Il pucchiaccodromo rumeno

di Rosario Dello Iacovo

Il cielo sopra di noi è azzurro e l’aria è mite. Zero scazzi, zero preoccupazioni. Ce la stiamo godendo veramente alla grande questa trasferta in Romania. Alcol come se piovesse, mangiate colossali, e poi: ne vogliamo parlare? In giro per le strade di Bucarest ci sono degli UFO che ci stanno facendo venire il torcicollo. E guarda là, e guarda quella, o cazzo ma l’hai vista quell’altra? Cioè, ci rendiamo conto che sembriamo dei malati dimmerda, ma ci dovete capire: noi pensavamo che le rumene fossero tutte basse e tracagnotte. Contadinelle con le schiocche rosse, che al massimo ci può fare un po’ di su e giù col culo sprofondato nella paglia di un fienile, in un buco di culo qualunque dell’Europa orientale. Ma contadinotte sto cazzo. Le rumene sono le donne più belle del mondo e sti marciapiedi qua sembrano le passarelle di una sfilata erotica a ciclo continuo. Non se ne può più e il meglio deve ancora venire: stasera alle otto il nostro Napoli affronta in Europa League la Steaua, la squadra più titolata della Romania.

Ci avevano detto che era pericoloso. Seh, credeteci. Tutti a dire: ma dove andate, i rumeni sono cattivi, e vi rapinano, e vi danno le coltellate, e sti cazzi diqqua, e sti cazzi dillà. Che massa di inutili coglioni. Quelli che restano a casa esagerano sempre. Un modo come un altro per giustificare la uallera pesante che gli impedisce di alzarsi dal divano e portare le proprie chiappe pigre in giro per il mondo. In verità si preoccupa pure qualcuno di quelli che le chiappe le hanno portate fin qui a duemila chilometri da casa. Come quello stronzo di Rosario che da ieri sera ci manda sms allarmati. Dice che gli hanno fatto l’agguato in un pub, al coglione. A lui e a due soci coi quali è venuto.

Ma lo conosco troppo bene per sapere che minimo minimo sarà stato lui a cacare il cazzo, trascinandosi ubriaco come la merda a insultare i rumeni in napoletano, italiano, inglese, fiorentino e milanese. A guardare male con lo sguardo vitreo dell’alcol. A prendere fissazioni inutili su gente che nemmeno se lo sta cacando. Chiaramente se glielo chiedete giurerà la sua innocenza, dichiarandosi vittima di maldicenza e complotti. Ma fa sempre così, perciò non gli credete allo stronzo. E comunque, quando rompi il cazzo te lo devi aspettare che poi qualcuno ti vuole rompere il culo, o no? Regolare. Preciso. Io me lo aspetto. E quasi quasi mi dispiace che non gliel’hanno rotto. Solo un pochino, così per pariargli un poco addosso. Mica per cattiveria.

Pure poco fa ci ha mandato un sms tutto goduto e dice che in centro si balla. Gli Ultras della Steaua si sono radunati coi caschi e con le mazze a caccia dei tifosotti del Napoli con le sciarpe isolati. Ma col cazzo che gli abbiamo risposto. E poi chi se la mette sta sciarpa? Vabbè, magari L. se non fosse con noi si metterebbe pure il cappellone da giullare, sopra la faccia dipinta d’azzurro e la vuvuzela. Me lo immagino conciato così lo stronzo e sto quasi per pisciarmi addosso quando glielo dico. Lui mi manda a fare in culo, però ridono tutti e pariargli addosso aggiunge quel tocco in più alla bella giornata. Gli uccelli volano nel cielo, la brezza è piacevole e in culo a Rosario, in culo a L., in culo ai tifosotti, in culo agli ultras rumeni e lunga vita alla fessa di Bucuresti. Pucchiacca a cinquantaquattro carati.

