

Non c’è traccia di questo sud sanguisuga nemmeno nel rapporto Istat 2012 che ho già commentato in un precedente articolo. Al Sud quasi una famiglia su quattro è nell’area della povertà. Il 68,2% dei poveri italiani vive nel Mezzogiorno. Se al nord solo il 4,9% dei nuclei familiari è sotto la soglia della povertà, al sud la percentuale sale al 23%. Gli occupati in Italia sono aumentati tra il 1995 e il 2011 di 1,66 milioni di unità (+7,8%) ma la crescita si è concentrata nel Centro Nord, mentre il Sud ha fatto un passo indietro (da 6,4 a 6,2 milioni di lavoratori).

Ci sono 37 posti letto per ogni 1000 anziani residenti nel Nord. Poco meno di dieci per quelli residenti al Sud. Un rapporto che sfiora l’uno a quattro. La spesa sociale nel 2009 è diminuita di un punto e mezzo percentuale al Sud, ma contemporaneamente si incrementa del 6% nel Triveneto, del 4,2% nel Nord-Ovest e del 5% al Centro. Per i servizi sociali la forbice è compresa fra i 26 euro per abitante dei comuni calabresi ai 280 della Provincia Autonoma di Trento.

Ecco, i numeri non sembrano dare ragione a Ricolfi. E se proprio vogliamo ricorrere a quell’indignazione che Macry ritiene indispensabile alla fine dell’articolo: «Insomma, all`indignazione del milanese di fronte agli sprechi dei napoletani, non si può più rispondere come se si trattasse di un delitto di lesa maestà. Diciamolo, Sua Maestà il Sud non ha la coscienza a posto. Forse è il momento di indignarci anche noi napoletani.», sarebbe opportuno indirizzarla verso i beneficiari di queste risorse pubbliche che è vero, al sud vengono spese spesso male, ma che con altrettanta evidenza sono decisamente inferiori di quelle destinate al nord.

Io non ho mai goduto di un euro degli ipotetici cinquanta miliardi annui che secondo Ricolfi e Macry si riverserebbero al sud. Alzi la mano chi ne ha tratto qualche beneficio. Sarebbe già questo un utile criterio per dividere i cattivi dai virtuosi.

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4 commenti su “Se l’Italia affonda, la colpa è del sud che sottrae risorse al nord: parola di Paolo Macry

  1. Io credo che alcuni abbiano degli inquietanti problemi psicologici – non riesco a giustificare altrimenti questo tizio. Ed una cattedra non li risolve certo. Sarà sicuramente solo una strana coincidenza ma, guarda un po’, qualche giorno fa sulla pagina di Briganti faceva strane incursioni malefiche un tale Pablo Macrì…Pablo, olé! Chiamo io la neurodeliri o ci pensi tu?

  2. Al di là della poca lungimiranza nell’etichettare come “inutile” un’opera pubblica senza un’opportuna analisi costi benefici (almeno) alla mano, il comportamento del prof. Macrì, così come quello del prof. Ricolfi, è il classico esempio di utilizzo strumentale – se non fraudolento – dell’analisi dei dati. Non è raro, infatti, l’utilizzo di dati distorti o di indici strampalati pur di dimostrare la propria tesi, come riporta questo articolo del prof. Pica.

    https://docs.google.com/open?id=1aPGc1iF9tc6WjYBy-xPBhh-UtWwP_jMv-uDqHtCOMRSuhI3YUb36BnHAu315

    Il flusso di cinquanta miliardi di euro l’anno da Nord a Sud di cui tanto si parla altro non è che il residuo fiscale delle regioni del Centro – Nord che ai leghisti più o meno dichiarati proprio non piace. Non piace perché non riescono a capire che la redistribuzione del reddito non è applicata a livello territoriale ma al singolo individuo. Ogni individuo contribuisce in misura del proprio reddito all’erogazione dei servizi pubblici. Inevitabilmente se in un’area il reddito medio è più alto, in media si versa una maggiore imposta, se essa è progressiva (o proporzionale), e nelle aree dove i redditi sono più bassi c’è un maggior bisogno di servizi pubblici, quindi di spesa. Tuttavia il trasferimento di risorse è tale anche se ad usufruirne è un cittadino della stessa regione o ripartizione. Ma, ovviamente, facendo riferimento ai dati aggregati, questo dettaglio risulta celato.

    La cosa più terribile è che il federalismo leghista è basato proprio sull’idea che nelle aree dove in media si versano più imposte è lecito spendere di più in media e viceversa. Un vero orrore dal punto di vista costituzionale, visto che la Costituzione sancisce il principio di redistribuzione del reddito come diritto del cittadino (art. 53), come riportato anche in questo articolo:

    http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=305&Itemid=1

    Oltretutto, bisogna tener presente che nel calcolo del residuo fiscale rientrano anche le imprese che operano su tutto il territorio nazionale e che versano le imposte nella regione dove hanno la sede sociale, Lombardia e Lazio principalmente. Questo aspetto è quantificabile nel caso dell’IVA – e viene riportato anche nelle dichiarazioni – intuibile negli altri casi attravero le bilance dei pagamenti regionali. Anche in questo caso rimando ad altre fonti:

    http://ilnapolitano.com/post/14973268907/faccio-girare-questa-tabella-segnalatami

    http://unblognormale.tumblr.com/post/17606304437/alcune-note-sul-perche-litalia-non-cresce

    Senza contare che, attualmente, in media è il Sud a pagare più del Centro – Nord per le imposte locali:

    http://web.mclink.it/MN8456/comunicati/2012/2012_03_30_comunicato_finanza.pdf

    Relativamente a quanto effettivamente investito nel Centro Nord rispetto al Mezzogiorno, i dati si sprecano. Riporto gli articoli che ho a portata di mano:

    http://pensieromeridiano.com/2012/06/02/spesa-pubblica-eccessiva-nel-mezzogiorno-una-mezza-verita/

    http://unblognormale.tumblr.com/post/17608549740/la-regola-del-45-per-cento-ovvero-la-spesa-in-conto

    http://web.mclink.it/MN8456/comunicati/2011/21_10_2011_comunicato_residui.pdf

    http://unblognormale.tumblr.com/post/20535742565/il-grafico-riguarda-gli-investimenti-sia-pubblici

    A presto.

    Maria.

    P.S.: Altri due punti da sottolineare.
    Il primo è che agli inizi del XX secolo Pantaleoni ha severamente criticato Nitti per aver denunciato un residuo fiscale positivo. Solo che in quel caso era a carico delle regioni del Mezzogiorno e quindi per il bene del Paese non bisognava opporsi:

    http://unblognormale.tumblr.com/post/18003545979/coloro-che-attualmente-1901-2-agitano-la

    L’altro è che in un recente studio a cura della SVIMEZ è stato dimostrato statisticamente il contributo che il Mezzogiorno ha dato alla crescita del Centro – Nord, ma non la relazione opposta. Lo studio è piuttosto articolato quindi ne riporto solo l’estratto interessante:

    http://unblognormale.tumblr.com/post/24061042931/il-mezzogiorno-e-il-contributo-alla-crescita-del

    In ogni caso c’è il collegamento alla fonte.

  3. Forse il professore Macry dovrebbe leggersi il libro di Pino Aprile, ” Terroni, tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud diventassero meridionali”, magari le idee gli si chiarirebbero leggermente.

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