Qui però c’è un traffico infernale e sapendo che lo stadio è lontano dal centro ci buttiamo nel primo taxi che passa. Il tassista è un mongoloide del cazzo. Ce ne rendiamo conto appena proviamo a dirgli qualcosa. Incapace di comunicare sia in italiano che in inglese, presumibilmente ha grosse difficoltà anche con lo stesso rumeno. Non è un fulmine di guerra, ci potete scommettere un bel dieci Lei, i soldi di qua che sembrano di plastica, hanno un pezzo trasparente e non li riesci nemmeno ad arrotolare bene per farti una pippata come si deve. Cioè, proviamo a parlargli al coglionazzo. Cerchiamo di farci quattro ghigni sulle bellezze di Bucarest e dei grandissimi CUR che si portano dietro, ma che vi credete che capisce? Seh. Neanche se gli disegniamo una fessa e due zizze questo capirebbe di cosa stiamo parlando.

Un po’ ci preoccupiamo che si sta facendo tardi, perché Mr. Aquila alla guida qui di fianco a me chiaramente mica capisce che gli stiamo chiedendo in italiano, napoletano, inglese, spagnolo, serbo-croato, quanto cazzo di tempo ci vuole per arrivare. Dietro di me c’è il dolce G. che sbuffa spazientito. Il buon E. propone di inculargli il taxi. L. con la sua inseparabile scella pezzata invece tace e guarda rapito il sole che cala sui palazzoni grigi della severa architettura comunista, conferendogli delle sfumature di colore che commuovono. A lui però, a me me ne passa proprio per il cazzo del tramonto rumeno. L’unico colore che ora mi interessa è l’azzurro Napoli. E vedi di muoverti o tassista dimmerda!!!

Manca meno di un’ora e il campo non si vede ancora, però dal flusso dei tifosi capiamo che non deve essere troppo distante. Dài che ci siamo, cazzo, dico agli altri e siamo tutti emozionati quando alla nostra sinistra finalmente intravediamo il Ghencea, lo stadio della Steaua. Una morsa allo stomaco che ti prende ogni volta che ne vedi uno nuovo, che sia il Santiago Bernabeu o uno qualsiasi dei campetti del cazzo senza curve della serie C e della fessa della mamma di Carraro infame.

Poi improvvisamente accade, e io non ci posso credere che stia succedendo davvero. Come leoni dai cespugli della savana, vengono fuori dal nulla una ventina di ultras della Steaua che ci accerchiano gridando: ITALIANI, ITALIANI! Vorrei dirglielo che siamo partenopei e dell’Italia ce ne strapassa veramente per il cazzo, ma come dire, non li vedo molto disposti al dialogo. Perciò mi affretto ad abbassare la sicura, mentre mi giro e urlo al tassista di correre. Lui invece mi guarda, sorride e non si accorge di un beato cazzo. Almeno finché la sua bella macchinetta non diventa bersaglio di una serie infinita di birre e pietre. E lui che fa? Apre la portiera e scappa, lasciandoci in balia della piccola folla assassina che li odia proprio gli italiani. Si vede che ci schifano e capisco cosa devono provare loro a casa nostra quando si trovano dalla parte sbagliata del razzismo. Esattamente dove ci troviamo noi ora, con questi che ci vogliono proprio rompere il culo.

Sento le urla di L. ed E. provenire da dietro, ma quello che rischia di più è il dolce G. che ne prende a carrettate mentre provano a tirarlo fuori dalla macchina. Lui si difende alla meglio, ma loro sono veramente troppi. Anche L. viene tirato da una parte dai romeni e dall’altra da E. che per fortuna riesce a tenerlo in macchina salvandogli decisamente il culo. Io, miracolato, ho un paio di coglioni dal mio lato che non riescono a sfondare il finestrino. Si affannano le teste di cazzo, ma il vetro regge e in una frazione di secondo cerco di capire cosa devo fare. Guardo la porta dal lato pilota rimasta spalancata, sento le urla di G. che ripete all’infinito “NO NO NO NO NO…” e mi metto a ridere, una risata isterica. Poi sento le merde rumene gridare “SKUARTA SKUARTA…” e penso che è la fine, immaginando le lame che a breve faranno dei nostri corpi delle tele di Lucio Fontana (poi veniamo a sapere che in verità dicevano SKURTE che vuol dire…tirali fuori).

Improvvisamente, come se mi fossi svegliato da un lungo sonno, senza nemmeno sapere come, reagisco all’incubo nel quale siamo piombati. Non ricordo d’aver pensato cosa fare, non ricordo di essere passato dall’altro lato, non ricordo di aver toccato la chiave che il tassista dimmerda ha lasciato lì attaccata, e nemmeno di averla girata nel contatto. Eppure un istante dopo sono lì, al posto di guida e ho messo in moto. Uno di loro capisce la mia mossa, si tuffa col busto dentro la macchina e inizia a colpirmi in testa a più non posso, mentre con l’altra mano cerca di togliere la chiave. Ma col cazzo che glielo permetto, ora che ho individuato l’unica possibilità di portare a casa la pelle. Me ne fotto dei cazzotti, ingrano la prima e pesto l’acceleratore con tutta la forza che ho. Il taxi parte sgommando a zig zag e per poco non investo qualcuno degli stronzi che ci hanno circondato. Gliel’ho messo in culo: A. 1, zingari 0.

Gli altri però non hanno capito un cazzo. Quando si accorgono che il taxi sta partendo, non vedendomi seduto al mio posto, iniziano ad urlare: “OHH STOP STOP”, “GUAGLIU’ HANN PIGLIAT A.”, al che mi giro e grido con gioia e rabbia perchè tutti eravamo lì in macchina: “STRUNZ SONG JE CA STO GUIDANN!!!”. Corro a più non posso, fortunatamente durante la colluttazione il traffico davanti si è diradato. Così faccio un paio di chilometri scarsi a velocità folle, urlando: “GUAGLIU’ AMMA LASSA’ STU SFACCIMM ‘E TAXI” pensando che finire in cella a Bucarest per furto non sia esattamente il massimo della vita, il modo migliore per coronare la trasferta. Penso al mio bel culetto nelle mani di qualche stupratore tatuato e barbuto, sepolto lì da qualche anno, e rabbrividisco. Ma loro che sono ancora stracacati sotto mi dicono solo: “FUJE FUJEEEEE FUJEEEEE”.

Poi trovo uno spazio vuoto dove lasciare la macchina e non riesco a girare le braccia per muovere il volante. Sono tutto un tremolio di adrenalina pura e merda in circolo. Guardo dietro e vedo G. pieno di bozzi. Bottiglie, pietre e cocci sono disseminati ovunque. Scendo e prendo di petto il primo rumeno con la sciarpa dello Steaua, lo fermo in maniera poco amichevole e gli faccio capire che se non ci accompagna al settore ospiti gli rompiamo veramente il culo. Dobbiamo sembrargli dei sopravvissuti a un naufragio, pieni di lividi ed escoriazioni, con la faccia del dolce G. che si gonfia sempre di più, assumendo un bel colorito bluastro.

Non so se intimorito, o perché è proprio un bravo ragazzo, il tipo ci accompagna fino a un certo punto, spiegandoci bene la strada che dobbiamo fare. Ma non è finita, perché dobbiamo ancora percorrere un vialone pieno di rumeni che vanno in direzione opposta alla nostra dirigendosi verso i loro settori. Mi sento un po’ come il salmone che risale il fiume per deporre le uova. Prendo delle pietre da terra, dico agli altri di fare la stessa cosa. E. si arma addirittura di una spranga di legno presa chissà dove. E così con la faccia minacciosa, compatti, camminiamo fino a quando non vediamo tifosi del Napoli e un fottio di sbirri che ci fanno aspettare mezz’ora per entrare.

Da lì sentiamo lo stadio esplodere, una, due, tre volte…Poi entriamo. Becchiamo Rosario che ci parea addosso per interminabili minuti. Se la ride sguaiatamente il pezzo dimmerda, mentre ci dice: “Ve l’avevo detto, coglioni” e scatta foto su foto a G. che imbambolato non lo manda nemmeno a fare in culo come meriterebbe il piccolo stronzissimo arrogante. Però aveva ragione e pure gli stronzi che adesso sono col culetto sul divano di casa. Anzi, no: quelli hanno sempre torto. Il resto è storia…3-3… pareggio di Cavani al 97°! In culo ai rumeni, ma lunga vita al Pucchiacodromo senza uguali di Bucarest, capitale della gloriosa repubblica, una volta socialista, di Romania.

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4 commenti su “Il pucchiaccodromo rumeno

  1. “Vabbè, magari L. se non fosse con noi si metterebbe pure il cappellone da giullare, sopra la faccia dipinta d’azzurro e la vuvuzela.”

    Così l’hai fatto diventare un racconto Fantasy :DDDD

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